Trivelle, Greenpeace per il sì: "Non petrolio ma bitume inquinante: la vera questione è lo smantellamento delle piattaforme"

Intervista con il presidente Andrea Purgatori: "Il referendum è l'unico modo per proteggere le nostre coste dall'inquinamento"

Trivelle, Greenpeace per il sì: 'Non petrolio ma bitume inquinante: la vera questione è lo smantellamento delle piattaforme'
di Antonella Loi

Votare sì perché "queste piattaforme che trivellano il mare davanti alle nostre coste tirano fuori non petrolio ma bitume di scarsa qualità". Cioè "il petrolio non c'è e chi parla di risolvere così i problemi energetici del Paese". Andrea Purgatori, giornalista e presidente di Greenpeace Italia, una delle più importanti associazioni ambientaliste internazionali, in prima linea nella campagna a favore del referendum del 17 aprile, libera il campo dalle suggestioni: petrolio non ce n'è e se si tirasse fuori tutto quello che i giacimenti possono dare ne avremo "per pochi mesi". Il tutto a fronte di rischi altissimi, nettamente superiori ai vantaggi.

E' così?
"Se non fosse così perché l'Eni sarebbe dovuta andare davanti al porto di Alessandria e non davanti alle nostre coste? E aggiungo che questo referendum serve a chi ha ottenuto le concessioni a non smantellare le piattaforme che, in alcuni casi, ferme lì da decenni, sono completamente arrugginite e inquinanti, perché farlo costerebbe un sacco di soldi".

> Trivelle sì, trivelle no: tutto quello che c'è da sapere sul referendum

Se vincesse il sì, a scadenza ogni società petrolifera dovrebbe smantellare le piattaforme?
"Certo, anche questo con tutti i rischi che comporta, ma almeno si toglierebbero questi obbrobbri che sono totalmente inutili". 

Insomma: poco petrolio e scarsa convenienza all'estrazione. Però Renzi invita all'astensione per non far raggiungere il quorum.
"La ragione mi risulta ignota. Ma bisognerebbe anche chiedergli perché da una parte va a inaugurare un impianto dell'Enel in Canada che punta tutto sulle energie rinnovabili e dall'altra sostiene queste perforazioni inutili. Tanto più che l'Enel ha fatto la scelta di abbandonare il combustibile fossile e lo ha fatto rompendo un cartello con le altre multinazionali dell'energia. Quindi bisognerebbe chiedergli che senso ha tenere queste piattaforme che non tirano su niente. Non estraggono neanche il minimo del quantitativo previsto, infatti sono sotto la franchigia. E' incomprensibile".

Insomma, non c'è un ritorno per lo Stato: royalties basse e la tassazione soffre della franchigia: cioè se si estrae sotto una certa soglia non si paga nulla.
"E non solo, bisognerebbe anche provare a ragionare su cosa c'è intorno alla piattaforma davanti alle coste pugliesi - c'è un'inchiesta in corso - dove per tutto il tempo in cui hanno perforato hanno iniettato tutte le scorie nel buco che avevano fatto senza tirare fuori il petrolio. E tutto quel materiale inquinante è ancora là sotto".

Dall'altra parte ci sono le energie alternative su cui lo Stato sta investendo meno, dice un rapporto dell'Onu.
"Torniamo sull'Enel, una delle più grandi multinazionali di energia al mondo: perché l'Enel un anno fa - l'hanno comunicato a Greenpeace in un incontro ufficiale - dal punto di vista strategico e del profitto ha spiegato che la scelta delle energie rinnovabili era la scelta del futuro? E così hanno cominciato a fare. Continuo a non capire perché difendono il vecchio barile di petrolio vuoto".

Primo referendum, tra l'altro, chiesto dalle regioni che su questa materia chiedono di avere voce in capitolo. Che significato ha questo secondo lei?
"Ha un significato dal punto di vista delle regioni, ma quello che interessa Greenpeace è un problema di inquinamento, ecologico, di tutela delle nostre coste, sia dal punto di vista ambientale che turistico. Quindi di fronte ai dati che abbiamo in mano, penso francamente che non ci sia discussione. Anche quello che si dice sull'occupazione: si parla di diecimila posti di lavoro persi e non è vero, sono poco più di un migliaio. Di che cosa stiamo parlando? I nostri studi lo dicono chiaramente: buona parte delle piattaforme sono praticamente abbandonate. E' lo stesso discorso dello smantellamento: è un costo per chi le ha impiantate e non è riuscito a trarre niente. In virtù di questo non possiamo tenerci questi obbrobbri davanti alle coste".

L'inchiesta di Potenza ci dice che ci sono zone d'ombra intorno alle trivelle.
"Ma infatti di quello che viene estratto in Basilicata, solo una piccola parte rimane in Italia. Nettamente inferiore a quella che viene concessa in altre parti del mondo. Il nostro è un paese che è stato usato dal punto di vista delle scorie e dei rifiuti, dal punto di vista ambientale credo che questo referendum sia un referemdum di civiltà e votare sì per l'abrogazione delle concessioni di queste piattaforme è un dovere di tutti, non solo di chi abita nelle dieci regioni che si sono opposte. Ma credo che sia un segnale al governo, perché tenga contro delle opinioni dei cittadini e non solo dei presunti petrolieri".

> Le ragioni del no al referendum. Nomisma: "Accanimento dell'ambientalismo radicale: errore abbandonare il petrolio"

di Antonella Loi