[L’intervista] "Industria, sindacato e politica del lavoro. Vi spiego perché Marchionne è stato un innovatore"

Parla Matteo Colaninno, imprenditore, vicepresidente di Piaggio, dal 2008 in Parlamento con il Pd. "Non si capisce Marchionne se non si ha chiaro in quali condizioni era il gruppo Fiat nel 2004. Ha compreso prima di altri gli effetti della globalizzazione. E ha avuto ragione"

Sergio Marchionne, ad di Fca scomparso a 66 anni
Sergio Marchionne, ad di Fca scomparso a 66 anni

Ha appena concluso una dichiarazione su Marchionne, il manager e l'uomo. I messaggi sul telefonino gli ricordano che deve salire in fretta in Commissione Finanze e Lavoro per esaminare il decreto dignità. L'aula del Senato è quella della Camera gli hanno reso gli onori che merita. Matteo Colaninno, dal 2008 in Parlamento con il Pd, era vicepresidente di Confindustria quando conobbe l'amministratore delegato di Fiat. La rottura con gli industriali dopo che aveva già rotto con i sindacati sarebbero arrivate dopo pochi anni. "Allora non ho condiviso certi giudizi e neppure alcune scelte di Marchionne" dice Colaninno mentre risponde alla domande di Tiscalinews. L'imprenditore che ha scelto la politica riconosce però che la Fiat è stata salvata da Marchionne. "È stato artefice di risultati inimmaginabili rispetto al punto di partenza" e ha "compreso prima degli altri gli effetti della globalizzazione”. 

 "Il più grande manager italiano degli ultimi vent'anni" è la definizione più diffusa in queste ore su Sergio Marchionne. Qual è la sua?
“Un manager con visione industriale e capacità di leadership straordinarie e una spiccata vocazione globale. Grazie a tutto questo, non solo ha portato la Fiat fuori da un punto di non ritorno ma è stato artefice, sempre supportato dagli azionisti e grazie a relazioni internazionali costruite nel tempo, di risultati inimmaginabili rispetto al punto di partenza.”.

A Marchionne, siamo sicuri, non piacerebbero i santini celebrativi. Rendiamogli onore. Qual è il lascito del manager? Meriti e criticità, se ne ravvisa.
“Io vedo almeno tre aspetti: il coraggio, eccezionale, e la capacità di leggere il futuro prima degli altri; l’aver costruito una squadra di manager insieme agli azionisti che, come lui, dovevano avere prima di tutto fiducia e subito dopo mettere da parte la paura; la totale e assoluta dedizione al lavoro, alle persone e al prodotto. La sua vita è stata totalmente identificata con l’azienda. Ciascuno di questi aspetti può presentare criticità. Dipende dai punti di vista”.

Quella che lei chiama “dedizione” non ha impedito però a Marchionne di rompere prima con la Fiom, nel 2010, nel campo di battaglia di Pomigliano d'Arco con licenziamenti drammatici. Poi con Confindustria nel 2012. Accusò entrambe di essere “deboli e concertativi”, di non avere coraggio e di non capire, di bloccare irrimediabilmente tutto. Che peso hanno avuti questi due strappi nella storia delle relazioni industriali e sindacali in Italia?
“Non condivisi quei giudizi. Confindustria non era affatto debole, anzi all’epoca affrontò con grande determinazione ed efficacia la peggior crisi industriale dell’era contemporanea. Ma non si capisce Marchionne se non si ha chiaro in quali condizioni era il gruppo Fiat nel 2004 quando ne divenne amministratore delegato. Se si fa l’errore di prendere pezzetti della sua storia senza legarli e leggerli insieme. Nel 2004 il gruppo Fiat aveva enormi problemi finanziari e di prospettiva strategica e industriale. Se oggi guardiamo a quelle circostanze, senza dimenticare la solitudine di quei momenti, possiamo valutare le cose in maniera diversa. Marchionne assunse in quelle circostanze decisioni drastiche, emergenziali, credeva di non avere alternative. Il suo obiettivo era salvare il gruppo e l’azienda. Gli va dato atto che aveva un obiettivo e lo ha raggiunto. Non solo: ha rilanciato l’azienda”.

Lei, Colaninno, condivise quei passaggi?
“No, non li ho condivisi. Credo e ho sempre creduto nel ruolo di Confindustria, dei sindacati e delle parti sociali”.  

