A scuola di democrazia: Martha Nussbaum e la cultura umanistica. Un’educazione ai pari diritti

A scuola di democrazia: Martha Nussbaum e la cultura umanistica. Un’educazione ai pari diritti

Rischiamo di fermarci a un concetto di democrazia che è libertà di voto e di espressione, ma che finisce con il dimenticare la traccia dei valori costituzionali. C’è una filosofa statunitense, Martha Nussbaum, che ha spiegato molto bene il contenuto di un concetto che ha bisogno della cultura umanistica per non rischiare di essere astratto. Per convivere in una democrazia “umana” bisogna avere la consapevolezza di quanto sia necessario garantire ad ognuno le giuste opportunità di vita, libertà e ricerca della felicità. Ci vuole la scuola, che si rivolge al popolo, a dover formare cittadini responsabili. C’è una rotta da invertire, e che parta dalla domanda: “Che Paese vogliamo essere?”

L’articolo di ANNALISA ADAMO AYMONE

PRODURRE SOLO CRESCITA economica non significa produrre democrazia, né significa produrre una popolazione sana, impegnata ed istruita in seno alla quale le opportunità di una buona vita siano alla portata di tutte le classi sociali. Lo ha chiarito molto bene Martha Nussbaum in un suo saggio sul perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica. È ancora molto forte la tendenza verso il cosiddetto “vecchio paradigma” piuttosto che verso una prospettiva più articolata e complessa di ciò che le società dovrebbero cercare di conseguire per le persone. Martha Nussbaum ha dimostrato attraverso le sue ricerche che il modello di sviluppo umano non è un sogno idealistico di anime candide e pie, bensì è strettamente connesso con gli impegni costituzionali, non sempre rispettati, di tante se non della maggior parte delle nazioni democratiche del mondo. Per cui, se una nazione intende promuovere questo tipo di democrazia “umana”, intesa a garantire ad ognuno le giuste opportunità di vita, libertà e ricerca di felicità avrà bisogno di stimolare alcune capacità essenziali: la capacità di ragionare sui problemi politici senza delegare all’autorità o alla tradizione; la capacità di riconoscere nei concittadini persone di pari diritti, malgrado le diversità in termini di razza, religione, orientamento sessuale.

È necessario oggi più di ieri che il sistema scolastico di questo Paese sia sempre migliorato nel senso di educare i giovani alla vita democratica, di renderli capaci di alimentare la democrazia stessa e di battersi giornalmente per la sua sopravvivenza, tenendo sempre a mente che gli attacchi non sono solo quelli che vengono dall’esterno ma sono anche – fin troppo spesso – attacchi interni alla nostra società. In quest’ottica ciò che accade al di là dei nostri confini ci riguarda fortemente, non possiamo rimanere indifferenti quando il mondo intreccia in modo inatteso le vicende e le storie dei popoli. Cosa spinge certi gruppi di potere a cercare il controllo e il predominio? Con quali modalità opera un sabotatore della democrazia o un gerarca? Questi dovrebbero essere argomenti all’ordine del giorno nella nostra scuola ed in ogni sistema scolastico che si rispetti, perché l’istruzione ha come destinatario il popolo. Non va dimenticato, infatti, che formando gli studenti si formano cittadini responsabili in grado di fare scelte riguardo a questioni di portata nazionale e universale.

È più che mai necessario che a livello scolastico e nella società civile vengano analizzati i sistemi e le modalità che comprimono l’indipendenza. In Israele milioni di persone sono scese in piazza per salvare la democrazia dello Stato ebraico contro un governo che attraverso “la riforma giudiziaria” ha cercato di eliminare l’indipendenza della Corte Suprema. Puntualizzare i particolari di una tale rappresentazione significa indirizzare le giovani menti dei nostri ragazzi alla capacità di comprensione dei sistemi di riforma, talvolta anche subdole, che cancellano con un solo atto la libertà e la democrazia delle nazioni. Ora c’è da chiedersi se stiamo costruendo nella scuola e nel nostro sistema educativo nazionale cittadini responsabili e persone capaci di capire la sottile linea rossa al di là della quale non è consentito andare; nemmeno agli eletti. Lo scontro di civiltà è riscontrabile in tante battaglie sull’inclusione e l’uguaglianza che hanno luogo internamente alle società contemporanee: prima tra tutte le polemiche sull’immigrazione; sullo spazio da concedere alle minoranze; sulle questioni di genere e legate all’orientamento sessuale, solo per fare degli esempi.

Cosa devono fare in definitiva la scuola e la società per formare i cittadini di una democrazia sana? si chiedeva Martha Nussbaum nel suo saggio ‘Non per profitto’. Sicuramente promuovere il pensiero critico, la capacità ed il coraggio di dissentire; sviluppare la capacità degli studenti di vedere il mondo anche dalla parte degli ultimi, di quelli che talvolta vengono considerati oggetti oppure inferiori; contrastare la tendenza a ritrarsi nel caso in cui si rientri in una minoranza; ad uscire dalla vergogna del bisogno e delle difficoltà per incamminarsi sulla strada della cooperazione della reciprocità; sviluppare la vicinanza verso l’altro, sia esso vicino o lontano; abbattere gli stereotipi insegnando il valore della diversità; contrastare ogni visione utilitaristica ed economicistica della società. Se da un lato è evidente che le democrazie di tutto il mondo stanno sottovalutando e di conseguenza trascurando i saperi e le capacità di cui abbiamo fortemente bisogno per mantenere vitale, rispettosa e responsabile la democrazia, il nostro compito deve spingersi ad invertire la rotta e rimettere nel giusto ordine le priorità e i programmi partendo dalla domanda delle domande: “Che Paese intendiamo essere?”. Con una nuova consapevolezza che la modernità ha messo le persone una di fronte all’altra in posizione antagonistica ed allineate su baratri geografici, linguistici e di nazionalità. Ma l’interdipendenza in questa epoca è più che mai evidente: ciascuno di noi dipende per qualche ragione da persone che neanche conosce e che poggiano i loro piedi su terre diverse. Questioni come l’ambiente, l’economia, politiche e religione ci sopravanzano in una dimensione planetaria estremamente difficile da governare.

Far sorgere una nuova e piena consapevolezza civica è una delle motivazioni che spinge a rimettere sul tavolo della discussione il tema della democrazia, come bene da non distruggere, assumendone in pieno il costo e abbandonando comportamenti individualistici, come scrive Luciano Violante nel suo ultimo libro “La democrazia non è gratis”. Di fronte alle radicali convulsioni, se non proprio rivoluzioni sociopolitiche che stanno attraversando i territori, le nazioni e gli stati non solo di questa nostra Europa, parlare di democrazia significa parlare oltre che di ciò che unisce di ciò che divide, in una continua tensione verso una sintesi che comprenda le ragioni dell’altro. Abbattendo il più grande ostacolo che come ricorda Violante, riprendendo le parole di Gramsci, è l’indifferenza. Perché – e qui la risposta al quesito di partenza – «tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra che sia fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?». © RIPRODUZIONE RISERVATA