[L'intervista] "Gli italiani snobbano il lavoro online ma è un errore. Vi spiego perché"

Tiscali News ha sentito Mik Cosentino, imprenditore ed esperto di digital marketing

[L'intervista] 'Gli italiani snobbano il lavoro online ma è un errore. Vi spiego perché'
TiscaliNews

L’Italia si trova al centro di una stagnazione economica preoccupante ma non inusuale. Lo è ormai da molti anni, con un’abitudine radicata a stime annue del Pil che precipitano spesso verso valori negativi o rasenti lo zero e la cui conseguenza naturale sono quei mali endemici divenuti la quotidianità di un Paese in crisi perenne. La disoccupazione e le retribuzioni minime sono problemi con i quali le nuove generazioni hanno giocoforza imparato a convivere, vittime di un sistema dove perdere il lavoro è molto frequente e trovarne un altro si rivela un’epopea degna della migliore letteratura epica.

Il prodotto di questo dramma sono i Neet, quella categoria di giovani di età compresa tra i 20 ed i 34 anni così scoraggiati da non cercare lavoro né nuovi sbocchi professionali attraverso il potenziamento delle proprie competenze, ad esempio attraverso percorsi di studio ulteriori rispetto a quelli già compiuti. In Italia sfiorano il 30% dei ragazzi in età da lavoro e sono più del doppio della media europea: questi dati preannunciano “un futuro tragico”, ammoniscono in coro Eurostat, Istat e Cgil.

Ma ad essere ancora assente, oltre ad una prospettiva occupazionale capace di concretizzarsi nel breve periodo, è una visione lungimirante dispiegata sul lungo termine, che possa trarre slancio dai profondi mutamenti che hanno appena cominciato a rivoluzionare dalle fondamenta il mondo delle professioni. Alcune di queste hanno addirittura i giorni contati secondo il report Global Talent Trends Study stilato da Mercer, una delle realtà più autorevoli in materia.

Nei prossimi cinque anni scomparirà circa un ruolo su cinque all’interno delle imprese italiane, a partire dalle mansioni amministrative e manifatturiere che cederanno però il passo al boom di nuovi mestieri basati sull’innovazione e competenze digitali quali data scientists, user experience designers ed esperti di pianificazione finanziaria. Anche ampliando la visuale l’orizzonte non cambia.

Molte altre professioni hanno un destino già segnato, e presto o tardi verranno soppiantate dalla robotica, dall’intelligenza artificiale e da servizi digitali in grado di risolvere problematiche complesse con un approccio puramente virtuale ma non per questo meno efficace, anzi.

Secondo gli studi svolti dal World Economic Forum, quasi il 65% dei bambini che oggi hanno tra i 6 e i 12 anni saranno occupati da lavori che oggi non esistono ancora, gran parte dei quali avverranno attraverso il web in uno scenario di interconnessioni digitali dove la capacità di sfruttare al meglio i meccanismi della rete sarà la chiave di volta per garantirsi una professione competitiva in un panorama sempre più globalizzato e privo di confini.

Il futuro del lavoro, insomma, si trasferirà massicciamente online. E l’Italia? Il nostro Paese è storicamente deficitario nell’adattarsi con rapidità ai trend che le nazioni tecnologicamente più avanzate hanno già metabolizzato, e i rischi che ne derivano sono tanti; primo tra tutti, quello di rimanere invischiati in un limbo di arretratezza culturale e tecnologica dove il lavoro su internet viene tuttora vissuto con sospetto e considerato un impiego di seconda scelta, anziché la porta di accesso ad universo estremamente futuribile e pieno di opportunità.

Perché in Italia le professioni online alimentano ancora molta diffidenza, mentre nel resto del momento sono socialmente accettate, riconosciute e persino ambite ormai da molti anni? Lo abbiamo chiesto a Michele Cosentino, meglio conosciuto come Mik, ex nuotatore della nazionale italiana e che proprio grazie al web è riuscito a costruire un business che genera numeri molto importanti. La sua formazione professionale è avvenuta negli States, una delle nazioni in assoluto più all’avanguardia nella creazione di nuove professioni digitali. Oggi, attraverso il suo corso online Infomarketing X, insegna ai professionisti italiani come trasferire parte del proprio lavoro online aumentando visibilità e opportunità economiche.

