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[L'intervista] La rivolta delle Ong cattoliche, Cattai: "Indignati dalle politiche migratorie di Salvini"

Il presidente del Focsiv, ma anche Pax Christi, chiedono di superare posizioni “ormai trite e ritrite” che allentano il senso di solidarietà della gente

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
[L'intervista] La rivolta delle Ong cattoliche, Cattai: 'Indignati dalle politiche migratorie di Salvini'

Forse perché “folle”, le Ong cattoliche ma anche il vescovo presidente di Pax Christi, non riescono a comprendere la ragionevolezza delle politiche del ministro Salvini nei confronti degli immigrati e sono turbati da tanta “crudeltà, strumentalizzazione, indifferenza di fronte alla morte”  che si sta allargando a macchia d’olio anche per fatti di cronache quotidiane come l’uccisione de carabiniere Mario Cerciello Rega. Perciò non smettono almeno di esprimere la loro indignazione a voce alta sperando di far breccia nel cuore della gente.
Gianfranco Cattai, presidente delle Ong cattoliche raggruppate nella Focsiv (Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontariato) nato nel 1972, in una breve intervista rilasciata a Tiscali.it, sul nodo immigrati è ancora più drastico verso Salvini: “Non ho capito in che cosa consiste “aiutiamoli a casa loro” se contemporaneamente riduciamo i fondi della cooperazione internazionale”. Il vescovo Giovanni Ricchiuti e Cattai non si sono previamente consultati ma sono tra loro in sintonia. "Mi chiedo – continua il monsignore in una dichiarazione diffusa da Pax Christi – se esista ancora, a sentire le ormai trite e ritrite dichiarazioni dell’imperturbabile Ministro dell’Interno, il rispetto per le regole fondamentali del mare. E, ancora più grave, dov’è il rispetto per la vita?”.
A Cattai, Tiscali.it ha chiesto della brutta aria che sembra respirarsi oggi in Italia nei confronti delle Ong dopo i reiterati attacchi di esponenti governativi. Una brutta aria che si consolida perché prevalgono gli slogan sui fatti reali. E la gente, cattolici inclusi, è disorientata. A ogni modo, in Italia e in Europa non è primario per le Ong un discorso di soldi –pur necessari – ma il fare scelte politiche che oggi faticano a muoversi in sintonia con la solidarietà. 

Presidente per voi delle Ong tira una brutta aria nella politica italiana. Pensa che anche la gente sia disamorata nei vostri confronti?
"Tira una brutta aria della politica italiana nei confronti di quella cultura voluta dalla Legge di cooperazione allo sviluppo che all’articolo 2 prevede 'nel riconoscere la centralità della persona umana, nella sua dimensione individuale e comunitaria, persegue, in conformità coi programmi e con le strategie internazionali definiti dalle Nazioni Unite, dalle    altre organizzazioni internazionali e dall'Unione europea, gli obiettivi fondamentali volti a: a) sradicare la povertà e ridurre le disuguaglianze, migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e promuovere uno sviluppo sostenibile; b)  tutelare e affermare i diritti umani, la dignità dell'individuo, l'uguaglianza di genere, le pari opportunità e i principi di democrazia e dello Stato di diritto; c) prevenire i conflitti, sostenere i processi di pacificazione, di riconciliazione, di   stabilizzazione post-conflitto, di consolidamento e rafforzamento delle istituzioni democratiche. Di conseguenza non può che tirare una brutta aria per le Ong. La gente, inclusi i cattolici, è fondamentalmente disorientata".

Ha paura di quella che voi chiamate diffamazione sistematica nei confronti delle Ong?
"La sistematica diffamazione, la creazione del dubbio attraverso il sospetto, ha il potere di incidere sulla fiducia che è l’elemento fondante di ogni associazione di solidarietà internazionale. Ricordo che i magistrati di Catania e Trapani pur avendo sistematicamente dichiarato dei sospetti non hanno mai proceduto con alcun procedimento giudiziario. Quindi ho paura degli effetti di questo investimento sistematico".

Questo clima ostile vi spinge a rapporti più competitivi tra le stesse Ong per rubare la scena mediatica?
"Come presidente della Focsiv, 86 organismi di orientamento cattolico, continuo ad operare per fare più sistema, più rete. Se ci rafforziamo insieme ciascuno può avere maggiori vantaggi".

Le Ong cattoliche sensibili alla solidarietà sono apparse un po’ defilate rispetto a quelle realtà sensibili alla filantropia semplicemente. E’ successo davvero tale separazione?
"Nei fatti è capitato anche perché le associazioni sensibili alla solidarietà hanno potuto contare sui rapporti diretti con le comunità locali di riferimento".

In Italia parecchie persone hanno atteso invano che in mare per salvare immigrati comparisse una nave di Ong italiane. Per questo è stato facile per alcuni accusarvi di critiche e riserve nei confronti di Carola Rackete?
"Ho avuto modo – vedi Avvenire del 23 luglio – di esprimere la solidarietà nei confronti di Carola Rackete e di argomentare che “la diversità delle Ong è ricchezza per la solidarietà”. Nell’articolo stesso avevo avuto modo di dire “Forse noi delle Ong italiane (quelle classiche )  abbiamo mancato di coraggio nel mettere in mare accanto alle altre una nostra  nave con la trasparenza dovuta. Tuttavia, non è mai troppo tardi”. Lo credo proprio".

Quale resta il nodo della contesa tra le Ong e il ministro dell’interno Salvini?
"Sarei capace a rispondere se avessi capito qual è la politica del Ministro in una prospettiva a medio termine. Ovviamente altro discorso è il Mediterraneo. Ma non ho capito in che cosa consiste “aiutiamoli a casa loro” se contemporaneamente riduciamo i fondi della cooperazione internazionale".

Voi criticate Salvini ma non risparmiate neppure l’Europa con cui nel passato vi siete trovate interpretate e sostenute. Si tratta di tagli ai contributi ricevuti?
"Si tratta di mancanza di coraggio e di lungimiranza che oggi l’Europa non ha più. Si pensi per esempio alla Convenzione di Lomé degli anni 70 che di fatto si potrebbe dire che è un piano Marshall di oggi. Perché il cosiddetto Piano Marshall non parte. Non è un problema di fondi ma di scelte condivise tra i nostri Paesi".

Lei presiede una Federazione di 86 organismi cattolici di cooperazione, ma la vostra voce è più flebile e meno considerata degli anni in cui le Ong erano meno di numero, ma godevano di stima e attenzione. Perché questa crisi?
"A scavalco degli anni 70 e 80 del secolo scorso ho avuto la fortuna di giocare il ruolo di presidente del gruppo cofinanziamento del Clong (comitato di collegamento delle 700 Ong europee). Avevo il tesserino da parlamentare europeo (ma non lo stipendio!) e dovevo riferire mensilmente alla Commissione Sviluppo dell’Unione. Progressivamente però le nostre parole chiave, il nostro approccio metodologico è stato fatto proprio dall’Unione e dai Paesi. Salvo non essere coerenti nei contenuti. Da parte nostra, purtroppo, come Ong abbiamo parlato del nostro impegno ma non sufficientemente dei risultati, dei progetti che, per parafrasare Pisani, molte sono state “piccoli miracoli” che continuano dopo 10-20 anni a dare dei risultati sostenibili. E che andrebbero moltiplicati con l’aiuto non solo dei fondi pubblici ma anche con la partecipazione di piccole e medie imprese".

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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