Molinari: "Stragi come quella di Manchester si moltiplicheranno. Vi spiego perché non vengono bloccati i finanziamenti all'Isis"

Il direttore de La Stampa, già inviato in Medio Oriente, analizza lo scenario della guerra jihadista. Le azioni di contrasto europee, e il flusso di soldi da intercettare

Maurizio Molinari
Maurizio Molinari
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

I lupi solitari carichi di esplosivo e di odio sono ancora tra noi. L'attentato alla Manchester Arena che ha fatto almeno 22 morti e 60 feriti nel momento in cui scriviamo, riporta il terrore nel cuore dell'Europa già incrinato dall'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. A terra restano molti corpi di giovani e giovanissimi, in una serata di sangue, urla di terrore e fuga disordinata da quella che fino a poco prima era stata una festa musicale, il concerto di Ariana Grande, teen idol e simbolo di tutto ciò che l'estremismo islamico odia. La guerra non è finita, e potrebbe volerci un'intera generazione prima che se ne arrivi a capo, come ricorda Maurizio Molinari, già inviato in Medio Oriente e attuale direttore de La Stampa.

Maurizio, in che misura l'attentato di Manchester si lega alla disfatta militare e territorialeche l'Isis sta subendo in Medio Oriente?
"Nell'ultima settimana Isis ha postato una serie di messaggi da Mosul, in cui si vedono i jhadisti rimanenti nei due quartieri della città occupati dal Califfato, che si appellano a quelli europei perché compiano un attentato. Questi jhadisti sono francesi, americani, belgi e tedeschi. E' evidente che nella misura stessa in cui il Califfato perde l'elemento territoriale torna ad affidarsi alla sua identità primordiale, che è quella dell'organizzazione terroristica. Puntando sul contagio ideologico. E' una lunga guerra, dove da una parte combattono con una ideologia che contagia singole persone, dall'altra l'Occidente oppone la sua resistenza".

Dobbiamo aspettarci una moltiplicazione di atti terroristici come questo?
"Sì. I gruppi jihadisti, che siano appartenenti al Califfato, ad Al Qaeda o ad altre sigle, sono spinti da una molla ideologica, l'attacco al concerto è la summa della deprivazione occidentale. Ci sono i giovani, vestiti all'occidentale, c'è la popstar americana, c'è la musica, se uno va a leggere quel che scriveva Hassan al-Banna nel 1924, fondatore dei Fratelli musulmani e primo teorizzatore della jihad, quello che lui più odia è nel concerto di Manchester".

Torna anche il tema delle falle nella collaborazione tra le intelligence dei vari Paesi europei.
"La realtà è che da circa un anno la collaborazione fra le intelligence europee è migliorata. Si sono trovate forme di raccordo, non siamo ancora ai livelli dell'Fbi. Il punto è che ci sono singoli Paesi europei che hanno strutture interne deboli. Ad esempio il Belgio, dove la polizia fa anche il lavoro dei servizi segreti. In Francia i vari dipartimenti di polizia hanno fra loro raccordi deboli. Gli inglesi sono quelli che funzionano meglio. Noi italiani siamo un'eccellenza, però bisogna tener presente che le difficoltà dei servizi dipendono dal numero di persone a rischio. In Francia gli individui conosciuti come pericolosi sono 16mila. Parliamo di operazioni di sorveglianza molto complesse. In Italia ne abbiamo di meno, e usiamo una tattica diversa: non sorveglianza ma immediata espulsione. Negli ultimi due anni ne sono stati espulsi circa cinquecento l'anno". 

Un altro dei temi che tornano a galla di fronte agli attentati sul suolo europeo è: come mai nessuno taglia il flusso di soldi che dagli Emirati vanno ad alimentare l'Isis dal punto di vista finanziario, militare e tecnologico?
"Bisogna fare una premessa: c'è Isis, c'è Al Qaeda ma c'è un'altra galassia di jihadisti. Al Qaeda in Maghreb e Al Qaeda in Yemen sono due organizzazioni diverse. I gruppi saranno centinaia, prima o poi si associano fra loro. E' vero che ricevono donazioni private, da più singoli residenti nei Paesi del Golfo. La caccia a questi soldi è una priorità da parte dell'intelligence occidentale. Non a caso quando il presidente Trump ha parlato alle autorità di Riyad, ha detto chiaramente: drive them out, cioé espelleteli dai vostri Paesi. Questo è il passaggio che manca. ll Paese su cui si concentrano le maggiori pressioni è sicuramente il Qatar, perché ha una tradizione di ospitalità di Fratelli musulmani. Non tutti, fra loro, sono jihadisti, ma la radice è comune a quella degli estremisti. Tempo fa i sauditi fecero un telethon pubblico per donare soldi ad Hamas, la partecipazione fu di migliaia di cittadini. Bisogna identificare e bloccare queste donazioni".