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[L'intervista] Giorgio Gori: "Non sono fuggito da Renzi. Amo avere attorno chi ha portato l'Italia fuori dai pasticci"

La proposta moderata dell'ex manager tv ora sindaco di Bergamo contro quella molto più dura del leghista Fontana: "Non ho seguito certi consiglieri"

Paola Pintusdi Paola Pintus   
Giorgio Gori
Giorgio Gori

Sondrio, Lecco, Mantova Como, Varese, Lodi, Cremona Brescia, Bergamo, Milano. Sono le tappe dell’ultima settimana di campagna elettorale, la più intensa, la più cruciale  per Giorgio Gori, PD, candidato del centro-sinistra alla guida della Regione Lombardia. E’ nel rush finale che si decide dove andrà l’ultimo voto, quello decisivo che farà pendere la bilancia per la proposta moderata e riformista del sindaco di Bergamo oppure per quella marcatamente leghista e di destra portata avanti dal suo competitor, Attilio Fontana. Tertium non datur. Come risponderanno gli elettori lombardi nel segreto dell’urna? Ecco cosa ci ha risposto Giorgio Gori, nell ultimo giorno della prima della chiusura della campagna.

Lei ha percorso 26 mila chilometri nella “Lombardia più profonda”, come recita uno spot che racconta il suo tour elettorale. Se ci dovesse raccontare a parole sue questa avventura con quali aggettivi la descriverebbe?
“I chilometri sono anche di più perché siamo ancora in giro.  E’ un’avventura umanamente molto gratificante, oltre che la cosa più faticosa che abbia mai fatto in vita mia.  Son stati tutti incontri con persone, famiglie, associazioni, volontari , imprenditori e quindi è stato per me molto positivo perché ho raccolto tante aspettative speranze che ho trovato in tanti territori della regione. In certe occasioni devo dire è stata anche una sorpresa perché ad esempio io non avevo chiara la geografia di alcuni bisogni e credo che ci siano in questo momento in Lombardia delle vere e proprie periferie territoriali- Le province di Pavia, Lodi  e Cremona -perché negli ultimi anni sono state trascurate dall’amministrazione.  Questa è una regione con straordinarie potenzialità: ci sono 800 mila imprese e questo le dice quanto potremmo fare di più di quanto abbiamo fatto in questi anni, anni in cui chi ha governato si è compiaciuto di poter esibire qualche titolo di vantaggio rispetto ad altre regioni italiane che storicamente hanno dei ritardi, invece che confrontarsi con le grandi regioni d’Europa che sono il vero termine di confronto su ambiente, trasporti, sanità welfare e  dove la Lombardia è veramente in ritardo”

Lei ha giocato tutta la sua campagna sui toni del dialogo e della pacatezza, molto in contro tendenza rispetto ai toni generali di questa campagna  elettorale.
“Perché mi mancano gli altri registri. Ho visto che alcuni spin-doctors mi consigliavano sui giornali di andare all’attacco. So che è una competizione ed io sono competitivo, però i miei toni sono questi. Non posso di punto in bianco mettermi a urlare come un pazzo da un palco insultando gli altri competitors”.

Qualche momento polemico però c’è stato.
“Diciamo che ho un po’ alzato i toni quando mi sono spazientito di vedere  cancellati degli appuntamenti per dei confronti che fino al giorno prima erano confermati e poi all’ultimo Fontana disdiceva. Questo l’ho trovato poco educato, nei confronti miei, dei cittadini e di chi aveva organizzato. Poi ho fatto una polemica politica nei confronti della Lega che in Lombardia è diventata un  movimento di destra senza mezzi toni quindi certamente non è il movimento che ha espresso figure anche di peso istituzionale quale è stato sicuramente Maroni in questi anni. Questa  è la Lega che ascolta la voce di Casa Pound, che dice di voler buttar fuori 100 mila immigrati, che si fa vanto di quell’espressione di Fontana sulla “razza bianca” , di cui si è compiaciutio e che giudica essere stata utile a farlo diventare famoso”.

