[L'intervista esclusiva] Capitano Ultimo: "Io, carabiniere straccione e la mia vita da braccato e perseguitato"

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Un po’ San Francesco, un po’ Che Guevara. L’umiltà dell’uno, la ribellione dell’altro come recalcitranti compagni di strada perché difficili da mettere d’accordo: quando uno vuole alzare la testa e protestare, l’altro si impone il silenzio, l’accettazione diligente e sposta lo sguardo verso il basso. In mezzo lui, il carabiniere diventato mito, quello che il 15 gennaio del 1993 ha messo le manette a Totò Riina, quello al quale Raoul Bova ha prestato occhi verdi e regalato un grande successo televisivo diventato saga, ma anche quello che ha conosciuto l’onta di un processo per favoreggiamento di Cosa Nostra (dal quale è uscito indenne), proprio lui che della lotta alla mafia ha fatto una ragione di vita, quello che dal Ros è stato trasferito al Noe e poi ancora ai servizi segreti e infine, dopo lo scandalo Consip tutt’ora materia di indagine, di nuovo all’Arma, in un pellegrinare fatto di successi professionali e di tante amarezze dovute allo smantellamento della sua squadra e ai ripetuti tentativi di delegittimazione. Inconsueto nei modi diretti, scomodo negli obiettivi senza sfumature, ingombrante come tutti gli eroi.

Senza scorta dal 3 settembre

Del capitano Ultimo, diventato nel frattempo colonnello, non esistono fotografie. Da 26 anni Sergio De Caprio, toscano di Montevarchi, ha sepolto il suo viso dietro un passamontagna, complice necessario per poter continuare le sue attività investigative, per permettersi l’invisibilità e fare i pedinamenti, ma al tempo stesso testimonianza di una vita da braccato, di un’esistenza dove il pericolo ti accompagna ogni notte sul cuscino e dove immancabile è lì, accanto a te, quando ti risvegli. Lui usa la parola “cautela” per descrivere come conduce la sua vita quotidiana. Ma standoci accanto non puoi fare a meno di notare come ai suoi occhi non sfugga niente di ciò che accade intorno. Attento, decisamente diffidente. D’altra parte tra le medaglie che si appunta sul petto c’è il ritrovamento sul comodino del boss mafioso Bernardo Provenzano di un suo libro sulle tecniche di indagine. Cosa Nostra gliel’ha giurata e lui sa perfettamente che certe promesse non vanno in prescrizione. A dimenticarselo invece sembra essere lo Stato che dal 3 settembre scorso lo ha privato della scorta. Decisione criticata da tanti politici e dalla società civile, tra interrogazioni parlamentari e petizioni pubbliche, che lui dice di “accettare con gioia”, in un maldestro tentativo di non fare nessuna polemica, ma anche, forse, di dare voce a quella parte di sé che negli insegnamenti di Gesù Cristo vede l’ideale a cui tendere. Ed è per questo che a proposito della scorta negata lo senti affermare: “Sono decisioni che non dipendono da me. Sono decisioni di altri. È sempre bello quando l’altro ti concede qualcosa. Anche l’indifferenza, anche l’abbandono sono dei doni”. E spiega: “Senza scorta si vive come con la scorta: con preoccupazione. Combatto da solo con la stessa gioia, la stessa rabbia, la stessa determinazione. Ma ovviamente quando combatto con altri sono più felice”.

L'incontro

Incontrarlo non è facile perché bisogna superare il muro del suo inevitabile sospetto e dell’incondizionata dedizione dei volontari della sua associazione, che gli fanno da scudo. Con loro nell’estrema periferia romana ha messo su una casa famiglia per ragazzi disagiati ai quali offre il riscatto di una microeconomia fatta di laboratori artigianali e di mestieri da imparare. Ma “La tenuta della Mistica” è molto altro: punto ristoro, parco per bambini, fruibile anche dai diversamente abili munito di campo da minigolf e bio-lago, trenta ettari di coltivazioni biologiche, centro rapaci. Qui ogni tanto si materializza. E qui, tra cespugli di santoreggia e ulivi, lo incontriamo. Fedele a se stesso nella descrizione che libri e fiction hanno fatto di lui: il guanto senza dita, la croce al collo, la prestanza fisica che dissimula sotto felpe extralarge. Oggi ha 56 anni, molti dei quali dedicati al grande amore della sua vita, l’Arma dei carabinieri. Un amore ricambiato ma anche molto contrastato che ce lo riconsegna inevitabilmente provato: accanto all’indomito combattente anticonformista, col mito degli Apache e della solidarietà, è comparsa la piega amara della disillusione. Una piega che lui contrasta a colpi di fede e di valori, ma anche facendo appello a quel gusto per l’ironia tipicamente toscani. “Come sto? Combatto i mulini a vento, grazie. E tu?”.

