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«La guerra è la continuazione degli affari con altri mezzi»: “Madre coraggio” di Brecht oggi parla ucraino

di Italia Libera   
«La guerra è la continuazione degli affari con altri mezzi»: “Madre coraggio” di Brecht oggi parla...

Il grande drammaturgo compose il suo capolavoro tra il 1938 e il 1939 presentendo l’imminente tragedia della Seconda guerra mondiale. Da allora un’umanità adulta è riuscita a creare la capacità di auto estinzione della specie attraverso la sovracapacità nucleare, cupamente evocata dai bombardamenti russi attorno alle centrali nucleari ucraine. Il perdurare di morti e macerie, a Mariupol a Kharkiv a Kiev, causati dall’invasione russa mette in ombra il contesto nel quale la guerra in Siria è entrata nel suo undicesimo anno, Erdogan il “paciere” ha fatto bombardare un altro villaggio curdo il 16 marzo scorso. La specie autoproclamatasi più intelligente non sembra trovare la strada, pur nei progressi della scienza e dell’innovazione tecnologica, di un entente cordiale degli uomini tra di loro e dell’uomo con la natura

L’articolo di MASSIMO SCALIA

LA DAMA DI BRASSEMPOUY, una testina scolpita nell’avorio con il viso ben delineato e una lunga acconciatura a treccine, fa fare un sobbalzo al cuore. Non ha niente a che vedere con le sue coeve veneri steatopigie ed è la testimonianza di un’arte che circa venticinquemila anni fa animava l’homo sapiens. Lei, come le vivaci pitture parietali che abbelliscono le grotte preistoriche di Lascaux o di Altamira, ci pongono inesorabili la domanda, dopo una prima fase di commozione: “Ma che fine abbiamo fatto?” L’arte dei cacciatori del Paleolitico, un’umanità bambina, ci rimanda all’oggi, alla vertiginosa accelerazione che ci ha portato allo stato presente delle cose. 

Un’umanità adulta, che è riuscita a creare la capacità di autoestinzione della specie attraverso la sovracapacità nucleare, cupamente evocata dai bombardamenti russi attorno alle centrali nucleari ucraine. Il perdurare di morti e macerie, a Mariupol a Kharkiv a Kiev, causati dall’invasione russa mette in ombra un contesto generale, nel quale la guerra in Siria è entrata nel suo undicesimo anno, Erdogan il “paciere” ha fatto bombardare un altro villaggio curdo il 16 marzo scorso. In 31 Stati africani, duecento novantuno milizie guerriere si scontrano, dal Mali all’Etiopia, dalla Libia al Sudan, dalla Nigeria alla Somalia; in 16 stati asiatici sono 194 i combattenti a vario titolo che operano sui territori. Per non parlare del Vicino e Medio Oriente: Iraq, Gaza, Yemen. E, a proposto di vittime innocenti, sono tornati nel cono d’ombra, se mai ne erano usciti, quegli 11 milioni di bambini del Sahel sui quali fame e mortalità precoce incombono come un bombardamento quotidiano, quando non vengano arruolati come soldati.

È stato già detto, in realtà la Seconda guerra mondiale non si è mai definitivamente conclusa. Del resto, è Bertold Brecht a ricordarci: «La guerra è solo la continuazione degli affari con altri mezzi, ma i grandi affari non li fanno la povera gente e nella guerra le virtù umane diventano mortali».

Una guerra continua, che è anche, e soprattutto, guerra sistematica contro l’ambiente con la depredazione crescente delle sue risorse e il modo folle di continuare a consumarle verso la catastrofe globale che — altro che guerre! — il cambiamento climatico ci riserva entro questo secolo. Se non invertiamo subito la rotta. La specie autoproclamatasi più intelligente non sembra trovare la strada, pur negli incredibili progressi della scienza e dell’innovazione tecnologica, di un entente cordiale degli uomini tra di loro e dell’uomo con la natura. E l’empatia per gli sventurati soffre pesantemente di prossimità, mentre il concetto di identità nazionale si è affermato mostruosamente — in senso proprio — più forte di quello di classe. 

Si dirà: è il capitalismo, baby. Dal ‘500 ai giorni nostri ha trainato lo sviluppo dalla fase mercantile a quella “fabbrichista” a quella post-industriale della finanza criminale e laboricida. Un amplificatore senza precedenti delle disuguaglianze sociali: un sesto dell’umanità al di sotto della soglia di sopravvivenza, con disparità tra ricchi e poveri, anche nei paesi del Nord del mondo, cresciute a dismisura in questi ultimi trent’anni.

Un contributo allo stato presente delle cose l’hanno dato anche le tre grandi religioni monoteiste. Pur a salvarne i fondamentali — certo che quel “Non avrai altro Dio” che le accomuna non favorisce logiche e comportamenti inclusivi — le applicazioni storiche che hanno avuto sono state in media ben lontane dal messaggio di fratellanza universale e di aiuto del prossimo che avrebbe dovuto essere il loro segno. La versione jihadista o terrorista dell’Islam ha ripercorso con qualche secolo di ritardo quel “Dio lo vuole” che suggellava con bagni di sangue il connubio tra cristianesimo e “regno”. 

E il comunismo, allora? Un’utopia millenaria che quando è diventata storia è stata l’oppressione, il sangue e la morte per tutti quei movimenti di ribellione che ad essa si ispiravano o, nel ventesimo secolo, per i cittadini degli stati totalitari che in nome di essa avevano proclamato il potere assoluto dello stato sull’individuo. Ma il ventesimo è stato il “secolo breve”, ci ricorda Hobsbawm, e il comunismo di stato ha la sua epitome nell’esperienza cinese, che è passata nel soffio di pochi decenni dal libretto rosso di Mao all’esercizio di un capitalismo autoritario, tanto accondiscendente verso la libertà d’impresa quanto repressivo sul piano dei diritti della persona. 

Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Katrinn, muta da sempre — e violata “che non si potrà più sposare”, lamenta la madre — è rimasta da sola in casa, ma in qualche modo ha saputo. E sale sul tetto nella notte fonda e disperata. E batte sul tamburo senza arrestarsi, forsennatamente. È l’estremo e unico modo che ha per svegliare i cittadini, per avvisarli dell’attacco a sorpresa dell’esercito nemico. Morirà per questo, salvando il borgo. Siamo davvero a questo punto? Alla stessa angoscia di futuro, così densa com’è nell’ultimo atto di “Madre Coraggio e i suoi figli”, che Brecht compose tra il 1938 e il 1939 presentendo l’imminente tragedia? 

Questo mortifero tessuto di innocenti uccisi, di vite e speranze distrutte, di popolazioni e natura massacrate è la cappa appestante che ricopre presente e futuro di tutti noi? Nel corso degli ultimi decenni quella cappa è stata lesa in vari punti. Dai varchi passa la luce, si intravede un futuro difficile ma diverso. Varrà la pena tornarci sopra in modo più ampio. Per l’oggi basti l’ultimatum dei pacifisti che hanno “intimato” a Russia e Ucraina di sospendere il conflitto entro il 25 marzo, altrimenti si costituiranno come forza disarmata di interposizione nel conflitto. Non importa se, prima che ciò possa accadere, la piccola volpe dal volto omicida, ormai abbandonata anche dalla Cina che non voleva si arrivasse a tanto, desisterà perché ha danneggiato anche il suo Paese e il suo popolo in modo insostenibile. È uno dei segni che quel futuro diverso, che abbiamo visto e tenacemente tentato di realizzare, è possibile. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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