"Mercenari ben addestrati e milioni di armi: per combattere l'Isis in Libia servono 200mila uomini"

'Mercenari ben addestrati e milioni di armi: per combattere l'Isis in Libia servono 200mila uomini'

Secondo un'analisi condotta sul web dall'Università degli Studi di Milano, il 70 per cento degli italiani è contrario allo sbarco in Libia di nostre truppe. D’altra parte, però, l’indagine non tiene conto né delle minacce, né delle ripercussioni che potrebbe subire la nostra economia se si dovesse perdere, per esempio, il controllo dei pozzi petroliferi Eni o le rotte battute dai trafficanti di uomini. Il dibattito fra interventisti e non, si sta facendo ogni giorno sempre più serrato. Per il direttore generale di Security Consulting Group (SCG), Carlo Biffani, uno dei massimi esperti di sicurezza internazionale, “gli italiani devono andare in Libia, ma non da soli”. Per bonificare quell’area, sempre per Biffani, “servono 200-300mila soldati”. Che sarebbero chiamati a combattere contro un esercito ben armato e ben addestrato dai mercenari provenienti dai Paesi dell’Est e dalla Cecenia.

Biffani, perché l’Italia dovrebbe avventurarsi in un deserto che non le ha mai portato fortuna?
“Perché deve difendere i suoi confini: sono minacciati dai jihadisti dell'Isis e da centinaia di migliaia di disperati che si affidano ai trafficanti di essere umani. Un esodo che il nostro Paese non sarebbe in grado di affrontare”.

Cinquemila uomini, bastano?
“Non bastano. In Italia, quelli sui quali contare, sono sempre gli stessi, ovvero La Brigata Paracadutisti Folgore, alcuni Reggimenti Bersaglieri, la Brigata Alpinina Taurinense, la Sassari, poi in ambito Forze Speciali, a quelle riunite sotto il comando COI-COFS: Col Moschin, GOI ed al RIAM dell'Aeronautica Militare. il 9º Reggimento d'assalto paracadutisti "Col Moschin"; il G.O.I. - Gruppo operativo incursori del COMSUBIN - Raggruppamento Subacquei ed Incursori "Teseo Tesei"; 17º Stormo Incursori, il 17º Stormo incursori; G.I.S. - Gruppo di Intervento Speciale - Gruppo di intervento speciale (Arma dei Carabinieri). Inoltre, il 26° Reparto Elicotteri per Operazioni Speciali dell'Esercito, il 4° Rgt. Alpini Paracadutisti "Monte Cervino" e l'11° Rgt. Trasmissioni, tutt'oggi impegnati fianco a fianco degli incursori in Afghanistan”.

Quanti uomini occorrono per pensare di avere ragione dell’Isis?
“Duecentomila uomini”. Realisticamente parlando, sono numeri davvero importanti: basti pensare che in Iraq nel 2004, se la memoria non mi inganna, il personale armato attivo arrivava a 200 mila compresi gli attori privati presenti sul terreno.

Ma l’esercito italiano dove li scova trecentomila uomini?
“Francia, Germania, Inghilterra, l'Europa (ma non solo) sono, a mio parere, minacciate tanto quanto l’Italia. In Francia i cosiddetti Lupi Solitari hanno fatto uno scempio, idem in Danimarca. E nulla impedisce che possano agire in altre parti dell’Europa. Tutti devono contribuire alla difesa”.

Sotto l’egida dell’Onu?

“Non riesco a immaginare una autorizzazioe ONU per una missione simile a quelle che sono soliti mettere in campo, ovvero di peacekeeping, visto che in Libia, al momento vi è una guerra fra tribù, bande e gruppi e non vi è alcun accordo di pace da far osservare.

Premesse che in Libia non esistono.
“Il Libia è in corso una guerra a bassa intensità (non sono ancora entrati in azione né aereonautica, né navi, né artiglieria pesante), ma è pur sempre una guerra. Con l’approccio che ha sempre avuto l’Onu, sarebbe difficile far digerire all’opinione pubblica l’ingresso di truppe armate a Tripoli: perché lì si andrebbe a fare cose molto diverse da quelle che sono state fatte, o che si stanno facendo, in Libano, Afghanistan, Bosnia, dove l’attività a fuoco è poco consistente. In Libia si va a sparare sul serio”.

Combattere per cosa?
“Libertà ed energia (petrolio e gas) a prezzi ragionevoli”.

L’Is sembra ben organizzata, i mercenari serbi hanno fatto un “bel lavoro”. Lei cosa dice?
“Gli ex militari provenienti dagli eserciti dell’Est e i Ceceni sono ottimi addestratori. Hanno insegnato agli islamici i segreti della guerra asimmetrica. Se l’Occidente dovesse decidere di combattere una guerra risolutiva, deve sapere che la Libia catalizzerà i foreign fighters provenienti da Cecenia, Medio Oriente e Africa Occidentale”.

Qual è il soldo percepito dai mercenari dell’Isis?
“Pochi. La differenza la fa la motivazione, il ritorno mediatico e l’idea di combattere non più in piccoli gruppi d’assalto ma in una sorta di esercito globalizzato: in Libia non agisce un movimento diretto dal califfo al Baghdadi ma una specie di franchising, o, se vogliamo, un’ambasciata aperta in un momento di necessità”.

Circola una boutade, si dice che ventimila mercenari sarebbero in grado di distruggere l’IS.
“Solo una battuta: contro i terroristi islamici occorre mettere a punto uno strumento bellico convenzionale composto da occidentali e arabi armati con aerei, artiglieria, carri, battaglioni paracadutisti, soldi, mezzi e, soprattutto, uomini disposti a versare il loro sangue nella sabbia del deserto libico”.

Le armi chi gliele dà?
“Parlo per esperienza personale: quando stavo lì, la Libia aveva sette milioni di abitanti e dieci milioni di armi. Erano quelle stipate nei magazzini dal Colonello Gheddafi che, Scud compresi, sono finite nelle mani dei rivoltosi. Due anni fa, passando negli incroci si potevano incontrare ragazzini di nove-dieci anni che mercanteggiavano pistole automatiche”.

Si dice che gli jihadisti possano giungere in Italia con i barconi degli immigrati.
“Non mi sento di escluderlo”.

Fra i mercenari ci sono italiani?
“Non mi risulta, ma non sono in grado di escluderlo”.

Lei in Libia ci andrebbe?
“Per estrarre gente da lì, ci vogliono tante risorse: sono necessarie per risolvere i complicati problemi che si debbono affrontare in fase pianificativa e realizzativa. Con l’alzarsi del livello di scontro, anche Eni è venuta via, sia con il personale lavorante sia con la security”.