Tecnologia e innovazione per una agricoltura sostenibile: gli insegnamenti del passato, le eccentricità del presente, le sfide del futuro

Il dibattito che oggi anima il mondo agricolo sul piano scientifico ruota attorno a queste questioni di fondo. Sinora, tutte le previsioni pessimistiche sono state smentite dall’evoluzione delle tecniche conseguente agli effetti dell’innovazione

Un particolare del Parco Artistico permanente dell'azienda agricola vitivinicola Chiarlo (Asti)
Un particolare del Parco Artistico permanente dell'azienda agricola vitivinicola Chiarlo (Asti)
TiscaliNews

Il binomio agricoltura-innovazione è ormai una equazione inderogabile. Perché questo è il segreto di un settore in evoluzione costante. Meno conosciuto è invece il binomio attività agricola-economia, che pure è quello che determina la ricerca dell’innovazione. In passato l’imprenditore agricolo produceva soprattutto per il fabbisogno umano, nel corso degli anni le regole del mercato sono cambiate, così ora sta producendo anche per altre finalità. “L’agricoltura non produce più solo cibo … Ma le sue funzioni si sono poi estese dalla produzione di beni sino a coinvolgere anche altre attività. Interveniva anche nella cura del territorio e nel governo delle acque, sulle infrastrutture, sul commercio”, ha spiegato Dario Casati (professore Ordinario di Economia ed Estimo Rurale della Facoltà di Agraria - Università degli Studi di Milano), in una relazione (L'agricoltura italiana nel mondo attuale: il ruolo dell'innovazione) presentata a Rovigo lo scorso maggio.

La sostenibilità

L’agricoltura si sta dando da fare anche in altri ambiti, non ultimo quello della sostenibilità. Gli imprenditori sono ora impegnati a soddisfare altri bisogni: alimenti per il bestiame; produzione di biocarburanti; migliorare la qualità dell’ambiente e la dotazione di risorse di cui l’agricoltura si avvale; realizzare un uso efficiente delle risorse non rinnovabili e disponibili, integrare i cicli biologici naturali, dove è opportuno, e i controlli; sostenere la vitalità economica dell’agricoltura; migliorare la qualità della vita degli agricoltori, dei lavoratori agricoli e della società nel suo insieme. Ci sono molti interrogativi cui rispondere, perché è vitale per il perseguo della vita. “In sintesi – ha scritto Casati - questo problema parte da un’esigenza primaria ineludibile: l’umanità avrà bisogno in futuro di maggiori quantità di prodotti agricoli, per uso alimentare e non, di qualità più differenziata e mediamente migliore. Ciò però deve poter essere ottenuto a condizione di: a) non danneggiare l’ambiente o ridurre le risorse consumabili, ma anzi migliorandoli, b) sostenere l’economia dell’agricoltura, settore produttivo esclusivo di questi beni materiali e immateriali, c) di migliorare la qualità della vita degli agricoltori, dei lavoratori agricoli e della Società umana”. Il dibattito che oggi anima il mondo agricolo sul piano scientifico ruota attorno a queste questioni di fondo.

Le questioni di fondo

 Sinora, tutte le previsioni pessimistiche sono state smentite dall’evoluzione delle tecniche conseguente agli effetti dell’innovazione.  L’innovazione in agricoltura è stato il maggiore fattore di sviluppo e di cambiamento. Introdotta in maniera empirica nei millenni: per tentativi e grazie alla capacità di osservazione e di sintesi dei nostri avi. “Si è proceduto essenzialmente sulla base di una selezione condotta sugli aspetti esteriori degli animali e delle piante, sulla commestibilità dei prodotti, sui tentativi di varianti introdotte nella questione più critica e cioè procurarsi modalità di conservazione nel tempo e di trasporto nello spazio sempre più efficienti per assicurare continuità al consumo”, spiegato Casati. Accanto a ciò si è lavorato sulle tecniche e sulle cure da prestare a piante ed animali. Certo, le prime tracce metodologiche sono remote, si è poi arrivati, in particolare a partire dall’800, ad una ricerca più ampia dell’innovazione accompagnata dalla validazione scientifica delle acquisizioni. L’introduzione di innovazione in agricoltura e nell’alimentare è minore rispetto a quanto avviene negli altri settori produttivi.

Le ragioni di una scelta

Le ragioni? “Al primo posto si colloca la prudenza indispensabile ai fini della sicurezza trattandosi di prodotti destinati all’alimentazione umana. Ad essa segue, il peso della tradizione nel condizionare i diversi consumi e gli stessi modelli alimentari strettamente connessa alla disponibilità locale di alimenti. Poi la difficoltà di disporre di veri e propri prodotti nuovi, la complessità delle valutazioni da compiere a seguito dei controlli esercitati dai pubblici poteri a tutela della salute umana, l’oggettiva resistenza del consumatore di fronte alle innovazioni di prodotto e di processo negli alimenti ai limiti di una diffidenza preconcetta e difficile da superare. Di ciò non mancano esempi. Tutti fattori che non incoraggiano la ricerca finalizzata all’innovazione. Infine si rileva un forte peso di un’innovazione di natura esogena che poi si trasferisce all’alimentare soprattutto come innovazione di processo, venendo adattata alle esigenze specifiche”, ha illustrato il docente.

La struttura produttiva

Che poi ha proseguito: “Ricordiamo che la struttura produttiva dell’agricoltura e di una rilevante parte dell’industria alimentare non consentono la nascita di veri centri diffusi di ricerca e innovazione. Nello stesso alimentare, se si escludono i maggiori gruppi multinazionali (anche italiani), è fortemente carente questa funzione tanto importante. Se si considera che il nostro paese destina alla ricerca circa l’1,1% del Pil contro percentuali almeno doppie nei paesi concorrenti e che nell’agricoltura e nell’alimentare tale percentuale è inferiore e attorno allo 0,5% del fatturato, mentre negli altri paesi europei la percentuale relativa è più del doppio, si comprende come la base stessa dell’offerta di innovazione sia limitata”. Questi dati introducono un importante spunto di riflessione, la bilancia migliora, ma non perché produciamo più prodotti agricoli, ma perché esportiamo più prodotti alimentari.

La “vocazione” manifatturiera

Si conferma così la “vocazione” manifatturiera dell’Italia, paese bravo a trasformare e esportare anche materie prime importate insieme a quelle interne, come nel caso della pasta di grano duro che in valore è al secondo posto con 2,3 miliardi, ma che in parallelo determina importazioni di grano duro per circa 600 milioni. “Ciò pone una questione di rilievo perché configurerebbe l’Italia come paese manifatturiero importante in campo alimentare ma con un consistente ricorso all’importazione di materie prime agricole, un fatto in contrasto con l’insistente campagna condotta dall’Italia in tutte le sedi internazionali per la difesa delle denominazioni d’origine di cui presenta il maggior numero fra tutti i paesi. In contrasto anche con la tesi che l’agricoltura italiana non avrebbe bisogno di innovazione scientifica, ma, anzi, di tornare alle vecchie pratiche perché darebbero prodotti più sani e più nutrienti, affermazioni entrambe non dimostrate”, ha rilevato il docente.