Libia, il generale Arpino: "Isis? Un'altra minaccia è la Francia, a volte fa disastri. Sullo sfondo c'è il petrolio"

Libia, il generale Arpino: 'Isis? Un'altra minaccia è la Francia, a volte fa disastri. Sullo sfondo c'è il petrolio'

Per il premier Matteo Renzi la pace in Libia la possono assicurare solo i libici. In pratica le tribù locali devono trovare un accordo, anche se l’Italia “è disponibile a lavorare in tale direzione”. A fianco del presidente francese François Hollande, riferendosi ad un eventuale intervento delle forze dell’Onu, il nostro capo del governo precisa poi che un'operazione di peacekeeping in quei territori “non è all'ordine del giorno". Il terrorismo islamico che decapita i prigionieri minacciando di tingere di rosso il Mediterraneo preoccupa però Federica Mogherini. "Un non-Stato o uno Stato affiliato all'Isis in Libia, a poche centinaia di chilometri dai confini meridionali europei, è una minaccia per tutto il continente", sostiene l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’Europa ribadendo la necessità di creare in quel Paese un governo di unità nazionale.

Ma quanto è reale il pericolo paventato dai proclami dei sanguinari miliziani e quanto rischia l’Italia, le cui coste sono in effetti a un tiro di missile dal Nord Africa? Secondo il generale Mario Arpino, ex capo di stato maggiore della Difesa e capo dell’unità di coordinamento aereo in Arabia Saudita durante la guerra del Golfo, “l’arma più potente ed efficace che l’Isis ha in questo momento è la capacità mediatica di seminare panico e terrore”.

Vuol dire che dobbiamo temere più i video e i proclami dei missili?
“Diciamo che la prima cosa da fare è difenderci dall’attacco mediatico cui siamo sottoposti ogni giorno. Sarebbe meglio ignorarlo e non dare risalto ad enunciazioni e video, gli esponenti dell'Isis infatti cercano di sfruttare la capacità di divulgazione dell’Occidente e lavorano con una consapevolezza mediatica molto avanzata. Con i nostri telegiornali, i talk show, i giornali, la Rete e i personaggi più o meno competenti che sparano spesso ipotesi catastrofiche ne amplifichiamo messaggi e minacce facendo loro un favore”.

In certi casi però i proclami si sono tramutati in atti concreti di sangue, come in Francia o in Danimarca.
“Sì, ci sono anche pericoli reali, ma la vera minaccia deriva ancora una volta non da armi da guerra ma dall’iniziativa indotta dal condizionamento. Da cellule terroristiche dormienti e dai cosiddetti lupi solitari, insomma da jihadisti presenti sul territorio”.

I terroristi possono arrivare anche sui barconi dei migranti disperati che giungono sulle nostre coste?
“Possono arrivare anche in tal modo e ci sarebbe un gran lavoro da fare a proposito. Ma sembra che in Italia si abbia paura di parlarne perché siamo invasati dallo spirito caritatevole, dal falso buonismo e da un concetto distorto di democrazia. Non significa evitare di aiutare chi ha bisogno ma individuare chi sbarca con cattive intenzioni”.

Sulla scottante questione libica prevale la tesi per cui è meglio evitare interventi militari esterni, altrimenti la situazione potrebbe diventare ingestibile. Eppure certi Paesi come la Francia mandano verso quei territori le loro portaerei dando l’impressione di volersi muovere.
“Sì, ecco, la Francia. Un’altra minaccia secondo me è proprio la Francia. Ogni volta che si muove fa disastri. Non per niente se siamo in questa condizione buona parte della colpa è dell’intraprendente Sarkozy, che nel 2011 riuscì perfino a far fare una dichiarazione di guerra all’Onu, cosa accaduta solo 3 volte in 70 anni. Dietro la foglia di fico del voler proteggere qualcosa o qualcuno, probabilmente si cela sempre l’intento di fare i fatti propri. Ci hanno trascinato in un conflitto destabilizzando il padrone del momento, Mu'ammar Gheddaffi, dipinto come poco democratico, ma stiamo scoprendo quanto sia inutile cercare padroni democratici in Medio Oriente. Anzi, forse è impossibile trovarne. Il rischio è continuare a dare in pasto all’Isis e ai suoi simili argomenti e motivi per crescere e prosperare, di fornire ciccia al cane”.

Si parla in compenso di soluzione politica, cosa può significare in concreto? Appoggiare gli egiziani? Aiutare i curdi?
“No. Soluzione politica significa qualunque cosa che non sia guerra. Bisogna allora stabilire se ci sono le condizioni per far colloquiare almeno i principali responsabili. Ed è ciò che sta facendo, tutto sommato, l’Onu in particolare con l’inviato speciale Bernardino Leon per la creazione di un governo di unità nazionale”.

L’Italia può dare un contributo?
“Credo che l’Italia possa dare un determinante contributo proprio a questo proposito, per la sua conoscenza del territorio, dei vari personaggi in campo e delle abitudini locali. Può fornire un notevole contributo anche a livello di intelligence”.