Che cosa ti auguri rispetto alla decisione di toglierti la scorta? Era già successo nel 2009 e nel 2014. Speri che ci ripensino?
“Non mi auguro niente. Sono più distaccato rispetto al passato. Non mi aspetto più niente da nessuno. Sarà la maturità, sarà l’età. Piuttosto sono io che ho ancora voglia di dare qualcosa agli altri. Mi dispiace che persone come Bagarella siano state ritenute non pericolose. Sono valutazioni fatte da esperti che hanno un’idea di Cosa Nostra e del pericolo completamente diversa dalla mia”.

Come vivi nella tua quotidianità?
“Come le persone che stanno attente, come è la mia natura, come vivono le persone della strada. Sempre vigile perché l’insicurezza è diffusa. Per tutti non solo per me. Vivo con cautela. Proprio come facevo quando avevo la scorta. Che poi non era proprio una scorta. Semplicemente vivevo con le persone con cui lavoravo. Avevo delle persone che mentre lavoravano con me mi proteggevano e io proteggevo loro”.

Scorta o non scorta, vivi nel mirino della mafia dal 1993, da quando cioè hai arrestato Totò Riina. In questa vita condotta con estrema cautela, che cosa ti manca di più? A cosa hai dovuto rinunciare?
“Mi mancano i miei carabinieri. E guardare le persone negli occhi mentre cammino per strada”.

In che senso ti mancano i tuoi carabinieri? Dopo essere stato ai servizi segreti dell’Aise sei stato “restituito” all’Arma. È corretto dire così? Che cosa stai facendo ora in seno ai carabinieri?
“Mi occupo delle convenzioni con le associazioni ambientaliste e di cittadinanza attiva nell’ambito della biodiversità e dei parchi ma di questo non possiamo parlare perché non sono autorizzato. Per il resto, sono rientrato nell’Arma e, per motivazioni che non conosco, non mi è possibile avere contatti con i miei carabinieri. E questo mi spiace molto e mi dà fastidio. La ritengo una cosa gratuita”.

In pratica nell’Arma sei isolato?
“No, non sono isolato. Siamo tutti isolati. Però mi mancano i miei carabinieri. Non mi interessano i motivi né le polemiche. Non mi aspetto niente e non voglio niente da nessuno. Semplicemente non è possibile stare insieme ai miei carabinieri. A questo punto, ci riuniremo la sera e faremo delle belle feste dove brinderemo a quelli che ci tengono separati affermando principi che sono il nulla”.

Oltre all’arresto di Riina, hai condotto tantissime indagini, dalla Duomo Connection alla Cpl-Concordia e alle inchieste sulla discarica di Malagrotta. Eppure se ho capito bene in questo periodo non sei utilizzato su nessuna indagine. È corretto?
“Ora questa mia capacità non è utilizzata, né io devo imporre le mie qualità. Non mi interessa. A me interessa invece che il nemico abbia riconosciuto la capacità mia e dei carabinieri che hanno sempre lavorato per me e per il popolo. La cosa più bella è stata quando è stato arrestato Provenzano che sul comodino aveva il libro del capitano Ultimo sulle nostre tecniche. Quella è la più bella medaglia che io e i miei uomini avremmo potuto avere. Dagli altri non ci aspettiamo niente. Li abbiamo serviti e li serviremo se vogliono. E se non vogliono aspetteremo di andarcene serenamente, brindando alla loro nullità”.

Quanto hai da lavorare? Quanto ti auguri ancora di lavorare?
“Continuo a combattere. Dono la mia vita alla gente, al popolo, agli inermi, ai più fragili. A volte sbaglio e chiedo scusa. Lo faccio anche adesso per la mia arroganza rispetto a chi ha idee diverse su di me e sulla mia attività. Però sono fiero di aver dedicato la mia esistenza agli altri senza aver mai chiesto nulla in cambio”.

Sui tuoi account social c’è scritto accanto al tuo nome “carabiniere straccione”. Cosa vuol dire essere “straccione”? Pensi che questo tuo modo di essere possa averti messo in cattiva luce all’interno dell’Arma?
“Questa storia dei carabinieri straccioni è nata quando eravamo al Ros, mentre discutevo con dei colleghi più grandi di età ed era uno scherzo. Prendevamo in giro quei carabinieri che vivono di etichetta, cerimonie, circoli ufficiali, parate e formalismi. Contrapponevamo a questo mondo abbastanza superficiale, quelli che vivono sulla strada, i radiomobili, i carabinieri che si occupano dell’ordine pubblico. E così è nata per scherzo questa definizione che poi invece è diventata consapevole e seria. L’Arma della gente e della strada è diversa dall’Arma dei palazzi. Anche se poi l’Arma è una sola e dobbiamo rispettare tutti”.

