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2/ Dialoghi sul Sud. L’eterna Questione meridionale. Tutto ebbe inizio nel XIII secolo

di Italia Libera   
2/ Dialoghi sul Sud. L’eterna Questione meridionale. Tutto ebbe inizio nel XIII secolo

Prosegue l’incontro con Don Cosimo Damiano Fonseca, straordinario studioso del Medioevo e sacerdote ammirato anche dagli intellettuali laici. Un incontro che è un viaggio nella storia e nelle atmosfere di un Meridione suggestivo e sofferente. E che rimanda anche ad altri incontri (ad esempio quello con Pier Paolo Pasolini, ospite di Don Fonseca nella sua casa di Massafra quando il poeta-regista scese al Sud per girare “Il Vangelo secondo Matteo”). Secondo Don Fonseca, la Questione meridionale di cui tanto si dibatte non è nata negli ultimi secoli, ma addirittura tra il XIII e il XIV secolo, quando gli invasori erano i Franchi dei d’Angiò. Conquistatori rozzi, che non cercarono neanche di capire gli abitanti di queste terre, e pensarono solo a far bottino

Il racconto di ARTURO GUASTELLA

METTI UNA SERA a cena da Biffi, a Milano, proprio di fronte alla Scala. Qui, un giovane prete, dalla figura sottile ed elegante nel suo clergyman, seduto al tavolo del ristorante con una ragazza giunonica, donna Carlotta Orlando, figlia nientemeno che di Vittorio Emanuele Orlando, che, oltre ad essere stato Presidente del Consiglio, fu anche Presidente della Costituente, e che, da illustre giurista ed accademico di gran nome  fu, tra l’altro, anche il fondatore della Scuola italiana di Diritto Pubblico. Forse che il nostro “Prete Bello”, prendendo a prestito il bel libro di Giuseppe Berto, si accompagnava a donna Carlotta, per quel «motus dell’animo verso il genere femminile», come sorridendo avrebbe “sfruculiato” più tardi il vostro cronista? “Argot massafrese” a parte, l’incontro al ristorante era dovuto, più prosaicamente, all’interesse del nostro giovane monsignore, per alcuni documenti sulla Questione ebraica, che la famiglia Orlando pareva conservare, dato che egli, il nostro eroe, era stato incaricato dal presidente degli Archivi italiani, Giuseppe Grispo, di mettere in ordine gli archivi ecclesiastici.

E, tuttavia, nel bel mezzo della cena, eccoti transitare nei pressi, uscito dalla Scala, dove era il Soprintendente, Paolo Grassi. Il quale, scrollatosi di dosso la fama di anticlericale e mangiapreti, si avvicinò al tavolo e strinse tra le sue possenti braccia l’esile pretino. E, al sorriso dei teatranti con i quali si era accompagnato, meravigliati per questa sua familiarità con una tonaca, esclamò che sì, quel giovane monsignore, era della sua stessa terra di origine e che si trattava di un suo “compaesano” di straordinaria cultura e di grande avvenire. «Ancora con le tue laudationes» mi interrompe, a questo punto, il mio interlocutore. Il mio caro Don Fonseca, ricordandomi però, sempre a proposito di laicità, i suoi rapporti  cordiali con Pier Paolo Pasolini, ospite a casa sua, quando venne a Massafra per girare il film “ Il Vangelo secondo Matteo”.

In nessun caso, faccio notare, questi nostri dialoghi del Sud possono prescindere dal racconto delle sue esperienze personali, parlando delle quali, mi ritrovo sempre più affascinato dall’ordito del suo percorso di vita, professionale e, per certi versi, anche sacerdotale. «La vita sa confondere le sue tracce, e tutto del passato, può diventare materia di sogno, argomento di leggenda», mi cita, per confondermi vieppiù, questo brano dei “Racconti Ferraresi” di Giorgio Bassani, con il quale il prof. Cosimo Damiano Fonseca, intrattenne rapporti strettamente amicali, tanto da essere nominato suo vicepresidente nazionale di Italia Nostra. Italia Nostra, dunque, da contrapporre a “Italia loro”: quella degli speculatori, dei palazzinari e dei sacerdoti delle colate di cemento, che, in quel periodo del dopoguerra e del boom economico, sembravano i veri e gli unici “capitani coraggiosi”.

«Un periodo straordinario — racconta Don Fonseca — quando un gruppo di persone ci riunivamo a casa della contessa Faina, consorte dell’allora Presidente della Montecatini. Io, che come tu sai, avevo studiato alla Cattolica di Milano e avevo vinto una cattedra universitaria al Nord, provenivo dal gruppo milanese di Rinascita Cristiana, un circolo culturale e religioso, che aveva a cuore, non solo i poveri e gli emarginati, ma anche l’ambiente e i Beni Culturali». «In quel periodo, fui invitato dal Presidente degli Archivi italiani, Renato Grispo, a tenere una relazione in un convegno a Vicenza, sugli archivi ecclesiastici, che avevo a lungo studiato». Una relazione (ma questo il mio monsignore, lo accenna appena) che aveva impressionato i presenti, anche perché Don Fonseca, aveva denunciato lo stato di disinteresse e, perfino di abbandono, in cui versavano non solo gli archivi italiani, ma anche i nostri beni culturali e paesaggistici, proponendo alcuni interventi per lenire il problema.