A proposito del contraddittorio, Fontana dice che in fondo avete già avuto 6 confronti per cui non era il caso di annoiare ulteriormente il pubblico: meglio incontrare la gente.
“Veramente abbiamo fatto delle cose in cui c’era un minuto contingentato per ogni candidato. Non c’è stata mai la possibilità di discutere l’uno gli argomenti  dell’altro. Poi ognuno usa la strategia che vuole:  a me  risulta altro e cioè che i consulenti che Salvini gli ha messo accanto gli hanno suggerito di evitare il confronto e capitalizzare il vento a favore della destra che spira anche in Lombardia. Però il voto regionale è innanzitutto un voto alla persona, i cittadini domenica scelgono il loro presidente tant’è che  non rileva la somma dei voti delle liste che ciascuno di noi ha nella sua coalizione. Contano i voti di ciascuno di noi personalmente raccoglie. Un voto in più e si diventa presidente. Quindi non offrisi in modo trasparente alla valutazione dei cittadini non è la cosa migliore”.

Lei pensa che il suo profilo così moderato e di buon senso possa risultare vincente in una regione come la Lombardia?
“La Lombardia è una regione molto pragmatica, dove si lavora molto e dove si va al sodo.  Le diverse espressioni dell’associazionismo, del lavoro, della cooperazione mi hanno rappresentato in modo molto chiaro cosa gli interessa che succeda e quasi tutti chiedono una regione  più efficiente, più semplice, con meno burocrazia,  che abbia le idee chiare su quale sia la direzione di sviluppo. Credo che nel raffronto con altri candidati- anche quelli che nel frattempo si sono misurati nella campagna per le politiche-  il fatto di non  urlare e di non promettere la luna sia quasi rivoluzionario, certamente un tratto distintivo.

Questo suo profilo così marcatamente progressista e moderato però non ha convinto Leu , al contrario di quanto avvenuto nel Lazio. Pensa che abbiano sbagliato loro o che alla fine i  vostri progetti fossero davvero così incompatibili, così distanti?
“No, i progetti non sono stati confrontati, questa è la verità.  Ho cercato a più riprese di fare esattamente quello che ho fatto con Giuliano Pisapia che infatti ha la sua lista dentro la coalizione e cioè: invitarli a sedersi a discutere di casa, ambiente, trasporti , diritti cioè dei temi qualificanti di un progetto politico e questa cosa con Leu non mi è mai stata  possibile perché ogni volta c’era una ragione per non farlo. Prima  bisognava fare le primarie, - e io sono stato disponibile si sa , da agosto a Natale a fare delle primarie che poi non si son fatte-, poi il problema era che io avevo lavorato a Mediaset vent’anni fa, poi che Matteo Renzi forse si candidava a Milano, poi che loro facevano fatica a spiegare ai loro elettori perché stessero con noi e col PD a livello regionale avendo deciso correre separati sul nazionale, cosa che peraltro se non era un problema nel Lazio non lo sarebbe stato sicuramente in Lombardia, poi da ultimo che non c’era abbastanza discontinuità. Cento pretesti per fare una cosa sbagliata. Perché questa scelta non è compresa innanzitutto dai loro elettori ai quali è perfettamente chiaro che in Lombardia ci sono 2 esiti possibili di questo voto cioè che vince o il candidato di Salvini o il candidato di centro-sinistra. Quale elettore di Liberi e Uguali può decidere fare un regalo a Fontana e Salvini? Io penso che molti voteranno comunque per me  a dispetto di quello che hanno deciso i dirigenti sbagliando. Però questo poi lo vedremo nelle urne”

Lei ha fatto per questo un appello al voto disgiunto che si rivolge sia agli elettori di sinistra-sinistra che agli elettori moderati di centro destra che però non si riconoscono nelle posizioni estreme della Lega e del suo candindato in Regione.
“Assolutamente si. Credo ci siano molti elettori di centro che non appartengono  ad uno schieramento o ad un altro, che magari in passato hanno ritenuto di sostenere il centro-destra  e che stavolta a larga maggioranza credo sceglieranno di sostenere me”.

Lei è un renziano di lunga data eppure alcuni commentatori hanno notato che nelle ultime fasi della campagna lei è sembrato quasi sfuggire dalla vicinanza col segretario. Una tendenza che si è vista anche con alcuni big del partito a livello nazionale.
“Io sono un sindaco del Partito Democratico, ho partecipato con molta convinzione alla costruzione di un progetto politico che poi Matteo Renzi ha incarnato e Matteo mi ha accompagnato in alcune iniziative di questa campagna, dopodiché ho cercato di comporre accanto a me un’immagine un po’ più corale in cui non ci fosse solo Renzi ma ci fosse anche Paolo Gentiloni,Marco Minniti,Calenda, Martina. Tutti quei bravi ministri che il Pd ha espresso e che sono la vera classe dirigente di questo paese, quella che lo ha portato fuori dai pasticci e che solo il Partito Democratico oggi può esibire. Ognuno di loro potrebbe fare il Presidente del Consiglio domani. Quindi va benissimo Matteo Renzi però credo che sia stato utile avere anche altre figure intorno a me”

