1989, la “bugia bianca” a un padre disperato nella sciagura di Santa Maria delle Azzorre

1989, la “bugia bianca” a un padre disperato nella sciagura di Santa Maria delle Azzorre

A Lisbona, ultimamente, ho ritrovato degli appunti su un avvenimento terribile di oltre 30 anni fa. Ve lo propongo per la rubrica “cose dell’altro mondo”. In inglese si chiamano “bugie bianche” (white lies), che io tradurrei come “candide invenzioni”. Molte volte servono a mascherare innocue marachelle, ma possono anche lenire grandi dolori. Quella volta, su un’isoletta portoghese, mentimmo fra i corpi dilaniati nello schianto di un charter con 137 passeggeri a bordo, tutti italiani nel fiore degli anni

Lettera di CARLO GIACOBBE, da Lisbona
 

ERA UN POMERIGGIO di febbraio del 1989. A Lisbona, dove vivevo come corrispondente di una grande agenzia di stampa, c’era la classica calma piatta. Mi scuote una telefonata: un aereo di una compagnia charter statunitense, con a bordo 137 passeggeri tutti italiani e sette membri dell’equipaggio, partiti da Orio al Serio (Bergamo) e diretti a Santo Domingo, era precipitato nell’isoletta di Santa Maria, nelle Azzorre, in fase di atterraggio per uno scalo tecnico. Non c’erano superstiti. 

Niente cellulari, niente internet, niente tecnologia digitale di appoggio… Nonostante ciò, riesco a farmi dare l’unico posto disponibile sull’ultimo volo Tap della giornata diretto in quell’arcipelago portoghese nel mezzo dell’Atlantico. Le vittime erano quasi tutte nel fiore degli anni, tra di loro diversi bambini. Vi risparmio lo scenario apocalittico di quella notte sul luogo del disastro, malamente illuminato dalla sola fotoelettrica esistente. Il giorno dopo, mentre la piccola comunità dell’isola, tre o quattromila persone in tutto, si prodiga nella raccolta dei corpi, cominciano ad arrivare i primi voli dall’Italia. Un C-130 militare con inutili attrezzature mediche e una squadra di Vigili del fuoco, un altro velivolo carico di bare vuote, un charter della Rai con giornalisti e tecnici, medici legali sia da Roma che da Lisbona, funzionari della Boeing da Seattle, personale dell’Ambasciata italiana di Lisbona, qualche altro giornalista. Di fronte a una bolgia del genere, le autorità portoghesi e quelle consolari italiane cercano in tutti i modi di dissuadere i familiari delle vittime dal recarsi a Santa Maria, le cui risorse logistiche erano del tutto inadatte a far fronte a una simile emergenza. 

Per capire la situazione, basti pensare che il sindaco dell’isola, la cui attività normalmente si divideva tra il municipio e una vigna che si coltivava da solo, non sapendo bene che fare aveva chiesto all’unica impiegata comunale a tempo pieno, che forse non aveva ancora 18 anni, di compilare un primo inventario dei corpi che venivano recuperati. Sulla porta di un hangar adibito a gigantesca morgue, la povera ragazzina, la quale più tardi mi avrebbe raccontato che prima di allora di morti aveva visto soltanto il nonno, serenamente composto nel suo letto, quando la vedo era livida in volto e pareva sull’orlo di svenire. Ricordo di averla invitata a prendere una boccata d’aria, dicendole di non preoccuparsi se saltava qualche recupero, perché in ogni caso c’erano gli specialisti cui toccava di annotare tutti i reperti. La condussi fuori per dieci minuti e dopo una sigaretta sembrò riprendersi un poco.

Il secondo giorno qualcuno, da Lisbona, avverte che non si era riusciti a impedire a un magistrato italiano, padre di un ragazzo che come gli altri andava verso la sospirata vacanza esotica, dal recarsi sull’isola. Nessuno di quei corpi era rimasto integro dopo lo schianto. Di molti morti si erano recuperate e si continuavano a trovare solo parti irriconoscibili. L’impatto però, per qualche ragione, non aveva devastato troppo un numero esiguo di cadaveri, tra cui quello del ragazzo, identificato grazie a un documento che era rimasto nel giubbetto che ancora copriva la salma. O meglio, la parte superiore di essa, con il volto e le mani quasi integri. Dopo tutto, la faccia e le mani sono ciò che di più esprime l’identità di una persona e che — per qualche tempo — ne conserva i tratti. Invece del resto del corpo, tagliato a metà dalla cintura di sicurezza, non era ancora stato trovato (o identificato) nulla. Tutta quella allucinante massa di corpi era stata collocata nell’hangar, trasformato in una galleria di orrori. 

Mi viene incontro l’impiegata del municipio, che dal giorno prima avevo perso di vista. Può sembrare un dettaglio trascurabile, ma a me è rimasto impresso ancor più di quei morti. È la dimostrazione più evidente dell’umano spirito di adattamento che la vita mi abbia offerto. Mentre avverte che il signore italiano sta per arrivare, lei si aggira tra quei cumuli maleodoranti, frugando tra sacchi neri e sotto ai macabri teli. Poi indica un corpo, invitando i Vigili e chi fosse disponibile a sistemarlo un po’. Erano passate forse 24 ore appena; la ragazzina non solo era diventata adulta; avrebbe potuto essere un componente della famiglia Signoracci, celebre dinastia di “preparatori” della morgue di Roma… Così ci attiviamo tutti, anche il giornalista improvvisatosi perito settore, per comporre quella salma in modo che sembrasse integra. Sotto al telo che lasciava scoperti viso e braccia avevamo messo qualcosa di voluminoso che potesse far immaginare gli arti. 

Basta: quel povero padre, che accompagnato da un funzionario della nostra Ambasciata di Lisbona si aggirava sconvolto in mezzo alla tragedia collettiva, finalmente riconosce suo figlio. Si accoccola sul pavimento, vicino a lui, lo bacia sulla fronte, gli accarezza i capelli e le mani. A noi, che per discrezione ci eravamo tenuti a qualche metro di distanza, poi fa un gesto per farci avvicinare. Si alza in piedi, ci guarda e tornando a posare gli occhi sul figlio, per l’ultima volta, dice con tono calmo: «Guardate, sembra che dorma. Tutti questi altri, invece… Come si spiega un miracolo del genere…». Noi, travolti dall’emozione, balbettiamo qualche parola ovvia quanto bugiarda: «Ha visto? Nella tragedia terribile che vi ha colpiti, lei è l’unico che ha avuto la consolazione di poterlo salutare così com’era… Adesso però venga via, i periti devono fare il loro lavoro e a lei non fa bene restare qui». «Avete ragione, andiamo. Ora che l’ho visto posso ripartire rasserenato nel mio indescrivibile dolore». © RIPRODUZIONE RISERVATA