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«La mia guerra da bambino nella grotta di via Luigi Lodi colpita dalle bombe “alleate”»

di Italia Libera   
«La mia guerra da bambino nella grotta di via Luigi Lodi colpita dalle bombe “alleate”»

I ricordi di un bambino, ora giornalista e scrittore, vissuti a Roma il 3 marzo 1944 sotto il bombardamento della stazione Tiburtina, riaffiorano leggendo della guerra in Ucraina. Le interviste fatte dai colleghi agli esperti di psicologia, per parlare dei problemi che i bambini si trovano a dover affrontare nel gestire il dramma della guerra, fanno ripensare a quei drammatici momenti: alle bombe di un tempo passato, sganciate dalla stessa follia innescata da un altro dittatore, ma che lasciano segni e traumi sopiti che si portano dentro tutta la vita

Il ricordo di PINO COSCETTA

IL DESTINO GIOCA strani scherzi. In più di sessant’anni di giornalismo, gran parte dei quali passati al desk nella redazione del Messaggero, di articoli di guerre e di storie di guerre ne ho passati tanti in tipografia, forse troppi. Al di là del doveroso distacco professionale, però, non mi era mai passato per la mente di paragonare quelle tante storie di guerra alla mia personale storia di guerra.

Nei giorni scorsi, preparando per il grafico l’intervista fatta dalla collega Anna Maria Sersale alla professoressa Anna Oliverio Ferraris, cattedratica della Sapienza, psicologa dello sviluppo e scrittrice, la mia guerra si è fatta nuovamente largo nei ricordi che avevo pubblicato in un libro (Divieto d’Orvieto), uscito prima della pandemia.

Le parole della psicologa hanno aperto una finestra che pensavo di aver chiuso per sempre. Gli esperti come la professoressa Oliverio, la chiamano “Rimozione”. Un’altra psicologa, Emanuela Lo Savio, mia nuora, quando le raccontai i particolari del bombardamento del 3 marzo 1944 alla stazione Tiburtina e la storia della bomba che aveva colpito l’ingresso della grotta-rifugio antiaereo nella quale rischiai di fare la fine del topo, mi disse: «È strano che tu non abbia mai sofferto di claustrofobia». Anche in quel caso, soltanto allora mi resi conto di aver rimosso anche quello strano disturbo che aveva accompagnato gran parte della mia prima infanzia.

Seguendo il primo istinto, appena finito di leggere l’intervista, ho sentito l’impellente bisogno di ricostruire per immagini quella terribile esperienza e mi sono immerso nell’archivio fotografico di famiglia. Ho ritrovato così mia madre, la balia “mammannita”, la grotta delle bombe, e due amichetti, un bambino e una bambina un po’ più grandi di me, dei quali non ricordo i nomi ma con i quali giocavo in via Vacuna, davanti al deposito (e spesso dentro) del materiale rotabile delle ferrovie dello Stato: traversine, spezzoni di binari e montagne di grandi viti e bulloni che erano il nostro Lego, il mio primo Meccano, molto più vero del mitico e irraggiungibile Meccano n° 6 del secondo dopoguerra.

Ripassando in rivista quelle povere foto di bambini che erano in guerra senza saperlo e paragonandole con quelle che la televisione e i giornali ci bombardano quotidianamente dalla martoriata Ucraina, mi ha fatto capire che nulla è cambiato, che la storia si ripete e gli uomini non ne traggono insegnamento. Le mie bombe erano “alleate” ma a scatenare quel finimondo era stato un pazzo chiamato Hitler. Oggi si chiama Putin e le sue bombe sono ancora più potenti, ma gli effetti che procurano sono sempre gli stessi: uccidono, devastano, spazzano via vite e cose, cambiano tutto e lo cambiano in peggio. Anche nella mente dei bambini.

Quello che segue è uno stralcio di “Divieto d’Orvieto”, il mio unico ricordo di una guerra che fortunatamente per noi era agli sgoccioli. Spero presto sia così anche per i bambini dell’incolpevole popolo ucraino. Dedico questo ricordo a tre donne ucraine di grande umanità e profonda cultura che in passato si sono prese cura delle nostre famiglie: Halina, Maria e Marussia.

