[L’intervista] “In Italia mancano le pop star dell’innovazione ma il nostro problema non è questo”

Tiscali News ha intervistato Luca De Biase, uno dei primi giornalisti italiani ad occuparsi di ricerca e nuove tecnologie

[L’intervista] “In Italia mancano le pop star dell’innovazione ma il problema non è questo”
di Michael Pontrelli   -   Twitter: @micpontrelli

Anche un giornalista può essere un innovatore. Come Luca De Biase, che nel 2011 ha fondato Nova24, l’inserto del Sole 24 Ore dedicato ai temi dell’innovazione. Tiscali News lo ha sentito per fare il punto sullo stato dell’arte in Italia di un tema che, seppur a fatica, sta finalmente entrando nell’agenda politica, come dimostra la recente istituzione, nel governo Conte II, di un ministero ad hoc, guidato dalla pentastellata Paola Pisano.

L’innovazione è un fenomeno esclusivamente tecnologico?
“Assolutamente no. E’ prima di tutto un fattore culturale. Se ci sono i giusti presupposti culturali i fattori tecnologici arrivano come conseguenza”.

Il nostro è un Paese che ha la cultura dell'innovazione? 
“L'Italia è difficile da raccontare come una unità. Non esiste una sola Italia. Certamente ci sono delle aree che innovano e lo dimostrano nei fatti. In Emilia, in Lombardia ci sono decine e centinaia di imprese che esportano perché fanno innovazione nei campi più avanzati della robotica, dell’automazione industriale, della farmaceutica, della meccanica di precisione. Dalla grande crisi del 2008 le esportazioni sono continuate a crescere e questo è stato decisivo per la tenuta dei conti pubblici”.

A livello internazionale ci sono alcuni imprenditori innovatori che sono diventati delle vere e proprie pop star.  Steve Jobs quando era in vita, Elon Musk, Jack Ma. Chi sono le icone italiane dell’innovazione?
"Abbiamo anche noi qualche nome noto nel campo della moda e dell’alimentare. Farinetti, solo per citare un caso, con la sua Eataly ha innovato nelle distribuzione. Però è vero che mancano le grandi icone perché, come dicevo prima, le nostre aziende tecnologiche fanno innovazione soprattutto in settori, come la componentistica industriale, che mediaticamente stanno nelle retrovie e che non hanno bisogno di celebrità per far crescere fatturato e utile”.

Sta dicendo che la notorietà di alcuni imprenditori è in realtà una leva di marketing funzionale alla crescita del business?
"In certi casi questo è evidente”.

Può fare un nome?
“Elon Musk. Senza la sua fama mediatica avrebbe molte difficoltà a sostenere la richiesta continua di finanziamenti per le sue aziende, che fondamentalmente non guadagnano”.

Elon Musk

La mancanza di icone è un limite per il sistema dell’innovazione italiano nel suo complesso?
“No. Non lo vedo come un limite”.

L’Italia però è fuori dalle tecnologie più rilevanti del momento, quelle che colpiscono l’immaginario collettivo, come l’intelligenza artificiale. Questo è un limite?
"In realtà sul fronte dell’intelligenza artificiale siamo molto forti nel campo della ricerca universitaria. Pisa è capofila del consorzio europeo, composto da decine di atenei, nel campo dell’analisi dei big data. Non abbiamo grandi aziende ma questo è un ritardo di tutta l’Europa. E il motivo è che per essere leader nel machine learning servono grosse concentrazioni di dati, come quelli a disposizione delle grandi piattaforme digitali americani o cinesi”.

Mi sembra di capire che per lei il quadro è rassicurante. Sul fronte dell’innovazione non siamo così in ritardo come si tende a credere.
"La nostra innovazione è legata a settori che non hanno grande clamore mediatico. In questo momento la STMicroelectronics produce un fatturato di elettronica dura e pura più grande di quanto abbia mai fatto la Olivetti. Ma è noto a pochi”.

Secondo la narrazione dominante le nuove tecnologie, ed in particolare l’intelligenza artificiale, sono destinate ad avere un impatto devastante sul mondo del lavoro. Esagerazioni o sarà davvero così?
"Che le nuove tecnologie cambieranno il modo di lavorare è evidente. Lo stanno facendo dall’inizio della rivoluzione informatica, quando il computing era semplicemente un insieme di sale nelle quali c’erano delle file immense di tavolini con delle persone che facevano dei conti. I computer dell’Ibm hanno sostituito queste persone che facevano calcoli a mano in grandi quantità. Ma sostituendole non hanno fatto sparire il lavoro matematico che semplicemente si è spostato ad un livello più alto. L’intelligenza artificiale che conosciamo oggi, il machine learning, automatizzerà tutto l’automatizzabile ma non sostituirà il lavoro in tutto e per tutto”.

Circolano però degli studi allarmistici sulla percentuale di lavoratori che saranno espulsi dal mercato a causa dell’automazione.
"Una ricerca Ocse, ormai accettata da tutti come la più credibile, prevede che solamente il 14% dei posti avranno almeno il 75% delle mansioni automatizzate. Per un altro 30, 40% ci sarà ugualmente un forte impatto che riguarderà però solo un terzo delle mansioni. Cosa significa questo? Che l’automazione sicuramente colpirà una parte del lavoro attuale ma che una parte consistente continuerà comunque ad essere fatto da persone che dovranno evolversi per utilizzare nuovi strumenti. Prendiamo un caso super discusso, quello del radiologo nel campo medico. L’intelligenza artificiale è in grado di riconoscere la presenza di anomalie meglio di quanto possano fare gli occhi dei medici, ma tutto il resto, l’interpretazione delle malattie, la connessione emotiva con il malato, l’organizzazione ospedaliera e così via resteranno appannaggio degli umani”.

Anche su questo fronte dunque niente da temere.
"Non esattamente. Esistono comunque dei rischi. Quello più rilevante è la polarizzazione della forza lavoro tra chi ha conoscenze adeguate per continuare a produrre elevato valore aggiunto e chi non le ha. E purtroppo questo rischio è particolarmente forte in Italia. Tra i paesi avanzati siamo l’unico in cui la creazione di posti di lavoro ad elevato contenuto di conoscenza non supera quelli di basso profilo. E’ un difetto del sistema imprenditoriale italiano sui quale andrebbe fatta una seria discussione”.

Luca De Biase