Così, il giovane pretino di Massafra, fu cooptato nel salotto buono di Milano, quello della contessa Giulia Crespi Morbio, la cui famiglia era proprietaria del Corriere della Sera, e dove si trovò in compagnia di Giorgio Bassani, Antonio Cederna, e degli altri intellettuali che avevano costituito Italia Nostra, all’interno della quale fu subito cooptato. Alternando così, i suoi impegni universitari, quelli della funzione sacerdotale (che non ha voluto mai sacrificare), e quelli di Italia Nostra, furono avviate numerose riunioni, in una delle quali, a Roma, in un appartamento ai Parioli, si trovarono insieme il nostro prossimo Rettore dell’Università della Basilicata, il suo collega cattedratico Renzo De Felice, il futuro ministro dei Beni Culturali Alberto Ronchey, ed un altro ministro, Sandro Fontana, che era stato suo assistente all’Università di Brescia, dove Nord e Sud erano espressioni di una medesima e avvertita identità, senza quelle  fughe in avanti di qualche regione del Nord, che ha cuore solo gli “sghei”, e che rischiano ora di sgretolare l’intero tessuto nazionale.

Se queste erano le frequentazioni del nostro giovane monsignore al Nord, come portare al Sud, in Puglia, nella sua Massafra, questi fermenti che usavano un linguaggio nuovo, che parlava di conservazione e di valorizzazione del nostro patrimonio culturale, ambientale e paesistico? «Senza i tuoi soliti svolazzi pindarici — mi tarpa subito le ali, il mio interlocutore — il mio amore per i beni storici, archeologici e paesaggistici, viene da lontano». Dal suo papà, Angelo Fonseca, che aveva in concessione le cave del circondario, tanto che sul suo biglietto da visita aveva scritto, come professione, Spedizioniere di conci tufacei. Con una simile premessa, e viste le gravine che fanno da corollario a Massafra, una delle sue prime pubblicazioni era stata, infatti, “Vivere in grotta. Civiltà rupestre in Terra ionica”. E, siccome il nostro professore, aveva parlato di un programma per recuperare e successivamente valorizzare gli splendidi affreschi e, addirittura le cattedrali basiliane della gravina massafrese, in pieno consiglio comunale, ecco il commento di mastro Gaetano Quero, capomastro del papà del nostro futuro membro dell’Accademia dei Lincei, «a le grutte, stà pensa don Cosimo…». E sorride  ancora al ricordo, il nostro inclita medievista, a sottolineare, con bonomia, come il concetto dei Beni Culturali, fosse quasi del tutto estraneo al sentire della gente comune. “Del resto — aggiunge — queste nostre terre, che per secoli erano stati luoghi di conquista e i cui abitanti erano abituati a spezzarsi la schiena per mettere sul desco un tozzo di pane e che venivano puntualmente spogliati dei loro pochi averi dagli invasori di turno, avevano bisogno di tempi lunghi, per capire come le testimonianze storiche, archeologiche, paesaggistiche e, perfino, chiesastiche del Sud, potessero in qualche modo migliorare il loro tenore di vita».

Caro il mio professore, questo suo assunto, sembra richiamare le pagine di Sociologia Storica, di un Josè Ortega Y Gasset… «Non metterti adesso a spagnoleggiare anche tu, andando a cercare altrove quello che qui da noi, al Sud, è evidente da centinaia di anni». Vuol, dunque, dire che la cosiddetta Questione Meridionale sarebbe antica  di secoli? «Ti do una data e i responsabili primi”, è la sorprendente risposta. “I Franchi della casa  d’Angiò, tra il tredicesimo il quattordicesimo secolo, che si comportarono e furono soltanto dei conquistatori rozzi, pronti a fare bottino nelle terre occupate e che, a differenza dei Normanni, non si sforzarono neppure di capire i popoli che dovevano governare». Il dialogo, monsignore, si fa interessante e le chiederò di tornarci su. Ora un pettegolezzo. Sempre per quel «motus dell’animo verso il genere femminile», di cui dianzi, qualche anno fa, nella toponomastica tarantina, una piazzetta è stata dedicata alla contessa di Lecce, nonché moglie del principe Raimondello Orsini del Balzo, Maria d’Enghien, che, raccontano non fosse proprio di costumi irreprensibili. «Una castellana molto, molto ospitale e dai moti dell’animus sensibilissimi al genere maschile». E stavolta, ride di gusto. – 2, continua (leggi qui l’articolo precedente sui dialoghi sul Sud con Don Cosimo Damiano Fonseca) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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