E se ciò non bastasse? Molti parlano di peacekeeping, ovvero delle possibili operazioni per il mantenimento della pace, sotto il controllo dell'Onu e con il consenso delle parti in causa.
“Le operazioni di peacekeeping si possono fare quando c’è la pace oppure ci sono gli interlocutori per garantirla e mantenerla. Nel caso di cui discorriamo però non siamo in queste condizioni. E mi sono meravigliato a sentir certi politici che parlano di utilizzare per questo i militari. La soluzione militare significa uso della forza, significa la guerra. E le guerre si fanno per vincerle, non per andare a patteggiare con chi non patteggia. Se si decide in questo senso allora, alla guerre comme a la guerre, e bisogna vincere, eliminare il pericolosissimo cancro. Ma questo, sfortunatamente, significa uccidere”.

Ed essere uccisi.
“Sì, purtroppo”.

Che armi hanno quelli dell’Isis che possano minacciare le coste italiane?
“Quando si parla di certi pericoli ricadiamo nella propaganda mediatica. I miliziani non hanno nessun tipo di missile capace di colpire per esempio le coste della Sicilia, né aeroplani in grado di arrivare in Italia a bassa quota senza essere visti e intercettati”.

Lasciare la situazione latente non può significare il pericolo di estensione dell'Isis ad altre zone geografiche come l’Algeria o la Tunisia? Per altro pare che molti dei nuovi adepti dello Stato islamico provengano da quelle zone.
“I miliziani libici sono quasi tutti locali e son pochi quelli provenienti da fuori, quasi sempre - in effetti - dalla Tunisia e dall’Algeria. Gli islamici del califfato stanno cercando di ripetere il percorso fatto nel ‘700, nel dopo Maometto. Quando gli uomini guidati dal generale Uqba b. Nāfi arrivarono a percorrere tutta la costa libica e giunsero in Tunisia. Nel 711 erano già in Spagna. Oggi magari vorrebbero fare la stessa cosa con altri mezzi”.

Magari ciò e difficile, ma può verificarsi comunque una estensione del raggio di influenza.
“Il pericolo di espansione ad altri Paesi esiste perché l’Isis fa molta presa su giovani che non hanno lavoro, su chi non ha più ideali, è in condizioni disagiate o estraniato in una Patria non più sua”.

Una situazione davvero delicata.
“Io comunque credo di aver capito che le guerre tra arabi sono sempre state guerre tra arabi. L’Occidente è sempre incidentale, e se si mette in mezzo fa spesso disastri”.

Ultima cosa, sullo scenario di fondo c’è sempre il petrolio. In Cirenaica dove esiste l’80% dei giacimenti ci sono gli interessi francesi e inglesi. In Tripolitania quelli degli italiani con il 25% delle riserve e il gasdotto Greenstream. Non è forse quello della Libia anche un gioco in cui chi vince potrà diventare determinante nel fare i contratti e scegliere i partner commerciali occidentali?
“Sicuramente. Anche l’intervento di Sarkozy che trascinò anche noi a combattere contro i nostri interessi va letto in questa luce. Alla fine si tratta di Eni da una parte e di Total (o British Petroleum, ndr) dall’altra. E’ ovvio ci sia anche questo, e anche l’Isis non si sottrae al gioco. Non per nulla in Iraq lo Stato Islamico ha cercato subito di controllare i pozzi di petrolio. Ed anche in Libia i miliziani hanno cercato di attaccare terminali petroliferi e pozzi a Sud della Sirte, anche se poi non sono riusciti a tenerli. Ci sono questi signori che partecipano al gioco e ci sono altri che approfittano del disagio e del campo libero per guadagnare spazi nel controllo energetico”.

Non è che l’Italia rischia di rimanere col cerino in mano se non sta attenta?
“E’ possibile. Per fortuna c’è l’Eni che lavora in modo abbastanza autonomo con una politica sua e una sua capacità di intelligence, con suoi accordi e suoi contatti sul territorio, a volte molto più forti di quelli governativi. Le azioni dei livelli governativi risentono infatti del politicamente corretto e portano in qualche caso a non fare la cosa giusta al momento giusto. A scegliere ciò che conviene di più politicamente, magari all’interno e non in prospettiva estera”.

Il nostro livello politico governativo dovrebbe stare con gli occhi molto aperti su questa vicenda?
“Si, soprattutto attento a non fare grossi rilanci in avanti e non amplificare la propaganda. Quando si è al governo i responsabili devono essere molto cauti. E purtroppo non è vero che bisogna dire sempre tutto al popolo. Ci sono cose che devono stare dove devono stare, per esempio all’interno dell’intelligence. Questa è una guerra e se noi andassimo a raccontare tutto sbaglieremmo. Saremmo degli ottimi esempi di democrazia ma dei pessimi servitori della patria”.