E così, forse, si misura anche il coraggio. Qualche analista in questi giorni ha detto che "la leva principale che ha permesso il rilancio di Fiat fino alla nascita di FCA è stata la finanza e non le auto". Concorda?
“Ha utilizzato entrambe queste leve. Ha agito su più fronti: quello industriale e quello finanziario negoziando con grande abilità l’uscita dal patto con General Motorsportando in cassa Fiat due preziosissimi miliardi di euro. Fissati questi due pilastri,  Marchionne ha costruito reputazione in modo progressivo con il mondo della finanza, del mercato e con i suoi azionisti in un crescendo che lo ha portato al capolavoro Chrysler dove sia il presidente Obama che i sindacati americani hanno riconosciuto in lui la migliore controparte. Il governo americano ha impegnato nella ristrutturazione del settore auto 15-16 miliardi di dollari. Un investimento giàcompletamente recuperato”.

E' un bene che in questi 14 anni la più grossa realtà industriale italiana abbia cambiato pelle e passaporto?
“E’ un bene che Fiat sia uscita da una crisi gravissima. E’ un bene per i lavoratori e per il paese dove nel settore auto operano tradizionalmente aziende di componentistica, meccanica, siderurgia, chimica, elettronica, design etc. Tutto questo è stato in larga parte salvato dalla resurrezione di Fiat. Dopo di che abbiamo già detto che ci sono state scelte discutibili e sacrifici, chiusure di stabilimenti, licenziamenti, trasferimenti. Ma va valutato il risultato finale”.  

Cosa vede nel futuro di Fca? Se potesse interloquire con Mike Manley, cosa metterebbe in primo piano: innovazione, auto elettrica, alleanze con un grande partner asiatico, l’italianità di Fca? 
 “Tutto quello che ha elencato. Ma l’auspicio più importante è che gli azionisti di riferimento, a partire da exor, rsetinoitaliani. Da politico mi auguro che l’Italia sia in grado di offrire supporto operativo alle nostre piccole e medie imprse cosi come a quyesti grndi gruppi ind che sono fonfademtali. Più in generale aggiungo che il sistema Italia deve essere più attento a cosa significa fare impresa e alle complessità provocate dalla globalizzazione e dai grandi mutamenti industriali e demografici. In Italia servono politiche non anti-industriali".

Una delle frasi celebri di Marchionne è che "la Fiat deve essere per sua natura filogovernativa". Avrebbe mai interloquito con il “governo del cambiamento”? 
Tra l’altro si tratta di una key word nella storia umana e professionale di Marchionne. 
“Più che la Fiat filogovernativa, servirebbero soprattutto governi filo-imprese e filo-lavoro. Ogni azienda è una vicenda straordinaria. E’ motore di lavoro, persone, capitale umano, tecnologia, investimenti, prodotti. Un’azienda è un corpo vivo e molto complesso che affronta ogni volta situazioni mai uguali e spesso più difficili. Dunque non servono imprese filogovernative ma governi “amici” delle imprese dove la politica decide le regole in cui muoversi”.

Si può dire che l'azione di Marchionne in questi 14 anni da una parte ha anticipato e dall'altra è stata la cartina di tornasole delle divisioni a sinistra rispetto al mondo del lavoro? Per qualcuno è stata lo spartiacque che ha prodotto solo regressione sulla società e sul mondo del lavoro.
“Non c’è dubbio che Marchionne abbia suscitato analisi e giudizi contraddittori soprattutto a sinistra. Anche perché, comunque, ha commesso errori e giustamente la politica ha reagito. Gli va dato atto di aver compreso prima degli altri gli effetti e il trend della globalizzazione e di averli applicati ad un gruppo industriale in forte ristrutturazione. Le conseguenze di tutto questo, che hanno impattato sul mondo del lavoro e non solo, sono la derivata di fenomeni industriali molto profondi che hanno determinato in vari settori, soprattutto l’automotive, radicali cambiamenti. Chi ha compreso tardi queste tendenze, o non le ha comprese affatto, ha rischiato conseguenze anche peggiori e di fallire. La politica e i sindacati sono rimasti spiazzati di fronte a cambiamenti così epocali. Molto spesso i governi e i parlamenti hanno avuto leve troppo corte rispetto a problemi di grande magnitudine. Marchionne ha anticipato la strada. Non sempre compreso, sul momento, fino in fondo”.

Gli piacerebbe il decreto dignità? Gli era piaciuto il jobs act? 
“Non mi mi piace dire cosa avrebbe pensato di cio che sta accadendo. Credo però sia chiaro a tutti che gli sforzi compiuti da Matteo Renzi e i risultati raggiunti per far ripartire l’economia, il lavoro e l’occupazione sono stati apprezzati da moltissimi imprenditori e dallo stesso Marchionne”.

Con Renzi è stato un rapporto vivace, grande amore e qualche critica. Berlusconi lo ha candidato premier a sua insaputa. Che rapporto aveva Marchionne con la politica? 
“E’ stata una controparte fondamentale. Non so dire se sarebbe mai stata la sua strada”.