[L'intervista] Il Lussemburgo di Juncker “Paradiso dei ricchi”: come “far risparmiare tasse alle multinazionali a discapito di altri Paesi Ue”

Leo Sisti, uno dei più importanti giornalisti italiani, è autore di una inchiesta sull'argomento insieme a Icij, network di giornalismo investigativo che ha vinto il Pulitzer nel 2017, i cui risvolti sono contenuti anche in un fortunato libro. In questa intervista a Tiscali News Sisti spiega cosa avviene in Paesi come il Lussemburgo, ma anche in Olanda, Irlanda, Belgio e Malta. Si parla di mille miliardi di euro all’anno. Cosa si può fare. La commissione speciale di indagine Ue

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di Ignazio Dessì   -   Facebook: I. Dessì

Si discute spesso della necessità di salvare l’Unione Europea e si ammette da più parti che l’unico modo per farlo è cambiarla. Modificarla per trasformarla da Europa della finanza in vera Europa dei popoli. Il compito però non è facile. Basti pensare alle resistenze provenienti dal suo interno e soprattutto dai Paesi che nella Ue godono di rendite di posizione. A volte nel suo seno possono poi nascondersi anche inganni, come ha evidenziato qualche anno fa l’inchiesta di un network di giornalismo investigativo internazionale che in Italia ha trovato come primo esponente Leo Sisti, per molti anni inviato de L’Espresso

L’inchiesta (LuxLeaks) ha messo in evidenza come nel Lussemburgo di Jean-Claude Juncker, ma anche in altri Paesi europei, si attuassero trattamenti fiscali di favore per ultra ricchi e multinazionali messe in condizione di pagare qualcosa come l’1 per cento di tasse. La conseguenza? Una elusione fiscale a discapito degli altri Paesi della Unione per centinaia di miliardi di euro all’anno. Così lo scottante tema è divenuto oggetto di un'approfondita analisi trasfusa dal giornalista anche in un libro, “Il paradiso dei ricchi. Così l’Europa dell’austerità difende gli interessi di milionari e multinazionali. Storie, documenti, testimonianze inedite”  (Edizioni Chiarelettere).

Abbiamo intervistato Leo Sisti, autore di pubblicazioni di successo e primo giornalista del nostro Paese ad essere ammesso nel  gruppo internazionale di giornalismo investigativo Icij (International Consortium of Investigative Journalists), che con tale network di Washington ha preso parte all’inchiesta Panama Papers, vincitrice del premio Pulitzer 2017. Icij ha contribuito inoltre a smascherare i più colossali scandali finanziari degli ultimi anni, come Paradise Papers, Swissleaks, Luxleaks, Offshoreleaks, Chinaleaks.

Ai nostri microfoni Sisti racconta di un sistema tutto da cambiare, descrive  come funziona, chi ne ha beneficiato e  com’è stato smascherato. Esprime il suo punto di vista sul futuro dell'Unione. “È decisivo – sostiene - partire dal tema delle tasse per dare sostanza al dibattito sull’Europa, per riconquistare un sentimento di appartenenza”.

Leo, perché il Lussemburgo è “Un paradiso per i ricchi”? Di cosa parla in sostanza il tuo libro?

“Il libro è partito da una inchiesta fatta su L’Espresso con altri colleghi, nell’ambito dell’attività del network che nel 2016 ha trattato i Panama Papers,  inchiesta globale premiata con il Pulitzer 2017. Un network importante che fa davvero un grande giornalismo investigativo. Nel 2014 prende corpo l'inchiesta sul Lussemburgo e in sostanza si finisce col fare il processo a Juncker che nel frattempo era stato nominato presidente della Commissione europea (e lo è tuttora). Lui prende possesso del suo ufficio il 1 novembre e noi usciamo il 5, scoperchiando un segreto, un mistero: come mai il Lussemburgo in cui è stato primo ministro per 18 anni, era quel “paradiso defiscalizzato” che consentiva alle multinazionali, come Amazon per esempio, che avevano piazzato lì il loro quartier generale, di godere di trattamenti fiscali tanto privilegiati? E come mai il Lussemburgo concludeva delle intese, dei progetti di tassazione,  con certe multinazionali, suggeriti a fronte di operazioni finanziarie per alcuni miliardi di euro?"

