"Addio" alla Sardegna. Reportage sulla fine del lavoro nel deserto post-minerario

Il libro di Angelo Ferracuti è un grido d'allarme: "Il dramma di questa gente ci parla del fallimento del capitalismo"

"Mi sembrava l'unica cosa da raccontare". Per Angelo Ferracuti alternative non ce n'erano. Dipingere l'Italia attraverso le vicende di uno dei suoi territori più tormentati e raccontare il continuo "conflitto tra capitale e lavoro", è quasi un atto dovuto. Il Sulcis che passa dal boom al declino minerario e, subito dopo, dall'illusione industriale alla desertificazione produttiva e sociale, con i suoi 30mila disoccupati (73,9% sono giovani) e 40mila pensionati su 130 mila abitanti, è oggi la provincia più povera d'Europa. Ma è anche l'emblema della trasformazione, traumatica, in atto in molte parti d'Europa. Addio - Il romanzo della fine del lavoro (Chiarelettere) non è solo una finestra aperta sul mondo che cambia ma anche sull'inadeguatezza delle soluzioni politiche - e sindacali - nel prevedere e tamponare anche solo le conseguenze più drammatiche. Dalla chiusura delle miniere, che per decenni hanno dato stipendi, oltre a malattie e devastazione ambientale, alla fine dell'illusione industriale, serbatoio di contenimento sociale nella difficile fase di passaggio, quel che resta oggi del Sulcis è un deserto "soprattutto umano". E Ferracuti lo sa raccontare, attraverso personaggi, protagonisti di ieri e di oggi, che "sembrano scrivere loro stessi la storia". Il risultato è un reportage intenso, con risvolti quasi intimistici. "Scrivo sempre i miei libri in maniera molto corporale, cerco di fare un racconto che tenga dentro anche la mia esperienza sensoriale con i luoghi e umana con le persone", spiega a Tiscali.it.

Ferracuti: raccontare il Sulcis significa raccontare l'Italia?
"Quello che colpisce in un territorio come il Sulcis è un ibrido di struggente bellezza del paesaggio, il fascino del mondo minerario e l'impoverimento dignitoso della popolazione. Mi ha colpito molto e commosso quando andai per la prima volta a Carbonia invitato dalla Cgil. E così sono tornato e tornato ancora, per due anni. Il tentativo è quello di calarsi dentro completamente, per capire le ragioni profonde delle storie e spero che il libro sia un po' severo. Quello che mi ha fatto piacere è che le persone che ho descritto si sono riconosciute, si sono viste allo specchio". 

In questo libro emergono tutte le contraddizioni del dramma sulcitano. C'è un futuro diverso?
"L'angoscia che provavo tornando dai miei viaggi nel Sulcis, è che la situazione peggiorava. C'è una descrizione di Carbonia che lo spiega: dalla prima volta all'ultima ho notato un peggioramento. E di fronte a tutto questo la scompostezza della politica e le proposte illusorie. Come per esempio la proposta di installare un'industria a biofuel, di quelle che negli Stati Uniti stavano smantellando perché troppo inquinanti... E questo in un territorio già parecchio compromesso. Cose che non avvengono solo qui. Lo specchio della crisi di tutti vista da dove è più forte".

Il titolo del libro, Addio, si riferisce a questo?
"Esatto: la fine e la nostalgia per una civiltà che abbiamo vissuto e davanti l'ignoto. Con, ovviamente, un senso di angoscia molto forte. L'impoverimento non c'è stato solo nel Sulcis, lì diciamo che era per me più facile raccontarlo perché le dinamiche di deterioramento sociale sono più forti. Ma conoscendo l'Italia, la deindustrializzazione, il disagio e la paura del futuro sono delle costanti". 

Addio richiama anche il fenomeno dell'emigrazione, drammatica attualità.
"Infatti il titolo viene proprio da quello. Io pensavo alla canzone di Domenico Modugno, che dice 'addio addio amata terra mia amara terra mia', che parla proprio della condizione ciclicamente storica della gente del Meridione: come inizia una crisi ricomincia l'esodo. E c'è anche il dramma, lo racconto, dei giovani che magari vanno in Inghilterra e lì sono costretti a fare un lavoro da fame. Spesso tornano sconfitti". 

Nel Sulcis ci sono zone come Portoscuso dove, secondo un recente studio, il territorio è talmente inquinato che non si può stabilire dove costruire. E già dal 2012 la Asl vietò la vinificazione da uve locali e il cibo prodotto in loco come alimento per i bambini. I dati sui tumori e sulle patologie degli adulti sono simili a quelle della Terra dei fuochi. Come è potuto accadere?
"Questo aspetto che è tipico del capitalismo. Paolo Volponi, mio conterraneo, le chiamava 'le mosche del capitale'. Che succhiano e spremono tutto quello che possono e poi abbandonano e vanno a sporcare da un'altra parte. Io racconto anche il caso dell'Alcoa in Islanda. Metto insieme queste due bellissime isole unite da uno stesso caso. L'Alcoa dopo aver lasciato a casa lavoratori e veleni nei terreni e nell'aria, ha delocalizzato in Islanda dove, insieme all'italiana Impregilo, ha distrutto una baia patrimonio dell'umanità per metterci una fabbrica d'alluminio. E l'Islanda non ne aveva neanche bisogno: ha avuto una crisi economica piuttosto breve, la popolazione è poca e il colosso dell'alluminio ha assunto in prevalenza cinesi e bengalesi. Ha portato solo il disastro ambientale". 

Una cosa che sottolinei nel libro è che nonostante tutto "la solidarietà non è morta". C'è ancora speranza? 
"Questo è stato evidente quando sono arrivati i profughi da più parti d'Italia e il Sulcis li ha accolti senza minimamente scomporsi. Questa è la dimostrazione che questo tessuto solidaristico, creato dalla civiltà delle miniere, ancora resiste. C'è chi, come Calia della Caritas, dice che un po' ha subito dei cedimenti. Però rispetto ad altri territori persiste: la capacità di resistenza, dove la crisi c'è sempre stata".

Un insegnamento importante...
"Sì, qui c'e un tenore di vita molto più basso e questo ci insegna che se siamo un po' meno consumisti viviamo lo stesso. I sardi poi dalla loro hanno il forte attaccamento alla terra". 

Nel libro traspare anche l'immagine della rassegnazione. La domanda è se nelle istituzioni e nella gente ci sia ancora spazio per un'idea di futuro differente.
"Mi auguro che una soluzione si trovi, non si può lasciare un'intera comunità nella disperazione che punti a uno sviluppo vero più che a un surrogato. Quando hanno chiuso le miniere e aperto un polo dell'alluminio a Portovesme è stata realizzata un'opera a metà con tanti problemi che si sono trascinati per anni. Io penso che la vocazione di quella zona sia una vocazione soprattutto turistica. Partendo magari da questo parco geominerario che secondo me è una cosa straordinaria. La resa però c'è, soprattutto negli ex operai che dopo anni di lotte hanno cominciato a sentirsi impotenti. Ma le soluzioni non spettano agli scrittori. Io fotografo e racconto la condizione umana di chi soffre nel Sulcis come in Belgio o nelle periferie parigine. Denuncio la crisi di un sistema e di un intero continente".