Sui social i nostri figli sono vittime dell'hate speech: che cos'è e come combatterlo

Instagram è la prima piattaforma ad aver dichiarato guerra al cyberbullismo. Sarà anche interessante vedere come si muoveranno le altre

Sui social i nostri figli sono vittime dell'hate speech: che cos'è e come combatterlo

I nostri ragazzi accedono ad un dispositivo elettronico di loro proprietà sempre più presto, e questo li porta ad affacciarsi in età sempre più giovane su di un mondo per loro troppo adulto. Se non monitorati infatti rischiano di trovarsi in situazioni le cui richieste, emotive, cognitive e sociali, vanno ben al di là di quanto loro non siano in grado di gestire autonomamente.

In un Web che oramai è diventato il luogo delle nostre speranze e gioie, ma anche delle nostre frustrazioni e paure, noi siamo un’immagine, una rappresentazione di noi stessi che veicola un messaggio, un valore, e suscita un sentimento, un’emozione. In quanto tali intercettiamo nel suo profondo chi ci incontra, entriamo nelle profondità del suo animo.

Un incontro tra due rappresentazioni, due vissuti, che può suscitare anche sentimenti negativi di invidia nei confronti dell’altro, un mondo che non conosce età, in cui tutti siamo alla pari, e quindi ugualmente passibili di ricevere rabbia e invidia.

I nostri figli, grandi frequentatori del Web, ne sono le vittime principali. Si chiama hate speech, che nel digitale si esprime con una persona che commenta in modo violento, aggressivo e profondamente offensivo nei post di un’altra persona. Sono molte le misure che le singole piattaforme stanno prendendo per ridurre il fenomeno e proteggere chi ne è vittima, soprattutto i nostri ragazzi. 

Così abbiamo Instagram che annuncia di avere preso ben due provvedimenti, di cui uno in particolare mi è saltato all’occhio: un’intelligenza artificiale che analizza un commento prima che venga pubblicato, confrontandolo con i commenti segnalati sulla piattaforma e, se trova delle affinità per cui ritiene che il commento in quesitone possa contenere un messaggio dannoso, segnala questa possibilità al commentatore, dandogli l’opzione di ripensarci e modificare oppure non pubblicare il commento.

Nel comunicato di Instagram dell’8 luglio 2019 sostengono che, nei loro test, questo metodo ha contribuito a ridurre in maniera considerevole i commenti negativi.

Le crediamo, considerando che anche le ricerche ci indicano che l’impulsività è una delle componenti principali che alimenta questo fenomeno,  come attestato già qualche anno fa dall’iniziativa di Trisha Prabhu avviata nel 2013, chiamata appunto “Rethink”, e che ha dato come risultato un software e un’App che aggiungono un secondo passaggio prima della pubblicazione.

In questo modo l’utente ha la possibilità di rendersi conto di ciò che sta per pubblicare, e di ritornare sui suoi passi. Secondo una ricerca condotta proprio da Trisha e dal suo team, questo semplice provvedimento si è rivelato in grado di ridurre i commenti negativi del 93% su un campione di ben 1500 persone! Non solo: analizzando il comportamento delle singole persone nel tempo, si è registrato un abbassamento della tendenza ai commenti negativi da una media da 71.4% a ben 4.6%.

Un po’ come dire che l’hate speech si può anche disimparare. Non è l’unica piattaforma ad avere dichiarato guerra contro il cyberbullismo e le sue derivazioni, ma questa ci interessa particolarmente perché una delle piattaforme più utilizzate (e vissute) dai nostri ragazzi. Che poi tutto questo sia per reale interesse verso i nostri ragazzi oppure semplice operazione di marketing in questo contesto non ci interessa.

Sarà anche interessante vedere come si muoveranno le altre (Tik Tok sto parlando con te!). I risultati mostrati dalla ricerca di Trisha sono incoraggianti, e ci dicono che forse un Web pulito è possibile, nel momento in cui ci muoviamo tutti insieme verso questo obiettivo.