Lei però lo vede alla guida del Governo domani oppure sarebbe meglio un Gentiloni, che universalmente è riconosciuto come una figura più coesiva? E se Renzi  ha fatto qualche, che errore ha fatto?
“A Renzi abbiamo rimproverato un po’ tutti ed anche io di aver coltivato forse poco la dimensione della squadra e invece poi oggi  devo riconoscere che una classe dirigente esiste e c’è una squadra forte di governo. Forse nella costruzione della comunicazione elettorale questa cosa poteva essere esibita con più evidenza dall’inizio mentre è venuta fuori solo sulla fine della campagna, però per rispondere alla sua domanda: a me interessa che il prossimo Presidente del Consiglio sia un esponente del Pd, Gentiloni, Renzi o uno degli altri che ho nominato per me vanno tutti bene”.

Passiamo ai temi. Lei ha detto di voler intervenire da presidente della Regione Lombardia su due direttrici principali: sviluppo e inclusione. Il grande problema del divario sociale è il sintomo anche qui di una politica che è stata fino ad oggi troppo disattenta agli ultimi, ai problemi del lavoro, del precariato, dell’emarginazione sociale?
“Noi raccontiamo sempre la Lombardia come una regione di eccellenze, in realtà poi in questa regione ci sono diseguaglianze molto visibili, ci sono quasi 700 mila persone che vivono sotto la soglia di povertà, dove ci sono molte persone sole,ragazzi che hanno abbandonato la scuola in costanza di obbligo, con una dispersione scolastica in crescita rispetto a 5 anni fa, dove il 30% delle persone cerca lavoro e non lo trova. Nell’idea di competitività di un territorio necessariamente si deve andare a ricucire queste fratture divisioni all’interno del corpo sociale”.

Lei ha posto la sua attenzione anche al tema delle periferie e della sicurezza che per troppo tempo è stato letteralmente abbandonato alla propaganda del centro-destra. Lei invece ha detto che sono tematiche di cui anche il centro-sinistra si deve riappropriare.
“Ma ci mancherebbe. Sono tematiche che gli elettori che votano centro sinistra sentono, anche se poi sappiamo che i reati sono in calo c’è una sensibilità molto viva su questi temi e io credo che la nostra responsabilità non sia guardare chi ha paura dall’alto in basso. Abbiamo il dovere di dare delle risposte. La differenza fra noi e il centro destra credo sia questa:  che noi ci assumiamo l’impegno a cercare di trovare soluzioni ai problemi e a sciogliere quella paura. Il centro-destra invece non ha nessun interesse a che le paure siano superate perché quello è il  suo conto in banca. Tutto il  politico delle destre è costruito sulla paura”.

Pragmatismo e concretezza anche nella sua decisione di schierarsi a favore dell’autonomia, un’autonomia ragionevole e temperata. E’ un’altra di quelle battaglie che rischiava di essere abbandonata nelle braccia del centro –destra e che lei ha voluto difendere da posizioni di buon senso.
“Si, che poi sono quelle presenti nel pre-accordo firmato ieri a Roma da tre presidenti di regione tra cui La Lombardia. Cos’è successo? Si è diradato il fumo che aveva sollevato soprattutto la Lega attorno al tema dell’autonomia raccontando per mesi cose mirabolanti che non sarebbero mai potute accadere , dal residuo fiscale dimezzato ai 27 miliardi di euro in più da spendere. Alla fine si capito quello che realmente la Costituzione consente ovvero il trasferimento di alcune competenze dallo Stato alle regioni. Quindi più responsabilità in capo alle regioni, ovviamente anche più risorse correlate, ma non stiamo parlando di una rivoluzione che stravolge i rapporti fra i territori e lo Stato”.

Mettiamo il caso che lei domani vince e va al Pirellone. Mi dica la prima cosa che farà.
“Scelgo dei bravi collaboratori, dei bravi assessori e dei bravi dirigenti. La prima linea dovrà essere fortissima. Se non mandiamo avanti competenza e merito  non potremo fare quello che desideriamo per la Lombardia per i prossimi anni”

Paola Pintusdi Paola Pintus   
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