Questo tuo modo di essere pensi ti abbia nuociuto all’interno dell’Arma?
“Non lo so e non me ne importa più di tanto. Ho visto come hanno trattato Falcone, come hanno trattato il generale Dalla Chiesa o altri ufficiali dell’Arma molto più bravi e importanti di me. E ho visto che alla fine come in tutti gli ambienti contano le piccolezze umane che hanno il sopravvento sui valori e sul senso del dovere”.

Cosa intendi per piccolezze?
“Lascio a te la definizione. Io penso che dobbiamo difendere il popolo e combattere la mafia e non combattere quelli che combattono la mafia. Dobbiamo incoraggiare i più giovani a darsi da fare con coraggio, ad affrontare i pericoli e non a guardare come va a finire. Le polemiche non servono a niente. In quanto a me, ho il mio destino e gli vado incontro con coraggio e umiltà. Non m'importa di chi mi ostacola o mi giudica”.

Citi spesso il generale Dalla Chiesa, il tuo grande maestro. Qual è la sua lezione che tieni più cara?
“L’ho conosciuto ma non ci ho lavorato. Lui mi ha insegnato che il comandante dà l’esempio. Si comanda solo con l’esempio. Al di fuori dall’esempio ci sono soltanto feste, cerimonie, mobbing, discriminazione. Tutto il resto è una farsa”.

Nei post che scrivi spesso fai riferimento a San Francesco e Che Guevara. Possiamo tracciare una mappa delle tue stelle comete?
“Basta solo il nome di Gesù di Nazareth. Tutti gli altri sono persone che, a prescindere dalle loro idee, hanno dato l’esempio. Hanno sacrificato se stessi per gli altri senza avere niente in cambio. E questo è il nostro modo di essere carabinieri; è come noi sogniamo i carabinieri, come vogliamo che siano i nostri comandanti. Vogliamo bene ai nostri comandanti quando ci danno l’esempio, quando stanno con noi, quando ci rimproverano, quando ci correggono: noi li rispettiamo e li portiamo nel cuore. Quando invece stanno lontani e colpiscono alle spalle e opprimono e fanno mobbing, ci dispiace per loro perché non hanno capito cos’è una battaglia e un combattente. E quindi siamo delusi e amareggiati”.

Tenere il volto coperto ti pesa?
“È una scelta di sicurezza che ho fatto tanti anni fa e che devo tutelare per essere nessuno, per non celebrare me stesso, per non essere importante, per non essere riconosciuto sia dal nemico sia nella società. Non deve esistere il capitano Ultimo. È un mendicante, un combattente del popolo. Nel momento in cui fai un’attività che funziona e colpisce il nemico, sparisci e torni nel nulla. Questo per me è il senso. Non certo quello di creare un mito o un personaggio. È nata questa esigenza dal fatto che eravamo pochi. Ci nascondevamo perché dovevamo fare i pedinamenti. E quindi non era per fare paura o per essere fighi”.

Parallelamente alla tua attività professionale, hai aperto una casa famiglia e una tenuta dove aiuti le persone più sfortunate. Una scelta che comunque ti espone rispetto alla tua esigenza di invisibilità? Come è andata?
“Ne abbiamo parlato con i carabinieri, con le loro famiglie e abbiamo deciso di impegnarci. Da nove anni ci siamo riuniti intorno a una piccola croce di legno e con molta umiltà e semplicità abbiamo cercato di creare una piccola comunità cristiana antica, praticando un cristianesimo che vede Gesù nel dono della sopravvivenza per un altro. Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto. Magari in maniera goffa e sbagliando, ma lo facciamo”.

Hai un seguito importante. Hai mai pensato di entrare in politica?
“La politica in cui mi impegno è quella del Vangelo. Prendo lezioni dai mendicanti e dalle monache di clausura che vengono derise. No, alla politica non ci penso”.

Hai alle spalle una lunghissima carriera. Qual è stato il momento più bello e quello più amaro?
“Mi sono arruolato nel 1977 quando ho lasciato la mia famiglia e i miei affetti per proteggere gli inermi. I momenti belli sono tanti: tutte le volte che avendo poco mi sono appoggiato magari a una macchina e ho diviso quello che avevo con i miei carabinieri. I momenti più brutti vengono di conseguenza. E sono quando questa nostra unione viene ostacolata, derisa e perseguitata”.

Sei uscito indenne dal processo che ti vedeva imputato come favoreggiatore di Cosa Nostra. Un’esperienza sicuramente difficile. Che cosa ti ha lasciato?
“Mi ha insegnato che dobbiamo avere rispetto di tutti. Dobbiamo accettare le critiche e le accuse, la derisione e il pregiudizio. Accettarli ma anche combatterli, impedendo la manipolazione delle coscienze e delle idee. Distinguere quelli che dalla lotta alla mafia ne hanno benefici da chi la pratica per amore del popolo. È questa la discriminante che fa capire chi è dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. Poi gli errori ci saranno sempre ed è giusto che siano valutati e giudicati. Ma senza che tutto questo diventi business, spettacolo o scalata di potere da parte di alcuni a danno di altri”.