Maria è morta in Italia qualche anno fa, Halina e Marussia, oggi muoiono dentro giorno per giorno vedendo in tv il loro paese raso al suolo senza un perché. Mi diceva Halina che alla caduta dell’Unione Sovietica il suo paese era stato abbandonato nella nella più profonda povertà e molte come lei, erano partite in cerca di lavoro in Italia. Il loro sogno era quello di creare qualcosa in Ucraina per poter tornare lì a concludere una tranquilla vecchiaia in pace. Oggi molte di quelle case e cose comperate in attesa di una serena terza età da trascorrere nel paese natio, sono state spazzate vie dall’Hitler di turno, lo “zar” di una Russia immiserita agli occhi del mondo e più tormentata di quella di Tolstoj. © RIPRODUZIONE RISERVATA
 

da “Divieto d’Orvieto”
Il 3 marzo del 1944 gli aerei americani tornarono a bombardare Roma. Quello stesso giorno anch’io mi trovai sotto quel bombardamento, trecento metri in linea d’aria dal Verano, al di là del ponte sulla stazione Tiburtina, in via Vacuna, dove mia madre mi lasciava tutte le mattine dalla balia Anita per andare a lavorare in corso Rinascimento. Lei, che lavora da Nando, il parrucchiere davanti al Senato, sa del bombardamento e disperata corre a piedi da lì a via Vacuna. Di quel giorno ho un ricordo terribilmente chiaro. L’unico mio ricordo di guerra.

Anita, la balia che chiamavo “mammannita”, era scesa a lavare i panni nel lavatoio del palazzo lasciandomi seduto sul pianerottolo, a porte aperte, con la vicina che ogni tanto si affacciava a dare un’occhiata. Ad un tratto ricordo gambe che mi scavalcavano, sentivo porte che battevano, sirene che suonavano e tra le tante persone che scendevano c’era una che saliva, era Anita con la chioma fatta leonina della permanente a caldo, regalo di mia madre; più che prendermi mi artigliò e fuggì diretta al rifugio rappresentato da una grotta poco distante.

Il rumore delle bombe era terribile, fischiavano poi esplodevano. Una cadde vicinissima e ostruì l’entrata della grotta-rifugio di via Luigi Lodi, vicino all’attuale numero civico 35. Sentivo urla nel buio, mi spaventai e iniziai a piangere. Anita mi strinse al petto e cominciò a gridare. Alcuni uomini presero a scavare con le mani e per fortuna aprirono un varco dal quale, quando suonò il cessato allarme, uscimmo.

Lentamente tornammo verso casa. Tutto intorno a noi vedevo tante buche e molti lenzuoli bianchi stesi sull’erba. Davanti all’osteria mi brillarono gli occhi, da sotto un lenzuolo spuntavano sparpagliati a terra bastoncini di liquirizia, caramelle, pescetti, limoncelli e semi di zucca che vendeva la vecchietta dell’osteria. Anita mi tirò per un braccio e non me li fece raccogliere. Capirò il perché soltanto da grande.

Il nostro palazzo era uno dei pochi rimasti in piedi. Entrati in casa, Anita si mise a raccogliere i cocci dei piatti caduti, piangeva e parlava da sola. Poco dopo arrivò mia madre. Mi abbracciò, si abbracciarono e piangendo mi coprirono di baci.

Qualche giorno dopo mia madre ed io lasciammo Roma per il Fossatello, nelle campagne di Orvieto, nel podere di mia madre e di mio zio. Scendemmo dalla corriera alla Colonnetta e ci avviammo a piedi lungo una strada sterrata e sconnessa. A quel punto fui io a mettermi a piangere e mia madre, preoccupata, mi chiese: “perché piangi?” Singhiozzando a dirotto, riuscii a dire soltanto poche parole: “Niente più casa… niente più case…”. Era  la prima volta che al posto dei palazzi vedevo soltanto alberi, tanti alberi e nessuna casa.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. E arrivò il giorno dopo sotto forma di strani esseri mai visti prima: galline, conigli, maiali e due gigantesche cose che chiamavano vitelli. Fino ad allora, del regno animale avevo conosciuto soltanto cani e gatti. E neanche tanti, perché a Roma, insieme ai piccioni torraioli, cani e gatti erano entrati a far parte della quotidiana catena alimentare, e in giro se ne vedevano davvero pochi.