Leo Sisti e la copertina del suo libro

Si tratta di sconti davvero tanto vantaggiosi?

“Il sistema fiscale lussemburghese consente sconti per cui, una volta concessi, per una serie di ragioni che non sto a raccontare in quanto molto complicate, le multinazionali pagano imposte pari all’1 per cento, hanno deduzioni fiscali superiori al 95%. In pratica non pagano niente. Un sistema applicato anche da altri Paesi come il Belgio, l’Olanda, l’Irlanda e Malta".

Anche l’Irlanda?

“Pochi sanno che l’Irlanda è il Paese dove Apple ha stabilito per esempio il suo quartier generale, e gode di sconti confezionati in modo privilegiato. Per cui le due consociate irlandesi di Apple funzionano da società offshore perché non pagano tasse. Lo 0,05 per cento infatti non può essere considerato una tassa. Noi abbiamo messo il focus su questo sistema prendendo di petto il Lussemburgo e Juncker, perché è un po’ l’artefice del meccanismo fiscale che fa del suo Paese il più ricco del mondo.  Basta infatti una considerazione: stando ai dati 2018 del Fmi, il Pil pro capite del Lussemburgo è di 120mila dollari, e pochi sanno che pure l’Irlanda sta bene, perché il suo Pil pro capite veleggia sugli 80mila dollari. Per avere un metro di paragone l’Italia, poverina, viaggia sui 36mila dollari pro capite, nemmeno la metà di quello irlandese. Si tratta di una cosa veramente  problematica, e su  questo stato di fatto era giusto provocare una reazione. Ecco il perché del mio libro”.

Quali effetti negativi si riverberano sugli altri Paesi europei in ragione di tale  elusione fiscale?

“Un dato su tutti: a seguito della nostra inchiesta,  cui si sono accodati nel 2014 giornali come Le Monde e altri media internazionali, c’è stata una reazione violenta all’interno del Parlamento europeo, tale da far avviare una Commissione speciale di indagine conoscitiva. Alla fine del lavoro in due edizioni, durato un anno e mezzo, si è concluso che in Europa c’è una evasione ed elusione fiscale di mille miliardi di euro all’anno”.

Jean-Claude Juncker

Un dato mica da poco.

“Occorre precisare una cosa. Quando parliamo di evasione fiscale ci riferiamo a un reato, cioè a indagini  che richiedono interventi di pubblici ministeri e di tribunali chiamati a decidere, quindi una cosa lunga. Va detto invece che l’elusione fiscale è legale. Questo è  il punto. Tutti gli esempi che ho citato prima, dal Lussemburgo all’Olanda, all’Irlanda o ad Amazon, Apple e altre multinazionali, ricadono comunque nella legalità, perché quegli impegni sono codificati dalle legislazioni dei rispettivi Stati. Ma è scandaloso - soprattutto mentre si propugna una grande armonizzazione fiscale nella Comunità europea - che ci siano Paesi davvero diversi dagli altri. Anche dal punto di vista della concorrenza. Alla fine è  come se uno Stato fosse contro un altro Stato. Per cui, tornando al tema elusione, bisogna insistere affinché venga eliminata”.

Certo, ma come si fa?

“Il sistema fiscale oggi in vigore nell’Unione Europea prevede per qualunque modifica l’unanimità. Quindi tutti i 28 paesi (ora 27 con l’uscita della Gran Bretagna) sono chiamati ad esprimere il loro parere, e se uno solo pone il veto quel provvedimento non passa. Questo è il problema. La situazione resta tuttavia ingiustificabile. Ai bilanci di molti stati della comunità europea vengono infatti a mancare tanti miliardi, quelli appunto dell’elusione fiscale. Anche Gabriel Zucman, un economista molto importante, perché fa parte di un organismo di ricerche economiche insieme al premio Nobel Joseph Stiglitz, afferma che ogni anno nella UE mancano all'appello 200 miliardi di euro. Quelli appunto dell’elusione praticata dai Paesi che citavo prima”.

Per questo il tuo giornale, L'Espresso, definì  Jean-Claude Juncker  un “Uomo inadatto a guidare la Europa”?