Mik Cosentino

Mik Cosentino, perché c’è ancora molta reticenza a considerare le professioni online come dei veri lavori a tutti gli effetti?
"Che il futuro di moltissime professioni sia online non è più materia di dibattito, lo dimostrano tutti gli studi più autorevoli. E se ciò non bastasse a convincerci, è sufficiente pensare alla vita quotidiana che conduciamo: affidiamo i nostri pensieri a Facebook o Twitter, mostriamo le nostre foto su Instagram, ascoltiamo musica e guardiamo film su Youtube e Spotify e Netflix, e naturalmente acquistiamo su Amazon, eBay e altre piattaforme. La nostra vita è già online. Ciononostante nel nostro Paese persiste una reticenza molto ostinata, che trae origine dalla diffidenza verso ciò che è ancora sconosciuto e non si riesce a comprende appieno. Oggi il mondo del lavoro si divide in due macrocategorie: chi ha compreso perfettamente l’irreversibilità del processo in atto e chi cerca di screditarlo. Mentre questi ultimi rimangono immobili e giudicano chi ottiene risultati sul web con ombre e sospetti, i primi inventano soluzioni di successo per sfruttare l’online come leva per il proprio business". 

A cosa è dovuta la diffidenza verso chi fa lavori online che in tutti i Paesi evoluti sono considerati degnissimi?
"Durante la mia esperienza ho preso atto di una verità che forse può sembrare un po’ cinica: spesso la diffidenza, o per meglio dire un certo tipo di diffidenza, nasce dal mancato raggiungimento dei propri obiettivi personali. Esiste una critica sana e costruttiva e ne esiste purtroppo anche un’altra, che ha il solo scopo di danneggiare o gettare insinuazioni su chi è riuscito a costruire online qualcosa d’importante per sé stesso e per i suoi collaboratori". 

Qual è la percezione all’estero di chi è riuscito ad affermarsi online?
"La percezione è altissima, proprio perché non esistono pregiudizi di sorta. Fuori dai nostri confini, e mi riferisco soprattutto agli Usa che frequento abitualmente per ragioni professionali, il nostro lavoro gode di una considerazione altissima alimentata da un clima ipercompetitivo ma al tempo stesso stimolante e costruttivo, dove non c’è spazio per l’invidia. Per capire la reale entità che separa la loro percezione dalla nostra, basti pensare che tutti i più grandi college americani si sono aperti a lauree dedicate esclusivamente alle professioni online del futuro. Oggi si può studiare digital marketing negli atenei più blasonati del Paese, dalla San Francisco University alle università dell’Indiana, di New York, della California e di tutti i maggiori Stati.

Perché l’Italia è ancora così indietro?
"Credo sia innanzitutto un problema di mentalità. Siamo figli di una tradizione storica ricchissima e ineguagliabile che ci induce a sentirci i migliori in ogni ambito, anche quando questo non è affatto vero. Siamo un Paese statico, poco dinamico, dove le novità come l’online vengono vissute prima come truffa e solo poi come realtà da integrare al nostro modo di concepire la vita. Il problema è che quando accettiamo una novità con enorme ritardo, il resto del mondo è già mutato ancora lasciandoci nuovamente indietro. Un grande peccato, perché siamo un Paese di straordinaria potenzialità che però rimane inutilizzata o frustrata sotto la coltre di una mentalità troppo chiusa all’apprendimento". 

Cosa può fare il nostro Paese per avvicinarsi e cominciare una realtà, come quella del web, che presto o tardi sarà comunque dominante?
"Il primo passo è prendere coscienza di come il web sia ormai realtà e non una scoperta recente e parzialmente inesplorata. L’online è un mondo concreto, ha già cambiato il nostro modo di vivere e in futuro lo farà sempre di più, siamo solo all’inizio. Un esempio su tutti? Blockbuster, il colosso americano dell’acquisto e noleggio di film: l’arrivo del web ha letteralmente spazzato via questa multinazionale che, appena quindici anni fa, godeva di un monopolio internazionale quasi totale nel campo dell’home entertainment. L’azienda ha sottovalutato l’online, forse considerandolo poco più di un fenomeno passeggero, e alla fine si è trovata costretta a chiudere. Le imprese italiane che hanno interiorizzato tutto questo dovrebbero chiedersi: come posso sfruttare il web a mio favore come sostegno per il mio lavoro? Io ho intrapreso il percorso dell’infomarketing, che consiste nel digitalizzare la propria attività professionale raggiungendo un bacino d’utenza potenzialmente sconfinato, ma esistono tantissimi altri modi, tutti altrettanto validi. L’aspetto più importante è però acquisire nuove competenze per far sì che l’online possa essere davvero funzionale. Il web è un altro mondo, un pianeta differente con un linguaggio specifico. Le aziende che hanno imparato la lezione, non a caso, studiano, applicano e beneficiano di risultati spesso straordinari anche in periodi di crisi".