Referendum anti-trivelle, Emiliano: "Il governo sbaglia a non ascoltarci, voto contro lo strapotere dei petrolieri"

Intervista con il presidente della Puglia, capofila delle Regioni promotrici. Che accusa: "Shell va via? Investire da noi non conviene"

Referendum anti-trivelle, Emiliano: 'Il governo sbaglia a non ascoltarci, voto contro lo strapotere dei petrolieri'
di Antonella Loi

La Shell abbandona lo Jonio e rinuncia alle trivellazioni per le ricerche petrolifere nella porzione di mare non lontana dalle coste di Puglia, Basilicata e Calabria. Lo aveva già fatto la società Petroceltic che, ai primi del mese, aveva presentato al Mise istanza di rinuncia in merito al permesso di ricerca nel Mare Adriatico meridionale, a largo delle isole Tremiti. "Estrarre il petrolio in quelle fasce non è conveniente: i giacimenti sono piccoli e poco produttivi. Quindi quel poco di petrolio che abbiamo magari è meglio che ce lo teniamo per riserva". A dirlo (e c'è soddisfazione in queste parole) è Michele Emiliano, presidente della Puglia e capofila delle Regioni anti-trivelle. Quelle che hanno richiesto il referendum (prima volta nella storia repubblicana) e che sono già in campo per far capire agli italiani quanto sia importante questo voto. Anche se il tempo a disposizione è poco e la materia piuttosto tecnica. "In realtà il quesito è semplicissimo", assicura il governatore. "Si tratta di dire che il permesso di estrarre non deve essere più legato alla vita del giacimento ma deve scadere dopo un certo periodo. Cioè: i poteri erano tutti nelle mani dei privati e ora tornano allo Stato. Mi sembra un dato positivo", aggiunge Emiliano. 

Eppure quella rinuncia all'accorpamento elettorale e la consultazione fissata al 17 aprile proprio non vi è andata giù.
"Il governo ci ha organizzato questa situazione per metterci nelle peggiori condizioni possibile. Mi sembra evidente. Sarà una corsa contro il tempo, ma faremo tutto il possibile per informare adeguatamente gli italiani. E sono convinto che gli italiani non vogliono che le trivelle possano agire indisturbate, ma piuttosto che ci siano limiti all'estrazione". 

Qualcuno dice che le compagnie petrolifere lasciano l'Italia perché spaventate dal referendum.
"Macché, non c'è più convenienza ad estrarre il petrolio, il prezzo è crollato con l'ingresso dell'Iran nel mercato e gli analisti dicono che per 20-30 anni il prezzo rimarrà basso". 

Però è vero che avere cittadini e amministrazioni contro può non essere un vantaggio.
"Trivellare in questi mari non conviene. Tutte le società se potessero scapperebbero. E poi noi ci siamo svegliati tardi, siamo entrati in campo quando lo stadio era già vuoto".  

Per lo Stato le trivellazioni rientrano nella materia "strategica" indicata dallo Sblocca-Italia. 
"Ed è una cosa che noi riteniamo sia molto grave, il governo non ha un piano energetico o non ritiene di doverlo palesare e condividere". 

Vi sentite messi da parte?
"Le Regioni anche nel progetto di riforma costituzionale perdono il loro ruolo, l'energia viene sottratta alla competenza concorrente. Il punto però non è questo, perché può anche essere giusto che in questo caso sia il governo a dire l'ultima parola. Il punto è che le Regioni sono state estromesse dalla valutazione se un'impresa energetica fosse conveniente o meno in relazione alla vocazione di ogni terra".

Da qui il referendum?
"Esatto: è l'impedire alle Regioni il diritto di parlare che ha motivato il referendum. Insieme al presidente della Basilicata avevamo richiesto una moratoria su tutti i permessi di ricerca in modo da poter ragionare con calma sul da farsi. Invece siamo stati ignorati. Il referendum è stato per noi inevitabile".

La tendenza a "escludere" le Regioni arriva fino alla riforma costituzionale?
"Non ho nessuna particolare passione per questa riforma costituzionale e in maniera disciplinata non ho mai detto una parola su di essa. Mi auguro che il governo ci faccia capire di avere intenzione di applicarla salvando il principio del regionalismo. Mi aspetto che ci incoraggi a sostenerla dando un concreto esempio di ascolto nei confronti delle Regioni. Se viceversa il governo intende cambiare la struttura costituzionale del Paese trasfomando una repubblica regionalistica in una accentrata in stile napoleonico, è chiaro che questa cosa potrebbe suscitare diffidenza nei cittadini italiani e dunque anche nell'impegno a favore o contro il referendum". 

Il referendum, il primo di iniziativa regionale nella storia repubblicana, è curioso che cada proprio nel bel mezzo dell'iter della riforma. 
"La confusione in questo Paese regna sovrana perché non esiste un luogo di discussione politica, non si sa bene quale sia il programma che stiamo attuando al governo del Paese, perché in realtà questo programma non è stato votato dagli italiani. Stiamo andando a tentoni, cercando di capire cosa serve al Paese e cosa non serve. Non è facile il compito del presidente del Consiglio e del Pd. Il quale, per dire, alle ultime elezioni aveva un programma 'Italia bene comune' in alleanza con Sel completamente diverso da quello che stiamo attuando".

Un cammino politico che non va come sarebbe dovuto andare?
"C'è una situazione di emergenza che dura dalla non-vittoria del Pd e della coalizione di centrosinistra nel 2013". 

Il premier non sembra dolersene.
"I sondaggi che vedo io però non sono entusiasmanti, il Pd è intorno al 30% che è la soglia fisiologica minima. La politica in democrazia si fa includendo non escludendo. Ho la convinzione che dalle elezioni europee in poi il Pd si sia convinto che la sua vittoria sia ineluttabile. Io non credo che sia così". 

di Antonella Loi