 “Esatto, noi abbiamo dedicato tre servizi a questo argomento,  e a novembre 2014 abbiamo anche pubblicato una copertina con la foto di Juncker con il titolo “Quest'uomo è inadatto a guidare l’Europa”. Abbiamo spiegato come funziona il sistema e cosa non funziona in questa Ue. Uno dei nodi che portano a considerare giusta l'istanza di riforma della Europa è proprio questo. Anche se ora ci sono spinte sovraniste e populiste che attaccano la Ue con finalità particolari. Mi dispiace che tale grande problema ancora non sia stato colto nel dovuto modo. In fondo al libro cito una lunga intervista all’ex presidente del consiglio Mario Monti, nella quale alla domanda se si possa riformare il sistema fiscale della Ue abolendo l’unanimità,  lui risponde che spera si possa fare. Sostiene che è molto difficile, però aggiunge che in fondo siamo riusciti a fare dell’euro la moneta comune e dunque,  magari, si riuscirà anche ad intervenire sul sistema fiscale”.

E’ fondamentalmente un grosso problema politico per l'Europa, e bisognerà intervenire affinchè non peggiori. Tu scrivi per esempio nel libro, che il Lussemburgo sta pensando a una sorta di Fundation patrimoniale per consentire ai ricchi di non pagare tasse sulle eredità.

“La fondazione patrimoniale è un meccanismo studiato all’indomani dello scoppio dello scandalo denunciato da noi e dai giornalisti del network internazionale, perché serve per nascondere i patrimoni dei grandi signori, dei grandi industriali e imprenditori, in parole povere di chi ha soldi. E’ una sorta di trust, e i trust sono difficilmente penetrabili. Hanno studiato questo sistema per cercare di ovviare all’inconveniente. C’è stato lo scandalo, la denuncia, quindi hanno cercato di prendere posizione con un sistema nuovo, diverso, di cui si sa ancora poco. E’ stato dato l’annuncio ma se ne sa poco. Vorrei sottolineare tuttavia che dopo lo scandalo e le conclusioni della commissione speciale d’indagine, sono stati presentati dei provvedimenti, e alcuni sono entrati in vigore anche in Italia".

Per esempio?

"Per esempio l’obbligo di scambio di informazioni sugli accordi fiscali di cui si è detto. Un’altra cosa, non ancora ottenuta ma denunciata dall’indagine, è la necessità di intervenire sulle grandi multinazionali come Google, Amazon e Apple, che pagano imposte irrisorie, per costringerle, quando si tratta di aziende con più di 750 milioni di fatturato globale, a pagare il 3 per cento del fatturato. La proposta non è stata ancora approvata. Può essere fatta dalla Commissione europea (ovvero Juncker stesso, anche se è agli sgoccioli) ma dev’essere soprattutto convalidata dal Consiglio europeo, costituito dai governi della Ue ovvero dagli Stati. In pratica è lì che io vedo la difficoltà, perché le grandi aziende digitali hanno i loro grandi protettori. Non dimentichiamo che a Bruxelles ci sono lobbies con questo esclusivo scopo: influenzare gli europarlamentari con loro proposte tese a salvare e favorire i loro committenti, i loro datori di lavoro. Questo è l’altro scandalo”.

In effetti la introduzione della web tax per società di quel tipo è fondamentale, altrimenti l’elusione fiscale sarà sempre enorme.

“Certo. Aggiungo però che riguardo a questa tassa digitale, in Commissione speciale, si è proposto di creare l’obbligo per ogni multinazionale di dichiarare dove sono ubicate le filiali nel territorio dell'Unione specificando numero dipendenti, imposte pagate, fatturato, perdite o profitti. Nel caso di Amazon, per esempio, il quartier generale si trova in Lussemburgo, e tutte le filiali rispondono di conseguenza, per quanto riguarda ricavi e profitti, solo in quel Paese. Noi non sappiamo però quanto è il vero fatturato italiano di Amazon, perché non lo dicono. Si sa che è poca roba rispetto all’andamento regolare delle vendite perché tutti ordinano via internet ed è difficile una verifica precisa. In genere una persona compra un libro in Italia e si vede recapitare la fattura dal Lussemburgo, come mai? Se compro un libro in libreria mi fanno la ricevuta e il libraio ci paga ovviamente l’Iva. E in questo caso? Il sistema è abnorme. Di ciò si è discusso, ma non si è ancora decisa una soluzione. L’idea -  se mai entrerà in vigore – è quella per cui "le multinazionali devono pagare le tasse dove hanno entità operative e dove realizzano gli utili".