Impronte digitali nella pubblica amministrazione, il no della ministra: "Uso criminalizzante della tecnologia"

La ministra: "Dopo troppi anni di blocco del turnover l'impegno si è già visto nella scorsa manovra e noi puntiamo a implementarlo. Ma soprattutto, oltre alle dotazioni, è fondamentale puntare sulla formazione continua per valorizzare le competenze e spingere in alto la produttività della p.a.".

Impronte digitali nella pubblica amministrazione, il no della ministra: 'Uso criminalizzante della tecnologia'

"Manco li avessimo rubati noi i 49 milioni … facile attaccare i lavoratori in generale per ottenere consenso. Facile sfruttare la propaganda mediatica sapendo benissimo che i cosiddetti furbetti del cartellino sono un’esigua minoranza”, aveva scritto il 12 settembre scorso su facebook l’Unione Sindacale di Base del Pubblico Impiego Livorno. I dipendenti pubblici labronici erano la punta di un iceberg pronto a rovesciarsi sul governo gialloverde: quasi tutti erano contrari al varo di una legge che li avrebbe costretti a timbrare con le proprie impronte digitali. Oggi questi lavoratori hanno dalla loro parte anche la neo ministra della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, che con un colpo di spugna ha cancellato la guerra tecnologica dichiarata dall’ex numero uno della p.a. Giulia Bongiorno.

Le ragioni della Danone

La Danone è contraria a "un uso criminalizzante della tecnologia" perchè ha l'effetto di deprimere "anche chi ogni mattina si reca sul posto di lavoro con energia ed entusiasmo", ha detto in una intervista rilasciata a Italia Oggi in cui spiega il perché del dietrofront su questa misura e aggiunge che la tecnologia "sicuramente torna utile per tenere a bada chi abusa. Ma probabilmente va usata in modo meno criminalizzante per una intera categoria. A mio avviso la rilevazione delle impronte contiene in sé uno stigma di tale negatività che rischia di deprimere anche chi ogni mattina si reca sul posto di lavoro con energia ed entusiasmo".

Le proposte della ministra

Nella pubblica amministrazione, il governo "vuole assolutamente puntare a rafforzare gli organici, soprattutto in alcuni comparti", continua Dadone. E aggiunge: "Dopo troppi anni di blocco del turnover l'impegno si è già visto nella scorsa manovra e noi puntiamo a implementarlo. Ma soprattutto, oltre alle dotazioni, è fondamentale puntare sulla formazione continua per valorizzare le competenze e spingere in alto la produttività della p.a.". Oggettivamente, il Movimento 5 Stelle si è sempre detto contrario alla proposta della Bongiorno, la Lega invece si era sempre dichiarata favorevole.

Il lungo dibattito

«Il M5S dal primo giorno è stato contrario ai controlli biometrici a scuola e siamo riusciti ad escluderlo per i docenti e limitarlo per i dirigenti scolastici. La Bongiorno ha la testa dura a mantenere uno strumento inutile e costoso per le tasche dei cittadini, quando oggi i dirigenti scolastici già sono costretti ad andare ogni giorno ben oltre l’impegno lavorativo che da contratto gli viene richiesto, come spesso è chiamato a fare tutto il personale della scuola», aveva commentato lo scorso aprile Luigi Gallo, ex presidente della Commissione Cultura della Camera. 

Il Partito Democratico

Il Partito Democratico, che si è sempre schierato contro il provvedimento, aveva colto una falla fra il dire e il fare dei grillini. “Se il Movimento 5 Stelle, come dice il presidente della commissione Cultura Gallo, è contrario ai controlli con le impronte digitali sui presidi, se davvero li ritiene inutili e costosi, perché alla Camera non ha votato, compatto, contro?”, aveva sostenuto Anna Ascani, allora vicepresidente del Pd e capogruppo dem in commissione Cultura. Ascani aveva concluso: «I controlli biometrici sui dirigenti scolastici, oggi sono nel Decreto Concretezza grazie al voto decisivo dei cinque stelle: se hanno cambiato idea e hanno deciso di prendere le distanze dalla testardaggine della ministra Bongiorno, come dice Gallo, votino per eliminare questa norma. Altrimenti siamo di fronte all’ennesima ipocrisia e alla conferma che a comandare nel Governo è Salvini, mentre il ruolo del partito di Di Maio è quello di fedele gregario del leghismo». Così parlò la Ascani, ma grazie a Salvini – che si è uscito volontariamente dal governo - la diatriba non ha più motivo di esistere.