[L'intervista] "Mio padre ucciso, la tragedia del mio popolo e perché i nigeriani scappano soprattutto in Italia"

Noo Saro-Wiwa è scrittrice e giornalista cresciuta tra Africa ed Europa. Figlia di Ken, che si battè fino alla morte contro lo scempio ambientale e la violazione umana e ambientale da parte della multinazionale petrolifera. E' lei a spiegare questo particolare esodo

Da sinistra: Ken Saro-Wiwa, sua figlia Noo scrittrice e giornalista, controlli di polizia su immmigrati nigeriani
Da sinistra: Ken Saro-Wiwa, sua figlia Noo scrittrice e giornalista, controlli di polizia su immmigrati nigeriani
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Fece in tempo a scriverlo prima che lo ammazzassero: “Sono le bugie che ti hanno martellato le orecchie per un'intera generazione. È il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari in cambio di un misero pasto al giorno. Il magistrato che scrive sul suo libro. La punizione...ingiusta. La decrepitezza morale. L'inettitudine mentale che concede alla dittatura una falsa legittimazione. La vigliaccheria travestita da obbedienza. In agguato nelle nostre anime denigrate. È la paura di calzoni inumiditi. Non osiamo eliminare la nostra urina. È questo. È questo. È questo. Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero in una cupa prigione”.

Impiccarono Ken Saro-Wiwa al termine di un processo rapido, pieno di forzature e di zone d’ombra, tra le proteste ipocrite della comunità internazionale. Era il 10 novembre 1995. Kenule, detto Ken, era scrittore e poeta in lingua pidgin, l’inglese considerato corrotto, di second’ordine a cui aveva dato nuova dignità nella Nigeria in cui era nato e cresciuto. Autore e personaggio tv, per il governo nigeriano si era occupato di pubblica istruzione e autorità portuale. Ma più di ogni altra cosa, era un attivista per i diritti violati degli Ogoni, cinquecentomila persone stanziate lungo il Delta del Niger, le cui terre venivano stravolte e avvelenate dalle attività estrattive della Shell. Nello scontro frontale con il governo corrotto e la multinazionale, Ken Saro-Wiwa collezionò arresti e processi fino ad essere condannato a morte. Nella causa internazionale che seguì, la Shell patteggiò subito e mise sul piatto 15 milioni e mezzo di dollari come “atto di riconciliazione” ridimensionando l’attenzione creatasi attorno alla violazione dei diritti umani in Nigeria.

Quello che resta dopo il dramma

Com’è avere addosso l’eredità di un personaggio così grande, morto mentre si batteva per la possibile rinascita, sempre sognata e sempre rimandata, dell’Africa? Noo Saro-Wiwa è figlia di Ken. Scrittrice e giornalista, è nata in Nigeria ma cresciuta in Inghilterra dove vive. Radici in quello che, malgrado la mancanza di dati certi, è il Paese più popoloso dell’Africa (si stimano fra i 140 e gli oltre 180 milioni di persone) ma educazione british. Europa, Occidente. E un Paese d’origine da ritrovare e raccontare in quel Transwonderland, suo fortunato libro, che l’ha portata ad essere definita fra le 30 donne viaggiatrici più influenti del mondo. Con Noo Saro-Wiwa, durante il festival Èntula organizzato in Sardegna dall’associazione Lìberos, abbiamo parlato di molte cose. Perché sono molte le cose che non sappiamo della Nigeria, non si sa nemmeno quanto petrolio ne venga estratto, nonostante quel petrolio faccia gola a diversi Paesi tra i più sviluppati. Abbiamo notizie frammentate dei tassi altissimi di corruzione delle sue istituzioni, ci arrivano i bagliori di una guerra che in vent’anni ha fatto oltre 50 mila vittime. Sappiamo della ferocia di Boko Haram ad ogni massacro in una Chiesa e ad ogni autobomba che semina la morte tra i civili, e della tratta di esseri umani (sopratutto donne, provenienti da famiglie povere e di bassa istruzione). I dati disponibili ci dicono che più della metà dei nigeriani che emigrano dal loro Paese verso l’Europa (con punte di oltre 31 mila persone l’anno) sceglie come meta preferenziale l’Italia. E’ questa la Transwonderland di cui scrive Noo Saro-Wiwa? E’ da qui che parte la nostra conversazione con lei.

