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A Roma il Parco della Musica ha solo venti anni e già vogliono cambiargli nome

di Italia Libera   
A Roma il Parco della Musica ha solo venti anni e già vogliono  cambiargli nome

Venne chiamato così, non essendovi grandi compositori romani. Ora si sta pensando di  intitolarlo al maestro Ennio Morricone come l’antico Teatro Valle a Franca Valeri. All’inaugurazione c’erano parecchie cose da rivedere, ma si poteva rimediare e in breve tempo si rimediò. Oggi l’Auditorium è diventato anche un luogo di incontro, per amici vicini e lontani, per affari, per semplici chiacchiere con stagioni formidabili e un direttore stabile, Antonio Pappano (che purtroppo se ne è andato dopo una ventina d’anni) che diresse una splendida opera in forma di concerto con un mirabile “Guillaume Tell” di Rossini, un cast all’altezza del capolavoro e dopo avere ringiovanito orchestra e cori fra i primi al mondo

L’articolo di VITTORIO EMILIANI

VENT’ANNI OR SONO si inaugurava il tanto atteso Auditorium di Roma. C’era stata una grande battaglia politico-culturale per l’area sul quali farlo sorgere. Scartate in partenza quelle decentrate, si fronteggiavano due schieramenti: quello foltissimo di musicologi, musicisti, intellettuali vari capeggiato in sostanza da Vittorio Di Meana che lo voleva nell’area del Flaminio a pochi passi da piazza Vittorio sulla ex Bocciofola. “Tanto ristretta”.commentò sarcastico un maestro dell’urbanistica come il vecchio Luigi Piccinato (del tutto inascoltato) dove ci starebbe una sala .

Ma quel foltissimo gruppo di sostenitori del Flaminio (da Ripa di Meana, a Portoghesi, ad Accardo, al povero Vlad) dal sindaco Veltroni e da tanti altri. Un altro partito si era formato la sera che mia moglie Annarita, grande appassionata di musica fin da bambina, ed io andammo a trovare il giovane architetto (purtroppo a 59 anni) Francesco Ghio, figlio di Mario Ghio e di Vittoria Calzolari, il quale, allora ventinovenne, ci mostrò una grandissima macchia bianca dove fino a quel momento venivano portate le auto multate e sequestrate dai vigili urbani. Ci stava un parcheggio coperto e ben tre sale, una grande da 2600 posti, una mediana da 1400 ed una piccola per operine, proiezioni, ecc. Sottoterra amplissimi spazi per camerini e altro. Tutto risolto? Macché. Anche lì c’è un grande problema da affrontare: una falda d’acqua importante sotto e sopra i resti di una fattoria romana di epoca arcaica. Il grande Renzo vincitore del concorso per l’Auditorium aveva già affrontato problemi consimili usando quadre di palombari (“Non si farà mai mormoravano” i più scettici).

Non avevano tenuto conto che entusiasta sostenitore del progetto Ghio era diventato Antonio Cederna coi “cedernisti” come con qualche sarcasmo venivamo chiamati noi che ci eravamo battuti animosamente con  Antonio nelle grandi battaglie  prima per il Parco della Caffarella e poi dell’Appia Antica sventandone la degradazione  definita e addirittura il taglio in due con una stradona da Piacentini e seguaci. Proponendo anzi il mantenimento del basolato romano con a lato due percorsi in terra terra battuta per i ciclisti e per i “riccastri” e le grandi boutiques o maison de mode, che, abbandonato, i primi (attrici, attori, grandi commercianti, ecc.) il centro storico fra via del Babuino. piazza di Spagna e l’incrocio con il San Carlino borrominiano, si erano fatto i loro villoni per lo più pacchiani decorandolo con spezzoni di marmi della Regina Viarum. Il progetto Cederna venne spernacchiato da molti che ora si vergognano per il grande successo ventennale del Parco della Musica. Le traversie furono tante come ho detto, il progetto complessivo si dovette persino appaltare di nuovo.

