[L’intervista] “Hanno aperto le gabbie dei nostri peggiori sentimenti. E il Sud rischia di finire in serie C”

Dialogo con Alessandro Laterza, editore, barese, per dieci anni in Confindustria a occuparsi di Mezzogiorno. Guardo con preoccupazione alla disillusione degli elettori, alle motivazioni complottistiche che verranno addotte dagli attuali governanti, alle risposte che verranno dai mercati che finanziano il nostro debito. Non si fanno nozze coi fichi secchi. O con le chiacchiere»

Alessandro Laterza
Alessandro Laterza

Alessandro Laterza, editore, barese, per dieci anni in Confindustria a occuparsi di Mezzogiorno, dopo tre mesi di governo Di Maio-Salvini quale Italia ci ritroviamo? Quello che impressiona di più è che di fronte alla crisi della politica  e delle sue forme organizzate, i partiti, ma anche dei mass media, e della loro funzione di mediatori sociali del consenso, il populismo di casa Nostra si manifesta in un rapporto diretto tra pancia del Paese e governanti. 
«È una stagione politica, da un lato, molto precaria e provvisoria: gli elettori italiani non hanno votato una coalizione Lega/5S, formazioni che rappresentavano e rappresentano proposte diverse, contrapposte. Il “contratto di governo” e la straordinaria evanescenza della presidenza del consiglio sono espressione di un compromesso per lucrare temporaneamente su un risultato elettorale di per sé incompiuto: in attesa di una successiva resa dei conti, al più tardi alle Europee del 2019. Per altro verso, l’alleanza di governo ripropone e consolida  la linea del caudillismo berlusconiano e renziano, linea fondata sulla totale disintermediazione dei rapporti tra esecutivo e cittadini: un po’ per la definitiva polverizzazione della forma partito; un po’ giocando sull’uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione (la televisione prima, oggi i social media). Di qui un grande tratto comune a Lega e 5S: il sostanziale antiparlamentarismo e attacco ai cardini della democrazia rappresentativa; la rinnovata negazione del ruolo dei corpi intermedi; l’autoritarismo che stigmatizza l’esercizio della critica  come complotto e attentato contro gli interessi del “popolo” e del “cambiamento”. Tutto ciò ha aperto o riaperto la gabbia ai nostri peggiori sentimenti collettivi: localismo separatista, nazionalismo, antieuropeismo, xenofobia, aspettativa messianica dell’’”uomo forte”, elogio dell’incompetenza, ostilità al sapere scientifico, illusione che il bilancio dello stato sia un borsellino al quale si possa attingere all’infinito, ecc. Questa miscela micidiale nasce dal tramonto dell’universo bipolare e, ancor più, dall’impatto della “grande crisi”. Ma più che essere conseguenza dell’oggettivo impoverimento e aumento delle diseguaglianze tra gli italiani, è frutto della frustrazione di un amplissimo ceto medio che, da Nord a Sud, ha visto tramontare le proprie aspettative di benessere e messi via via in discussione i tanti privilegi di cui ha goduto».

Anche le forme della contrattazione tra interessi diversi, quelli del mondo delle imprese e dei lavoratori, insomma i tavoli negoziali tra le parti sociali, rischiano di saltare, se non sono già saltate.  La organizzazione della rappresentanza sociale ė in crisi?
«La negazione del ruolo dei corpi intermedi è stata riproposta, non inventata dai pentaleghisti. Maestro ne è stato più di tutti Renzi e il suo governo. Va peraltro detto che anche il mondo della rappresentanza ha stentato a rinnovarsi di fronte agli sconvolgimenti della rivoluzione digitale e della globalizzazione. Il mondo del lavoro ragiona ancora su categorie novecentesche culturalmente residuali. Si stenta a sviluppare visioni lunghe non legate a corporativismi territoriali o di categoria. Non si riesce a controbattere alla frantumazione degli interessi in tanti piccoli “tavoli” o alla loro aggregazione su grandi illusioni: soldi gratis per tutti ( reddito di cittadinanza); meno tasse ai più ricchi (cd flat tax); più pensioni per tutti (ridimensionamento della legge Fornero)».