Noo, se si pensa all’Africa, ai suoi traumi e alla difficile ricerca di un avvenire, la parola che per ultimo si accosterebbe a quel continente è Wonderland. Un Paese delle Meraviglie africano. Perché usare questa definizione?
“E' una metafora a cui tengo molto. Esistono diversi piccoli 'Paesi delle meraviglie' in Africa. Compresa la Nigeria in cui ho le mie radici. Isole di prosperità, progresso e speranza, come il Ruanda, o il grande polo tecnologico di Nairobi o ancora le nuove raffinerie progettate da Aliko Dangote, grande imprenditore nigeriano. La sfida è replicare questi modelli di iniziativa su ampia scala e lasciare che fluiscano idee e nuove energie".

Ma come può il modello d’impresa di Dangote essere in armonia con la richiesta di rispetto del territorio e di chi lo abita da parte dell’etnia Ogoni? Questa è proprio la battaglia per cui si è impegnato con tutto se stesso suo padre Ken.
“Nel breve periodo i progetti per le pipeline che trasportino la fonte energetica attraverso il Delta del Niger presentati da Dangote potrebbero contribuire a ridurre il problema del gas flaring (la combustione senza recupero del gas naturale estratto in eccesso insieme al petrolio, una pratica inquinante, ndr). E possono creare posti di lavoro. Ma so bene che le attività estrattive e di raffinazione hanno ancora un impatto ridotto sull’occupazione delle popolazioni locali. Ciò di cui abbiamo più bisogno in Nigeria sono leader politici che ripuliscano in territorio segnato dall’estrazione, che combattano i furti di petrolio, i depositi e la raffinazione illegale. Le raffinerie di Dangote possono essere d’aiuto ma dovrebbero essere capaci di sostenersi senza fare affari con i grandi marchi multinazionali. E’ la nostra unica salvezza. Anzi, a dirla tutta, la nostra salvezza completa può venire dal non doversi più relazionare con la produzione e l’uso di idrocarburi. Uno scenario, questo, tutto da sviluppare”.

Nigeria: uno Stato relativamente giovane con molte risorse e materie prime, ma anche con notevoli problemi sociali e politici. In termini di religione, libertà di opinione e informazione e diritti delle donne, cosa pensa del suo Paese di origine?
“La Nigeria deve fare ancora molta strada. Ma poi dipende da quale parte di quel Paese vogliamo analizzare, ci sono molte differenze. In alcune regioni esiste un progresso circa i diritti umani e la parità fra sessi, in altre l'arretratezza è notevole, il sessismo è più vivo che mai e così il maschilismo. Sul fronte della libertà d'opinione, le cose vanno un po' meglio rispetto agli anni Novanta, quando giornalisti e scrittori erano imprigionati molto più spesso di oggi. I social media hanno dato una forte voce agli esclusi. Ma i mezzi di informazione, e parlo di quotidiani e radio, non hanno vera indipendenza: i giornalisti sono spesso pagati da politici e altre lobby di potere per falsare la realtà o ridimensionare i fatti più traumatici. Per quanto riguarda la religione, ha troppa influenza sulla società e viene usata come mezzo di controllo o per fare soldi. Inoltre attraverso la religione si continua a propagandare come accettabile un alto numero di nascite, il che crea maggiore povertà. La capitale Lagos e l'economia che si muove attorno ad essa offrono ragioni per sperare in un futuro migliore, ma la parte del delta del Niger, da cui vengo io, e che genera complessivamente una ricchezza maggiore, continua a soffrire. Le recenti elezioni sono state punteggiate dalla violenza”.