Io non lo sapevo, ma di fatto eravamo sfollati. Per fortuna in casa della nonna. Mia madre raccontò dei bombardamenti su Roma, del clima di paura che serpeggiava in città, della fame, della mancanza di tutto, e della scelta di tornare a casa sua, al Fossatello, per mettermi al sicuro. Anche Nando, il parrucchiere di corso del Rinascimento dove lei lavorava, aveva abbassato la saracinesca ed era sfollato in campagna; di conseguenza lei, sia pur momentaneamente, aveva perso il lavoro. “Resto qui” disse a sua madre; e continuò dandole del voi, “se voi mamma lo permettete, tra qualche giorno verrà anche la figlia di una mia amica che vorrei aiutare”. Eravamo tutti seduti attorno a un tavolo che a me sembrava lunghissimo. Gli occhi della nonna si posarono prima su noi tre bambini, poi passarono in rassegna tutti gli altri. “Qua semo sette” disse tornando a guardare mia madre “se doventamo otto, vivemo bene lo stesso”.

(…)

Quando il conquasser con il suo assordante rumore superò la curva in discesa verso il Pantano, prendemmo possesso della strada imbrecciata di fresco. Unici mezzi di trasporto transitanti mano a mano che i lavori procedevano verso il Fossatello, erano i camion che dalla Colonnetta scendevano a scaricare la breccia e tornavano indietro vuoti. Per il resto la strada era nostra. Così come i pozzetti di raccolta delle acque tramutati in fortini e zone di partenza per avventurose traversate.

Attilio in testa, seguito da Santinello e Pippo, facevano avanti e indietro gattonando nel tubo di scarico con invidiabile agilità. Io più ci provavo e meno ci riuscivo. Neppure l’umiliante epiteto di cacasotto, né le filastrocche rimate di Santinello pesantemente allusive alla mia mancanza di coraggio, riuscivano a sbloccarmi.

Era più forte di me. Quando saltavo giù nel pozzetto inginocchiandomi per imboccare il tubo, il cuore mi partiva a mille, i palmi delle mani prendevano a sudarmi e al culmine della crisi, mancandomi il respiro, mi sentivo soffocare.

Stanco di questa insopportabile situazione, un pomeriggio mi avviai da solo verso il pozzetto con la ferma intenzione di mettere fine a questa vergognosa codardia. Non visto scesi in basso, mi chinai, infilai la testa nel tubo, avanzai la mano destra e un attimo dopo schizzai indietro battendo il capo contro lo spigolo della tubatura.  Sfregai la botta con una mano come si fa per far passare il dolore e la ritirai piena di sangue. Strappai un ciuffo d’erba e con quello tamponai la ferita. Restai nascosto per un po’ nel fossato che portava alle cantine di Fuccello, poi nuovamente sconfitto dal tubo, tornai a casa con un gran mal di testa.

A settantacinque anni, mentre raccontavo ai miei figli e a mia nuora del giorno del bombardamento della stazione Tiburtina e della bomba che aveva fatto crollare l’ingresso della grotta-rifugio dove assieme ad altri ero rimasto intrappolato per diverse ore, mia nuora Emanuela che di professione fa la psicologa, mi disse di essere meravigliata che io, a seguito di quell’evento, non abbia mai sofferto di claustrofobia.

A quelle parole in un folgorante flashback autoassolutorio, mi tornò alla mente il tubo della strada maestra e finalmente feci pace con me stesso. Forse sì, ero stato un cacasotto, ma un cacasotto claustrofobico scientificamente giustificato.

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