Più che ricostruire un progetto, un programma per ridare al Paese forme somiglianti a quelle del passato recente, non occorre ricostruire il sentire comune, direi quasi i sentimenti che una collettività deve sentire comuni?
«In questa situazione politica che - ripeto - nasce da cambiamenti di medio periodo, ma è anche altamente precaria e provvisoria, il nodo è che al confuso ma energico magma del contratto gialloverde non sembra che ci sia alcun contraltare. Concordo sul fatto che non sia problema solo di formazioni partitiche. È un problema di parole. Pare che abbiamo smarrito il senso e il peso delle parole. E quindi, più che giocare di rimessa sulla boutade quotidiana di Di Maio o Salvini, interrogarci su cosa vogliono dire oggi sviluppo, ambiente, lavoro, diseguaglianza, diritti di cittadinanza, famiglia, ecc».

Questo è un Paese che rischia di andare avanti senza opposizione politica e sociale. Il matrimonio tra Salvini e italiani sembra una luna di miele che non finisce mai. Sul tema della immigrazione e della sicurezza fa impressione questa sintonia. 
«Confido nell’intelligenza degli italiani. L’immigrazione è un facile capro espiatorio per le paure di quel vasto ceto medio di cui parlavo prima. Ma non risolve alcuno dei problemi che comprensibilmente preoccupano gli italiani. Non diventiamo più ricchi o più sicuri perché rispediamo all’inferno mille disperati. L’immigrazione è un tema serio che va governato comprendendo che l’utilità e la relativa esiguità, oggi, del fenomeno non esclude che ci siano molti contesti in cui esso produce attriti e problemi che è insensato negare».

Ma i conti del Paese sembrano non essere in regola. Flai Tax, abolizione del bonus di Renzi di 80 euro. E poi la ex Finanziaria. Scadenze che stanno rivelando che il “Re è nudo”, che questa maggioranza non riesce a mantenere gli impegni assunti in campagna elettorale. È così?
«Sulla carta le promesse elettorali pentastellate sono prive di copertura che non sia a incremento del debito pubblico. Il resto è una favola per ragazzini: la fantasmagorica ripresa di occupazione, consumi e gettito fiscale; il recupero dell’evasione e il risultato dell’ennesimo condono; l’entità dei tagli di spesa derivanti da azioni simboliche sui vitalizi in essere dei parlamentari o le “pensioni d’oro”. Probabilmente per soddisfare le attese degli elettori si adotteranno microprovvedimenti che incideranno poco (come il gioco delle tre carte sugli 80 euro renziani) ma - ad essere ottimisti - produrranno, hanno già prodotto, un forte aumento del costo, oltre che dell’ammontare, del debito pubblico. Senza dimenticare il costo presunto per sterilizzare l’aumento dell’Iva. Guardo quindi con preoccupazione alla disillusione degli elettori, alle motivazioni complottistiche che verranno addotte dagli attuali governanti, alle risposte che verranno dai mercati che finanziano il nostro debito. Non si fanno nozze coi fichi secchi. O con le chiacchiere».

Dopo decenni di “questione settentrionale”, il Mezzogiorno è scomparso dalle agende della politica. Ma in che condizioni si trova oggi il sud del Paese?
«Un aspetto cruciale dell’azione del governo Lega/5S è la totale assenza del tema del divario Nord-Sud. L’idea sottostante, di matrice pentastellata, è che tutto si risolva con l’argent de poche  del reddito di cittadinanza.  È vero che, ancora una volta sulla carta, la neo ministra per il Mezzogiorno ha promesso il ripristino del mai attuato principio di destinazione degli investimenti pubblici in misura proporzionata alla popolazione del Mezzogiorno. Ma i balbettii su Ilva e Tap non depongono bene. E soprattutto è altrettanto vero che assai più concretamente la neo ministra degli Affari regionali sta spingendo sull’accelerazione della separazione funzionale e fiscale delle regioni Veneto, Lombardia, Emilia Romagna. Questa operazione, non contrastata da alcuna forza politica, se mai si combinasse con una flat tax vera, produrrebbe di default una ulteriore, insostenibile, riduzione dei servizi pubblici nelle regioni più povere. Non solo, quindi, naufragio dell’unità nazionale, ma anche ufficiale declassamento dei cittadini meridionali a cittadini di serie B o forse C. Inaccettabile».

Uno dei massimi sostenitori dell’esperienza del nuovo populismo italiano sembra essere Donald Trump. Sarà una coincidenza ma l’Europa che sognavamo non esiste e anzi si sta rivelando sempre di più un laboratorio della nuova destra politica e sociale. La storia non sembra averci insegnato nulla.
«Temo che sia così».