A proposito di diaspora dei nigeriani verso l’Europa: cosa pensa dell’identità delle nuove generazioni? Sono totalmente “europeizzate” o riescono a preservare la cultura antica dei loro genitori e avi? Esiste una tensione verso il ritorno nella terra d’origine? Penso all’esempio di Karouga Camara descritto nel libro Osare il ritorno, che credo lei conoscerà.
“Ci si muove verso l’Europa sempre per gli stessi motivi: trovare lavoro e un’istruzione migliore. Era chiaro che in Nigeria non ci fosse nessuna sicurezza dal primo colpo di Stato alle guerre in Biafra che hanno sconvolto il Paese dalla fine degli anni Sessanta fino a buona parte dei Settanta. Ma il sentimento del ritorno riaffiora. Fra coloro che tornano in Nigeria ci sono quelli totalmente occidentalizzati e chi affronta gradualmente il percorso per riacquistare le radici africane. Ancora, esiste chi tenta di creare un nuovo ibrido fra culture. Per esempio, mia sorella gemella Zina gestisce una galleria d’arte nella nostra città d’origine, Port Harcourt. La sua scommessa è rappresentare l’arte antica degli Ogoni reiventandola con una sensibilità moderna e coinvolgere artisti locali in questo mix creativo. Essere occidentalizzati ha i suoi vantaggi in termini di formazione culturale e contatti utili per la propria attività. Ma questo know-how che ti porti dietro dall’Europa lo devi porgere con grande attenzione alla mentalità e al modo di fare locale. E’ un nodo fondamentale da sciogliere se si vuole progredire”.

Sente come sua la missione per cui si è battuto fino alla morte suo padre Ken Saro-Wiwa?
“Spero di continuare degnamente la battaglia per cui mio padre ha vissuto, lottato e per la quale è morto. Il suo esempio ha portato l'Onu a fare pressioni sul governo nigriano perché ripulisse le terre degli Ogoni contaminate dalle attività di estrazione di idrocarburi, ed in effetti l'esecutivo ha stanziato milioni di dollari per cercare di rimediare al disastro. Ma ancora si moltiplicano le accuse di corruzione e inazione contro l'organizzazione che dovrebbe portare a termine quel piano di riqualificazione ambientale”.

Che fine ha fatto la grande utopia degli Stati Uniti d'Africa? La visione è tramontata senza diventare un progetto realizzabile?
"Il panafricanismo è una bella idea, specie per le implicazioni economiche che contiene. Ma l'Africa è spesso un soggetto perdente quando si tratta di accordi commerciali ed economici internazionali. Dovremmo seriamente cominciare a trovare un sistema di commercio che funzioni al nostro interno. Ma c'è enorme disunione fra i Paesi africani. Se non riusciamo a superarla, come potremo mai pensare a ragionare ad ampio spettro sulla crescita e la felicità futura di un continente che ha oltre un miliardo di abitanti?".

Lei è una giornalista, una scrittrice, un'attivista nata in Nigeria ma da un certo punto in poi cresciuta in Gran Bretagna. Qual è a suo avviso il più grave errore commesso dal mondo occidentale nel trattare con le altre culture? E che pensa degli ultimi sviluppi del movimento femminista, compreso il MeToo?
"Voglio sottolineare che l'Africa ha un problema fondamentale di rispetto dei diritti umani, e dunque non puoi occuparti di quelli delle donne se non ti sei preso cura delle disparità che riguardano anche uomini e bambini. C'è una gerarchia di problemi da affrontare in Africa, e quello dei diritti delle donne al momento non è certo al vertice. Ma anche certo linguaggio del femminismo occidentale può apparire divisivo. Penso a parole come empowerment, cioè potenziamento della consapevolezza di sé e del controllo delle proprie scelte. A seconda di come questo concetto viene portato nella comunicazione, dà l'impressione che le donne vogliano superare in potere gli uomini, ma questo non è sempre vero. Per gli uomini è più facile accettare queste battaglie se sono aiutati a capire che ne beneficeranno tutti i generi sessuali. Per quanto riguarda il #MeToo, io spero davvero che ispiri le donne del mio Paese e del resto dell'Africa a battersi contro le disparità e gli abusi sessuali, a non accettarli come parte inevitabile della vita. E che aiuti i giovani uomini a riflettere più profondamente sulle conseguenze delle loro azioni".