1 / “Battaglia del grano”. Guerra, pane e pace: si svuotano i granai e i prezzi salgono. Fine delle vacche grasse

1 / “Battaglia del grano”. Guerra, pane e pace: si svuotano i granai e i prezzi salgono. Fine delle vacche grasse

Sul piano alimentare l’Italia non è autosufficiente. Siamo autosufficienti solo nel caso di prodotti ortofrutticoli e vino. Se dovessero per qualsiasi motivo chiudersi le frontiere ci sarebbero problemi a sfamare 1/4 della popolazione, che rimarrebbe senza cereali, patate, zucchero, legumi, latte, carne e, addirittura, olio d’oliva. Come mai? I motivi sono diversi e certamente un contributo alla situazione deriva anche dalla cementificazione del territorio. Secondo Confagricoltura, in soli trent’anni sarebbe andato perso, in Piemonte, il 20% delle superfici agricole. Su scala nazionale, secondo Ispra, fra terreni agricoli e territori incolti sarebbero andati persi oltre due milioni di ettari, impermeabilizzati al ritmo di 2 metri quadrati al secondo. La guerra in Ucraina ci rimette brutalmente di fronte ad una realtà rimossa

L’analisi di MARIA LODOVICA GULLINO
DECENNI DI VACCHE GRASSE hanno un po’ fatto dimenticare e sottovalutare a molti l’importanza dell’agricoltura e, soprattutto, di un’agricoltura tesa a sostenere una popolazione in crescita a livello mondiale. Negli ultimi anni troppo spesso ha prevalso la considerazione, tanto trendy quanto poco realistica, che un paese come l’Italia dovesse essere destinato quasi esclusivamente all’agricoltura cosiddetta di nicchia. Questo atteggiamento è, spesso, purtroppo, fondato sull’idea, assai poco scientifica, che l’agricoltura tradizionale (convenzionale) sia per forza di minore qualità. In realtà, gli incontestabili avanzamenti della ricerca hanno permesso di aumentare in modo significativo lo standard qualitativo dei nostri prodotti agricoli. Troppo facilmente si è dimenticato che basta poco (un’annata particolarmente siccitosa, gravi attacchi parassitari, ad esempio) per compromettere le rese di produzioni importanti per la nostra alimentazione. 

In questi ultimi mesi, come abbiamo visto, fattori inattesi (la pandemia da Covid-19 prima, la guerra in Ucraina poi) hanno riportato all’attenzione di tutti l’agricoltura. Che è e deve restare un’attività di grande importanza, a cui dedicare attenzione, rispetto, ricerca e risorse. La situazione generata dalla guerra in Ucraina sta avendo e avrà importanti ripercussioni sugli approvvigionamenti alimentari (cereali e oleaginose in primis) e energetici del nostro Paese e non può non suscitare alcune riflessioni. Riflessioni molto ben espresse su “Italia Libera” il 22 aprile 2022 da Vittorio Emiliani, che giustamente ci ricorda che, nel secolo scorso, proprio l’Italia, grazie al lavoro di miglioramento genetico sul frumento di Nazareno Strampelli, ha letteralmente nutrito il mondo. Strampelli, infatti, modificò i metodi di miglioramento genetico fino ad allora utilizzati, introducendo l’ibridazione, per trasferire caratteri utili da una specie all’altra. Una tecnica ardita, che ai suoi tempi (egli operò sotto il fascismo e scomparve nel 1942) veniva considerata contro natura e suscitò opposizioni, così come oggi la manipolazione genetica.  

Il primo ibrido Strampelli lo ottenne incrociando la varietà Rieti con la varietà Noè. Quali le caratteristiche delle due varietà? Il Rieti allettava (cioè cresceva molto ma poi si ripiegava verso terra) ma era resistente alla ruggine, mentre Noè non allettava ma era sensibile alla ruggine. Dopo centinaia di incroci, nel 1914 la varietà Carlotta Strampelli (che il genetista dedicò alla moglie), resistente alla ruggine, al freddo e all’allettamento, si diffuse. Quando questa varietà incontrò qualche problema, il nostro Strampelli li affrontò e, dopo una serie di incroci, ne produsse una nuova: Ardito, che ebbe un grande successo. Un po’ più tardi, negli anni 1960, un genetista americano, Norman Borlaug, ottenne ibridi di grano e riso di grande interesse per la loro produttività, anche perché capaci di sfruttare al massimo l’energia derivante da input esterni quali irrigazione e concimazione: tali varietà conquistarono Messico e India, contribuendo a sconfiggere la fame. È la famosa “Rivoluzione verde”. 

