Renzi e la patacca della scheda elettorale per il Senato

Nella follia senza fine di questa campagna elettorale, nel turbine della propaganda fantastica in cui abbiamo sentito dire tutto e il contrario di tutto, Matteo Renzi si è spinto fino ad esporre, mostrare e brandire il fac simile di una enorme scheda elettorale per il Senato, con cui - secondo lui - si eleggerebbero i nuovi rappresentanti di Palazzo Madama. Una meravigliosa, quanto indubitabile, taroccatura, una scheda che sarebbe la traduzione e l'effetto - a suo dire - della nuova legge elettorale per eleggere i nuovi inquilini di Palazzo Madama. Peccato che purtroppo (come tutti ben sanno) questa legge elettorale ancora non esiste, ed è allo stato attuale solo una proposta (per di più presentata da un esponente della minoranza del Pd). Valore effettivo: zero. Per questa iniziativa creativa della finta scheda Beppe Grillo ha - addirittura - minacciato di denunciare il premier. Il fatto è che le carte bollate e le procure, con la realtà delle cose non c'entrano, e forse non aiutano nemmeno a capire cosa stia accadendo. Il punto, direi, è un altro: questo gesto del premier, questa esibizione del fac simile è una incredibile dimostrazione di debolezza, la prova che la campagna del No ha messo a fuoco una questione decisiva, costretto Renzi a ribaltare le proprie argomentazioni, proprio sul punto cruciale della rappresentanza. Che lo dice? Lo stesso Renzi. Il premier infatti, durante la sua web diretta da Palazzo Chigi del 29 Novembre 2016, si è mostrato arrabbiato contro alcuni non precisati millantatori: "Dicono che se vince il Si esproprieremo il diritto dei cittadini di sciogliere i loro senatori: non è così! I cittadini - aggiungeva indignato Renzi solo pochi giorni fa - mostrando la sua schedona formato poster, sceglieranno i loro senatori! Voteranno i loro senatori!". E ancora, per non lasciare adito a nessun dubbio: "Gli elettori voteranno, in modo esplicito, su una scheda in cui ci sarà scritto il nome e il cognome del senatore che vogliono mandare a Roma!". Ma chi è, allora, il mistificatore sconosciuto? Chi mai aveva detto il contrario? Lo stesso premier. Nei giorni, prima della campana elettorale, in cui era convinto che la cancellazione del suffragio - in tempi di antipolitica - fosse addirittura un argomento decisivo a favore della sua riforma, Renzi considerava la cancellazione di qualsiasi potere elettivo sul Senato come un punto di forza qualificante del suo programma, un elemento di vanto. Quando aveva presentato il progetto della Boschi, infatti, in un memorabile discorso in cui il 3 marzo 2014 aveva elencato sulle punte dei suoi polpastrelli "i quattro punti fondamentali della sua riforma", Renzi aveva gridato da un palco, orgoglioso: "Una delle conquiste della nostra riforma è che finalmente avremo dei paletti chiari! Chiari!". È quali erano questi paletti? "No voto di fiducia! No voto sulle leggi di bilancio! E....". Ed ecco cosa c'era - purtroppo per lui - sul terzo dito: "No elezione diretta dei senatori!". D'altra parte l'articolo 57 del testo approvato su cui voteremo domenica per dire Si o No, applica fedelmente questa direttiva e non lascia spazio a dubbi interpretativi. Recita testualmente: "I consigli regionali (e i consigli delle province autonome di Trento e Bolzano) eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni e dei rispettivi territori". Chiaro, semplice, non controvertibile. Secondo la nuova Costituzione, i senatori sono eletti dai consiglieri regionali e scelti tra due sole possibili categorie di politici: tra i consiglieri regionali e tra i sindaci. Non a caso la rifoma Boschi, coerentemente con questa impostazione, abolisce l'articolo 58 che prevedeva l'elezione diretta dei senatori a suffragio universale. Nel corso della campagna referendaria, però, i sostenitori del Sì, si accorgono che questa linea è diventata praticamente indifendibile. Finché nessuno aveva capito di cosa si trattasse sembrava che potesse passare. Poi la gente inizia a farsi le domande, si chiede quale vantaggio potrebbe portare delegare ai politici un potere così grande. Soprattutto: perché mai si dovrebbe rinunciare a questa sovranità? Ben prima della sortita Renzi, per fronteggiare questo moto di opinione crescente, il ministro Graziano Del Rio sceglie una intervista al Corriere della Sera, per provare a spiegare che la possibilità di eleggere i senatori sarà salva. Come? Questo è il bello: "Votate la riforma, poi correggeremo con la legge". Questa è veramente una proposta da studiare: per motivi che ignoro, Del Rio si spinge a dire che sia possibile compiere queste due operazioni opposte: prima approvare una riforma che esclude la possibilità di eleggere direttamente i senatori, e poi correggere questa norma appena votata - il cuore della riforma! - con una legge ordinaria. Mi rifiuto di pensare che il ministro non immagini che la riforma Boschi renderebbe incostituzionale, proprio in virtù di quello che scrive nei suoi nuovi articoli, una legge che reintroducesse l'elettività diretta. Persino la bozza Chiti, citata come lo strumento che renderebbe possibile questa magia con una doppia scheda, contiene un paradosso: come si fa a indicare un senatore, fra quelli che devono diventare i consiglieri regionali se nel momento in cui si vota non si sa ancora chi verrà eletto? E se il senatore designato poi non venisse eletto? Chi prenderebbe il suo posto? Un pasticcio. Ecco perché quella scheda esibita da Renzi - se passa la riforma - non è un trovata, ma nemmeno un reato. Resterà semplicemente, tra i reperti di questa campagna, come una meravigliosa patacca.