Daverio: "Siamo alla catastrofe. Grillo stregone, Renzi democristiano fallito. Smettiamo di votare: ecco cosa penso"

Il noto critico d'arte e scrittore parla di Ue, cultura, intellettuali, Web e mondo islamico, esprimendo un franco parere sui personaggi della politica: dall'ex premier al guru del M5S, da Berlusconi a Salvini e Gentiloni

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di Ignazio Dessì   -   Facebook: I. Dessì

Sulla situazione politica, economica e culturale del nostro Paese è sempre interessante ascoltare il parere di un maître à penser come Philippe Daverio, critico d'arte, scrittore, docente, autore, politico e personaggio televisivo. Alla domanda su cosa pensi del momento che viviamo, spara subito una risposta al fulmicotone senza fronzoli. “Siamo alla catastrofe – dice - e non si vedono vie d’uscita”.

Mamma mia Philippe, un'asserzione che fa tremare i polsi.
“Beh, basti pensare che in Italia, per realizzare prodotto e produrre davvero ricchezza, lavora non più del 10 per cento della abitanti, nel Nord arriviamo al 20-25 per cento e nel Sud al 3 o 4 per cento. Questa quantità piccola di persone tenta di far campare tutto il resto. Inoltre siamo arrivati a una fiscalizzazione di tipo svedese ma senza avere il meccanismo sociale della Svezia".

Questo il dramma, ma quale la soluzione?
“Non mi sembra ci possa essere una soluzione”

Non nell’immediato intende dire? Forse in un futuro prossimo?
“No, perché richiederebbe un tale stravolgimento da andare contro la norma della democrazia. In quanto - con la maggioranza che deve comandare sulla minoranza - abbiamo una maggioranza della maggioranza che non fa e comanda sulla minoranza che fa. Per di più molti di quelli che fanno o che sperano di fare espatriano”.

Brutto quadro quello da lei dipinto, da dove deriva a suo avviso?
“E' un fatto sociale nato nel corso degli anni, in particolare quelli del Caf, quando, per dare un ammortizzatore alla conflittualità e avere certi risultati, sono stati aumentati a dismisura i posti di lavoro improduttivi  e le aree di privilegio”.

Cosa pensa di Renzi, ci ha provato e non c’è riuscito o era solo un "temerario"?
“Matteo Renzi ha tentato in un modo rozzo di reinventare la Democrazia Cristiana e il patto tradizionale con il quale il Paese ha funzionato. Ma, ripeto, in modo molto rozzo e molto arrogante. Ha fatto un po’ arrabbiare i suoi e fatto molto arrabbiare gli altri, quindi è scoppiato. Credo sia scomparso dallo scenario politico".

E di Gentiloni?
Nomen Omen. Un uomo gentile”.

Lei ha avuto una polemica con il M5S quando è stato inserito tra gli stigmatizzati “giornalisti del giorno” del blog di Beppe Grillo. La sua opinione su di loro?
“Temo moltissimo la democrazia diretta perché il suo inventore è stato un imbianchino austriaco con i baffetti”.

E Berlusconi? Ha ancora un posto nello scenario politico italiano?
“Berlusconi si batterà finché avrà vita, perché deve difendere i suoi interessi e i suoi privilegi e, soprattutto, il suo progetto personale di autostima”.

Cosa mi dice di Salvini?
“E’ un furbo. Cerca di approfittare della situazione e di trovare spazio”.

Lei pensa si debba andare subito a votare?
“Penso che la cosa più seria da fare sia smettere di andare a votare”.

Viene da chiedersi come possa esplicarsi allora la democrazia.
“Diciamo che in alternativa si può votare scheda bianca per protesta. Ad un certo punto bisogna pur riuscire a delegittimare definitivamente il  meccanismo politico”.

Philippe Daverio

(Philippe Daverio)

Nel suo libro “Le stanze dell’armonia” lei parla di Europa. Sembra di capire però che l'Unione Europea così com'è non le piaccia.
“La Ue così com'è fatta è troppo monetarista, non ci sarà mai una vera Europa se retta esclusivamente dagli interessi della moneta”.

Serve una Europa con rappresentanze politiche democratiche, una vera Europa dei popoli?
“Altroché. Serve una Europa molto più politica, una Europa della parità dei diritti, molto più forte e molto più convinta. Ed è questa, per altro, l’unica salvezza per l’Italia”.

Dove si premi chi crea posti di lavoro e non chi specula?
“Sì, e non basta: solo quando avremo in tutti i Paesi della Ue la stessa tassazione, la medesima scolarizzazione e il medesimo walfare si potrà parlare davvero di Europa. E’ questa una battaglia molto importante, fondamentale per noi italiani, perché altrimenti saremo definitivamente destinati a vivere grandi difficoltà”.

Riprendendo una frase di Papa Wojtyła, lei ha sostenuto che “sarà la bellezza a salvare il mondo”. Quale può essere il ruolo della bellezza, e quindi della cultura, per l’Italia?
“Noi abbiamo ancora una straordinaria eredità, in base alla quale siamo ancora la vera culla dell’Europa. Ma dovremo chiedere un Piano Marshall europeo per salvare la storia d’Italia, tutelarne i beni culturali, le tradizioni e, in definitiva, la cultura”.

Con la cultura si mangia?
“Beh, la cultura è lo strumento con il quale le tribù si identificano, quindi è più importante ancora del mangiare”.