Nel 1970 Norman Borlaug fu insignito del Premio Nobel per la pace. Chi produce pane produce pace, fu la motivazione. Pane e pace. Due parole che tornarono alla nostra attenzione durante la cosiddetta “Primavera araba”. Con la crisi dei mutui negli Stati Uniti dal 2006 le banche spostarono miliardi di dollari sulle materie prime tra cui quelle alimentari, considerate più sicure. Questa componente speculativa fece aumentare i prezzi, in caso di scarso raccolto, di 2-3 volte più di quanto sarebbe stato normale. Diminuendo l’offerta e aumentando la richiesta e i costi di produzione, i prezzi dei cereali salirono: il 5 gennaio 2011 in Algeria cominciarono le proteste per l’aumento del prezzo del pane, proteste che poi si espansero a Tunisia ed Egitto, Giordania, Sudan e Yemen. Fu un campanello di allarme, purtroppo colto da pochi e ben presto dimenticato. Del resto si trattava di aree geografiche con storici problemi di disponibilità di cibo. 

Torniamo per un attimo a Strambelli, le cui varietà di grano ottenute con il miglioramento genetico sono state esportate in tutto il mondo, risolvendo, in molte aree geografiche problemi di fame. Da allora l’Italia è diventata un paese sempre meno produttore e sempre più importatore di grano tenero e duro. Non tutti sanno che l’Italia, peraltro, non è alimentarmente autosufficiente: siamo autosufficienti solo nel caso di prodotti ortofrutticoli e vino; se dovessero per qualsiasi motivo chiudersi le frontiere ci sarebbero problemi a sfamare 1/4 della popolazione, che rimarrebbe senza cereali, patate, zucchero, legumi, latte, carne e, addirittura, olio d’oliva. Come mai? I motivi sono diversi e certamente un contributo alla situazione deriva anche dalla cementificazione del territorio. Secondo Confagricoltura Piemonte, in soli trent’anni sarebbe andato perso, in Piemonte, il 20% delle superfici agricole. Su scala nazionale, secondo Ispra, fra terreni agricoli e territori incolti sarebbero andati persi oltre due milioni di ettari, impermeabilizzati al ritmo di 2 metri quadrati al secondo. 

Se aumentano i costi del cibo nei paesi industrializzati poco male secondo molti, tutto sommato sarebbe l’occasione di passare a diete meno caloriche, considerando il numero enorme di persone in sovrappeso (1,9 miliardi nel 2014) e obese (600 milioni, sempre nel 2014). Il Rapporto 2022 sull’obesità dell’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità riporta che il 59% degli adulti europei e quasi 1 bambino su 3 (29% dei maschi e 27% delle femmine) è in sovrappeso o è affetto da obesità, ormai considerata una vera e propria malattia. Per chi vive in paesi in cui si spende il 70% del reddito familiare per l’alimentazione, contro il 13% dei paesi occidentali, basta poco per trovarsi alla fame. 

Quali le cause che hanno innescato l’aumento dei prezzi: a partire dalla crisi finanziaria del 2006 una serie di fattori economici, politici, oltre che tecnici, in parte casualmente, hanno agito in sinergia. Anzitutto i cambiamenti climatici influiscono sulla produzione di cibo, con il susseguirsi di annate difficili: ad esempio nell’estate 2010 in Russia e Ucraina caldo e siccità anomale causarono incendi che distrussero i raccolti di grano, mentre inondazioni hanno flagellato le coltivazioni in molte aree geografiche. Il cambiamento climatico, causato dalle attività industriali e da stili di vita sempre meno sostenibili, non sembra volersi arrestare, e, come ben sappiamo, se non verranno prese drastiche e urgenti misure di contenimento potrebbe divenire irreversibile. Non possiamo poi dimenticare che Paesi quali Cina, Brasile e India si stanno occidentalizzando, con conseguente aumento della richiesta di cibo, dovuto alla crescita demografica e all’aumento del consumo di carne. In tempi di scarsi raccolti vi è la tendenza da parte dei paesi produttori a bloccare le esportazioni, mentre i paesi importatori aumentano le importazioni per cercare di creare delle riserve. Ne segue una minore offerta e una maggiore richiesta. L’aumento del prezzo del petrolio incide fortemente sui costi dell’agricoltura intensiva, fortemente meccanizzata e caratterizzata dal trasporto dei prodotti anche a lunghe distanze.  

Questi aumenti interessano sia i paesi industrializzati sia le economie emergenti. La guerra in Ucraina, paese produttore di buona parte dei cereali consumati nel mondo industrializzato e non, rischia di determinare una vera e propria emergenza alimentare, sia per questioni logistiche (dovute al blocco dei prodotti nei porti del Mar Nero) sia per la ridotta produzione nella stagione agraria del 2022, nel paese funestato dalla guerra. Con gravi ricadute per l’agricoltura italiana, come vedremo in un altro articolo nei prossimi giorni. (1. continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA
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