Ma la fermezza del sindaco Francesco Rutelli (quasi dimenticato, citato di striscio, in giorno della inaugurazione dal successore Veltroni), che quasi non ne aveva merito. “La politica è così”, mi sussurrò Francesco sorridendo, scendendo neppure agro le scale. Certo c’erano parecchie cose da rivedere. I pochissimi ascensori per i non pochi abbonati anziani o claudicanti, soprattutto, una acustica da correggere data l’ampiezza inusitata per l’Italia, i percorsi lunghissimi fra i pur splendidi camerini degli autori, dei direttori e dei cantanti, ma si poteva rimediare e in breve tempo si rimediò.

Una vera pecca (che resta) la mancanza nella sala maggiore o in quella media di un organo musicale magari antico che inutilmente si invoca. Il successo fu comunque immediato e grandioso per numero di abbonati e di acquirenti di biglietti. Un “buco” vistoso – ma Santa Cecilia non c’entrava – rimasero i collegamenti pubblici. La linea di Bus lontana su Viale Tiziano. Un solo autobus  – se ben ricordo il 51 all’uscita del complesso ma ad orari limitati – la mancanza di un posteggio di taxi da chiamare da piazza Mascagni con file di utenti ad aspettare anche più di mezzora per il loro turno. Pur conoscendo i giorni e le ore di concerti non c’è stato verso di convincerli. Eppure sotto il grande loggiato è situata all’ingresso ci sono una ben fornita biblioteca e discoteca nonché un ristorante e panineria. L’Auditorium è diventato anche  un luogo di incontro, per amici vicini  e lontani, per affari, per semplici chiacchiere con stagioni formidabili e un direttore stabile, Antonio Pappano, che purtroppo ora se ne è andato dopo una ventina d’anni dirigendo anche una splendida opera in forma di concerto, da ultimo addio con  un mirabile “Guillaume Tell” di Rossini con un cast all’altezza del capolavoro e dopo avere grandemente ringiovanito e migliorato orchestra e cori fra i primi al mondo.

Anche l’italiano Daniele Gatti, ora stabile all’Opera  di Roma lascia un bellissimo ricordo, Ma non possiamo non ricordare con ammirazione, affetto e rimpianto Giuseppe Sinopoli, deceduto sul podio a Vienna anni fa mentre dirigeva “Aida”, e che a Santa Cecilia ci aveva regalato cicli wagneriani, opere di Mahler, di autori italiani. Purtroppo è mancato alla vita prematuramente anche lo straordinario musicologo e letterato Bruno Cagli che ha retto con straordinaria cultura musicale e letteraria la difficile grande barca di Santa Cecilia con un intermezzo non meno innovativo all’Opera di Roma. Impoverimenti gravi, personaggi insostituibili. E come non ricordare un amministrativo rigorosissimo quale un ligure inflessibile che io, da consigliere della gestione dei concerti, aiutai sempre a spada tratta, anche contro i rappresentanti delle tre confederazioni sindacali portata portatrici a volta di richieste salariali corporative insostenibili, Adolfo Bario direttore generale. Ringrazio infine Annalisa Bini che ha prestato un’opera preziosa per arricchire biblioteca e museo degli strumenti di questa grande istituzione romana creata dal piemontese conte Edoardo di San Martino che, oltre a creare il primo grande Auditorium sopra il Mausoleo romano, fatto distruggere a picconate da Mussolini, fu fra i sostenitori, per anni invano, di quello poi realizzato soprattutto dalla Giunta Rutelli-Tocci commissionandolo al grande Renzo Piano venendo però l’area individuata felicemente dal ventottenne architetto romano Francesco Ghio, indimenticabile amico.

Ps. Venne chiamato il Parco della Musica non essendovi grandi compositori romani. Ora lo si vuole intitolare a Ennio Morricone come l’antico Teatro  Valle a Franca Valeri. Io, per quel poco che vale continuerò a nominarli coi vecchi gloriosi nomi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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