Perché l'Italia non utilizza appieno tale patrimonio?
“Se avessimo una classe politica leggermente più attenta e capace la utilizzeremo in modo ottimale. Basti pensare che mentre i tedeschi portano a casa per ogni   100 euro dati alla Ue più di quei 100 euro, noi, su 100 euro, ne riportiamo a casa solo 30. Lo ribadisco, molto dipende dalla nostra rappresentanza politica”.

Ora capisco perché una volta lei ha sostenuto che per governare bene il nostro patrimonio culturale sarebbe necessario affidarlo a un tedesco.
“Quella da me usata qualche tempo fa era ovviamente una provocazione, devo però dire che il povero Franceschini ci ha provato, se è vero che ha affidato a stranieri dei ruoli importanti in alcuni musei italiani”.

In definitiva, quanto è utilizzato a dovere il patrimonio culturale ed archeologico in Italia?
“Diciamo che è utilizzato e gestito al 20 per cento”

E’ impressionante, cosa si dovrebbe fare?
“Cercare una fortissima accelerazione integrativa nell’Europa per goderne i benefici”.

Quanto è importante la figura dell’intellettuale per lo sviluppo del Paese?
“Una volta lo era molto, oggi non si capisce più cosa siano gli intellettuali”.

Cosa intende dire?
“Il rischio è che chiunque non faccia un lavoro manuale sia considerato intellettuale”.

Perché, cosa fa un intellettuale?
“L’intellettuale è un uomo d’azione, un uomo che si impegna e tenta di far procedere la ruota della storia”.

Che spesso va anche controcorrente?
“Che va contro corrente anche a suo rischio e pericolo”.

Quanti intellettuali oggi lo fanno?
“Non ne conosco molti”

In questo contesto che importanza ha il Web?
“E’ fondamentale nella comunicazione e non ne abbiamo ancora percepito fino in fondo l’utilità. Equivale alla scoperta della stampa. Un mezzo a prezzo basso che alcuni possono anche usare a proprio vantaggio. Ma bisogna intendersi, pure la radio fu usata dal Duce e dal Führer, ma anche da Winston Churchill e Charles De Gaulle. Dipende tutto da chi sta dietro alla macchina della comunicazione, non dalla macchina della comunicazione".

I politici italiani l'hanno capito?
"Il dramma italiano è che le forze politiche tradizionali non hanno capito nulla dell’argomento, i Cinque Stelle hanno invece intuito la forza dello strumento. Resta però il fatto di un padre-padrone come Grillo che decide tutto in modo assolutamente fumoso, come una sorta di antico stregone. Sotto questo aspetto il fenomeno è facile da comprendere, basta guardare l’età dei protagonisti: i seguaci sono giovani, il padrone è un vecchio che usa la sua influenza per guidare un gruppo di giovani. Ed è probabile che alla fine si vada verso la contestazione”.

Però anche Renzi ha utilizzato Internet e i social.
“Sì, ma l’ha fatto in modo molto goffo. La cosa funziona se alla Rete poi corrispondono i comizi e la vita aggregativa. Grillo funziona anche perché predica bene. Lui fa due mestieri”.

Anche l'ex premier ha tentato di aggregare per innovare.
“All’inizio ha fatto un simulacro che è stata la Leopolda, dando una scossa molto forte, una messa in moto della democrazia, ma non poteva bastare”.

Siamo indietro quanto a cultura della comunicazione?
“La nostra struttura di comunicazione occidentale è molto più avanti della nostra struttura rappresentativa. Non sappiamo bene dove si va in treno mentre abbiamo idee su dove si va in Internet. Questa discrasia rende gli internauti esterni alla società e la società in ritardo rispetto alla tecnologia”.

Ci riprovo, ce lo dica davvero finalmente: è ottimista o pessimista? Ce la faremo a cavarcela ancora una volta?
“Questa volta sono finalmente pessimista”.

Insomma, lei vede un possibile disastro innanzi a noi.
“Sì, perché la realtà internazionale non è più quella in cui siamo stati cullati. Siamo stati prima sostenuti dalla forza risorgimentale, poi siamo impazziti negli anni di Predappio, poi risorti dopo la guerra. Adesso però siamo in balia di una situazione internazionale gravissima, dove tra l’altro il mondo arabo è una incognita irrisolvibile e rischiamo di essere sommersi dalla immigrazione”.

Questi stati di crisi in genere finivano con una guerra e poi si ripartiva ricostruendo dalle macerie. Oggi?
“Se si calcola che gli ultimi 15 anni sono stati inaugurati dalla caduta delle Torri gemelle di New York e proseguiti con i disastri della Mesopotamia e del Golfo ci si rende conto che abbiamo solo cambiato il meccanismo bellico ma non abbiamo cessato di fare guerre. In Siria abbiamo visto scomparire una città come abbiamo visto scomparire Dresda nella seconda guerra mondiale: Aleppo è la Dresda del Medioriente”.

Son sempre gli interessi di pochi che determinano queste cose, il mondo purtroppo continua a funzionare male, non trova?
“Per un lungo periodo il rozzo imperialismo americano, se non altro, aveva una logica: quella dell'interesse, appunto. Oggi è peggio. Una parte del mondo arabo ha di terribile che non si muove nemmeno per interesse. Il suo agire è legato unicamente alla sua organica arretratezza. Viviamo insomma un conflitto tra una parte della umanità che è nel XXI secolo e una parte che è ancora nel XV secolo”.