L'era 1.0 degli esseri umani è finita e abbiamo il terrore del futuro. Ecco perché ci rifugiamo nel passato

È la prima volta nella storia in cui la generazione dei genitori non è in grado di insegnare alla generazione dei propri figli, e non per mancanza di entusiasmo o di voglia di farlo ma per mancanza di esperienza.

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di Rudy Bandiera   -   Twitter: @RudyBandiera   Sito web: Rudy Bandiera

Provate a guardarvi in giro e ditemi cosa vedete. Probabilmente vedete un mondo fatto di oggetti già visti: vedete le Polaroid in mano ai turisti perché “è tanto bello tenere le foto”, vedete immagini di Michael J. Fox in “Ritorno al Futuro” ovunque, su maglie e berretti. Probabilmente vedete vecchi gelati anni ’90 nei bar e le Playstation 1 troneggiare ancora sugli scaffali e, come se non bastasse, il Commodore 64 fa bella mostra di sé nei Game Stop esattamente come i Metallica, i Ramones e gli Iron Maiden fanno bella mostra sulle t-shirt di ragazze alla moda.

Cosa è successo? Abbiamo inavvertitamente e per caso preso una macchina del tempo modello Ritorno al Futuro?

 No, in realtà stiamo vivendo un periodo storico ad altissimo reflusso nostalgico, un periodo storico in cui abbiamo la percezione che tutto il meglio sia già stato fatto e che oggi si debba solo riprendere ed eventualmente rimodernare.

Come mai accade questo? Perché abbiamo paura del futuro perché non capiamo il presente.

Nel 1981 Alberto Camerini cantava Rock’n’Roll Robot: la musica elettronica che diventava un must senza il necessario ausilio umano, le suggestioni meccaniche derivate dalla fantascienza e dall’embrione cyberpunk che tanto ha segnato il nostro presente: i robot resi persino affascinanti, se trattati con capelli colorati e abiti sgargianti.

Poi arrivano gli anni ‘90 e tutto questo perde smalto, perde significato. Arriva una sorta di “nuovo ordine” che nessuno si aspettava, crollano ideologie e modelli e con l’11 settembre si sancisce la fine di un’era, l’era 1.0 dell’essere umano.

Non amo gli anni ‘80 e tollero poco le fantasticherie nostalgiche da social ma una cosa è certa: fino agli anni ‘90 si è guardato al futuro con fiducia e con fanciullesco entusiasmo, poi siamo caduti in un oblio di nostalgie, come se il mondo avesse terminato di dare il suo meglio e tutto il resto, dopo, sia stato -e quindi sia- da pattumiera.

Forse dagli anni ‘80, almeno, dovremmo tentare di recuperare le suggestioni sul futuro e la fiducia nello stesso ma facciamo una grande fatica, da tutti i punti di vista, anche i più “umani”.

È la prima volta nella storia in cui la generazione dei genitori non è in grado di insegnare alla generazione dei propri figli, e non per mancanza di entusiasmo o di voglia di farlo ma per mancanza di esperienza.

Fate questa piccola riflessione con me: quel è l’unica cosa che differenzia i genitori dai propri figli? Oltre all’età, ovviamente, che è una questione biologica, in cosa si differenziano le generazioni? Nell’esperienza.

Chi ha vissuto di più si suppone abbia fatto maggiori esperienze e queste esperienze sono quelle che permettono di educare i figli, indirizzandoli nelle scelte (ove possibile) e cercando di rendergli la vita meno spigolosa possibile.

Ma se i genitori hanno vissuto e sono cresciuti in un mondo novecentesco che non esiste più, un mondo 1.0, e se i figli crescono in un mondo digitale fatto di social, videogame e messaggistica che i genitori non sanno nemmeno esistere (il mondo 2.0), quali esperienze possono tramandare i primi ai secondi?
Quali cose fatte nella loro vita in un secolo passato potrebbero essere utili nel mondo di oggi?

Abbiamo paura perché fatichiamo capire cosa sta succedendo nella nostra vita di tutti i giorni. Nel libro “Il filtro” di Eli Parisier si legge un interessante passaggio:

La maggior parte di noi crede che i motori di ricerca siano neutrali. Ma presumibilmente lo pensiamo perché sono sempre più impostati per assecondare le nostre idee. Lo schermo del nostro computer è uno specchio che riflette i nostri interessi perché gli analisti degli algoritmi osservano tutto quello che clicchiamo

Tutto questo non vale solo per i motori di ricerca ma anzi, paradossalmente ancora di più, vale per i social network. Noi vediamo quello che un algoritmo suppone vorremmo vedere.  Amo chiamare questo fenomeno “bolla dell’ego“ ed è uno di quei fenomeni che “percepiamo” ma non conosciamo, uno di quei fenomeni che, anche inconsapevolmente, sentiamo serpeggiare e ci instillano inquietudine.

A questo possiamo aggiungere l’universo Intelligenza Artificiale e il pensiero fisso (nemmeno troppo recondito anche se poco chiaro) che i robot ci ruberanno il lavoro. Ci trinceriamo dietro a frasi come “nessuna macchina avrà mai un cuore” ma intanto orde di lavoratori in tutto il mondo vengono sostituite da macchine senza che noi si riesca a fare nulla, tanto meno mitigare il fenomeno.

Elon Musk (CEO di Tesla) dice che l’intelligenza artificiale ci spazzerà via tutti. Jack Ma (fondatore di Alibaba) dice che ci libererà dal lavoro rendendoci esseri superiori. Sono autorevoli entrambi...a chi credere?

Viviamo l’era dell’incertezza e l’unica certezza che abbiamo è il passato.

Ci circondiamo di oggetti che conosciamo, che abbiamo già visto perché ci rassicurano. Le aziende rischiano meno lanciando vecchi brand piuttosto che lanciandone di nuovi e le persone amano le cose che conoscono perché sono terrorizzate dallo “straniero”.

Ogni storia che si rispetti contiene al proprio interno due sole variabili, due ingredienti sostanziali: o un viaggio, o l’arrivo di uno straniero in città.

Ecco, in questa epoca stiamo vivendo entrambe le nostre paure più recondite: un viaggio che non abbiamo scelto e non sappiamo dove porta e l’arrivo dello straniero sotto diverse forme, tecnologiche e comunicative in primis.

 Forse dovremmo essere più curiosi, più visionari, tutti noi nel nostro piccolo. In un mondo fatto di politica, economia e moda fatte di passato dovremmo vedere le cose con altri occhi, insegnare ai nostri figli che le speranze esistono e risiedono proprio in loro. Forse dovremmo recuperare lo spirito fanciullesco di Alberto Camerini.