La maledizione del successore: altro che premier fotocopia, è scontro con Renzi

Alla fine la maledizione di Lamberto Dini non perdona: tu il successore te lo scegli fedele, fedelissimo, scialbo, quasi incolore perché non ti faccia ombra. E poi lui ti frega lo stesso. È accaduto nel 1995 fra Silvio Berlusconi e il suo ex ministro, sta accadendo oggi fra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Il neo-premier, scelto come archetipo del "governo fotocopia" che avrebbe avuto l'unico scopo di far rimpiangere Matteo, e di continuare la sua opera con altri mezzi, sta diventando energie (la ripresa record dal coccolone), astuzie post-democristiane, grandissime capacità di galleggiamento. Non siamo ancora alla guerra, al conflitto irreversibile, sia chiaro. Ma i segnali che arrivavano già dopo i primi vagiti del governo hanno preso corpo ieri in maniera irrevocabile. Renzi, da leader di partito, si mette a sabotare gli accordi istituzionali con Forza Italia che consentirebbero al premier di imbracare e di mettere in sicurezza la propria maggioranza al Senato, consegnando agli azzurri una nomina all'Agcom, strategica per sorvegliare da vicino sul futuro di Mediaset. Gentiloni va ospite da Fabio Fazio, scherza sui medici ("Non ditegli che ho saltato la convalescenza"), mette il allarme l'uomo di Rignano con frasi e circonlocuzioni che fanno capire chiaramente le sue intenzioni: non ha nessuna intenzione di staccare la spina del governo accomando. È quindi si siede sorridente nello studio di "Che tempo che fa?", sceglie una soave cravatta azzurra e dice: "si potrebbe votare in estate, in autunno, l'anno prossimo. Ma noi lavoriamo come se si dovesse durare molto a lungo". Un bel cambio di passo: il 5 dicembre il Pd gridava unanime "al voto al voto", i retroscena parlavano di una guerra lampo, Renzi minaccia un congresso istantaneo che nella sua testa catalizzava l'ossessione di un voto rivincita, tutti erano uniti intorno a lui, le consultazioni del successore avvenivano a Palazzo Chigi. Adesso il congresso non si è fatto, il voto a febbraio è diventato una chimera, Gentiloni fa progetto come se dovesse durare per l'eternità, Matteo Richetti, uno dei più efficaci e coraggiosi durante la campana fede Daria dice: "Bisogna partire dalla presa di coscienza del fatto che sul referendum abbiamo perso tre a zero". Che ribaltamento. C'è un questo apologo, quello del caratterista che arriva al soglio pontificio per caso, ma poi non molla più lo scettro, un carattere antico della storia italiana: quello del provvisorio che si fa eterno. Quello del "coniglio mannaro" - questo il soprannome indimenticabile di Arnaldo Forlani - che in modo soave e insieme feroce non molla la presa. Dire Gentiloni dunque - oggi - vuol dire Mattarella, i poteri italiani, la continuità di uno Stato che si difende dal leaderismo come un anticorpo da un virus. Domani - Renzi lo sa bene - sarà la Corte Costituzionale a dire la sua sull'Italicum, ovvero sull'ultimo brandello del "renzismo reale" rimasto in piedi dopo la bocciatura della riforma Boschi da parte degli elettori. Se la legge viene demolita Gentiloni sarà ancora più forte. Perché il un clima come questo, come è noto, una sentenza allunga la vita.