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«Sì, l’ho firmato anch’io, ma su change.org». L’appello sul clima e Repubblica-mosca cocchiera oleosa

di Italia Libera   
«Sì, l’ho firmato anch’io, ma su change.org». L’appello sul clima e Repubblica-mosca cocchiera oleosa

Si allarga la mobilitazione intorno all’appello promosso da un gruppo di scienziati che sollecitano i politici a darsi una vigorosa smossa rispetto alla crisi climatica, se vogliono per davvero «proporre una loro visione futura della società con possibilità di successo». La consapevolezza del tempo già perso si è fatta largo anche nella comunità scientifica e cresce nell’opinione pubblica più avvertita. Ed era ora. La stizza è subentrata quando dell’appello si è “impadronita” Repubblica attraverso il suo content hub “Green&Blue”, quello della sponsorizzazione sottobanco di idrogeno blu e greenwashing alla “Plenitude” del “mascellone” Descalzi e di Roberto Humpty Dumpty Cingolani al suo seguito

L’articolo di MASSIMO SCALIA, fisico matematico
SÌ, L’HO FIRMATO anche io. Su “change.org”. L’appello promosso da un gruppo di scienziati che sollecitano i politici a darsi una vigorosa smossa rispetto alla crisi climatica, se vogliono per davvero «proporre una loro visione futura della società con possibilità di successo». Ho aderito, come non farlo, ma con parecchia stizza. Due i motivi. E partiamo da quello decisamente minore che ha, però, un suo perché.

Tra gli appellanti appaiono diversi climatologi, di alcuni dei quali conosco il valore, ma, santo cielo!, dov’erano a strillare subito dopo che uscì lo studio “Abrupt Climate Change” del Consiglio delle ricerche della Nas, l’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti? Era il lontano 2002. Fece prima la politica, in questo caso grande politica, che sotto la sferza della Merkel adottò i “tre 20% al 2020” nel Consiglio d’Europa del marzo 2007, divenuti, in mezzo a scetticismi e negazionismi “a schiovere”, il punto di riferimento mondiale per la road map che portò all’Accordo di Parigi (2015). Ratificato da oltre 190 governi il 22 aprile 2016. Eppure, ancora nel suo V° Rapporto nel 2014, l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) preferiva “inventare” uno scientificamente problematico anticipo, dal 2050 al 2030, del “tipping point” (punto di non ritorno) piuttosto che accogliere le motivazioni scientifiche alla base dell’urgenza e della drammaticità conseguenti al nuovo punto di vista del rapporto della Nas di dodici anni prima.

Ho già tessuto altre volte i doverosi elogi per i meriti dell’Ipcc, riconosciuti peraltro in sedi indiscutibilmente importanti e superiori, per non consentirmi l’ira perché si sono persi la bellezza di dodici anni, visto poi il seguito che le indicazioni Ipcc hanno. Per esemplificare, com’è che a livello mondiale tutte le politiche energia/clima vengono traguardate al 2030? Tremendo, però, perdere un decennio quando tutto rimanda a quel che avremmo già dovuto fare. E da tempo. Ma la riluttanza di quello che era il mainstream del pensiero climatologico — l’atmosfera non ha ruolo nei cambiamenti climatici, figuriamoci i gas serra che di essa sono solo parte — aveva ragioni scientifiche, che ho a suo tempo illustrato in varie sedi, e che il rapporto Nas contestava alla radice sulla base di una nuova interpretazione della vicenda climatica, quella del cambio di stabilità del clima: un effetto soglia conseguente all’azione “forzante” della Co2. Un incremento della concentrazione dell’anidride carbonica in atmosfera sull’arco di 50 anni, a partire dal 1960, che in precedenti ere geoclimatiche aveva richiesto 5000 anni. Un fattore cento, come “misura” dell’intensità di quel forzante! [leggi qui]. Certo, non è che questi elementi di Fisica matematica fossero pane quotidiano per climatologi e geologi, come ebbi modo di constatare anche in un duro confronto, tanti anni fa, in sede di laurea in partibus infidelium. Però…

Ma la stizza maggiore è subentrata quando dell’appello si è “impadronita” Repubblica. Ho trascorso tanti mesi, certo insieme a molti altri e con l’ineguagliabile e costante aiuto di Italia Libera, nella battaglia contro nuovi insediamenti di idrocarburi, gas in testa, Ccs a Ravenna e idrogeno “blu”, conversione a gas della centrale di Civitavecchia, contro il “mascellone” Descalzi e il suo “ciondolo” Roberto Humpty Dumpty Cingolani, contro il ributtante greenwashing di “Plenitude”. E mi ritrovo in un appello che diventa sulle pagine di Repubblica un ambiguo spot a puntate. Dati i precedenti, che odora molto del “disgusting”. 

Sgombriamo subito il campo. Anche se ormai ne ho l’età, non è una questione: “Badate a come usate il mio nome”, brandita con severo sussiego da quei “padri”, più o meno nobili, cui ci appellavamo da giovani per rafforzare le nostre battaglie. No, qui si tratta dell’indiscutibile disinteresse di quel giornale ai temi forti del confronto ecologia/economia, pensati ai tempi di Scalfari come qualcosa di folkloristico — “così fan tutte” — o da marginalizzare in qualche rubrica in ennesima pagina, dove il giornalista, in ogni caso, vedeva i sorci verdi. Si sa, il defunto era impegnato a studiare Spinoza, come comunicava in uno di quegli editoriali a otto colonne, un unicum nella storia giornalistica italiana. Poi subentrò il colloquiare con il Papa. E poi è andata sempre peggio, quasi seguendo la regola “baronale”, applicata spesso anche nei partiti quando esistevano, dello scegliersi come “successore” alla cattedra uno meno dotato, fino a quando il penultimo non si accorge, né è in grado di farlo, di aver scelto un successore più intelligente. Repubblica ancora non corre questo rischio, beninteso, ma è per questo, forse, che ci tocca di sentirci un po’ oleosi, un po’ idrocarburati. A nostra insaputa, diceva quello. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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