Il Tg2 e il video fantasma di Verdini. Dalla manipolazione alla censura

Niente dibattito, dunque tra Giorgia Meloni e Denis Verdini sulla Rai. Non perché il dibattito non sia stato fatto, ma perché dopo averlo registrato la Rai ha deciso di non mandarlo in onda. Di nuovo un piccolo dettaglio che rivela una verità più grande, una taroccatura che si rivela la punta di un iceberg. I programmi -è noto - possono anche essere cancellati, ma quando quelli registrati non vanno in onda, la parola da evocare è censura. Nell'intervista ad Alessandro Ferrucci in cui denuncia il trattamento subito, Giorgia Meloni spiega molte buone ragioni e molti sospetti che lo spingono ad arrabbiarsi. E, senza dubbio, non sta in piedi, la balla del sorteggio che la Rai avrebbe messo in atto perché aveva troppi confronti registrati. Mentre invece ha molta verosimiglianza la tesi che la leader di Fratelli d'Italia sostiene: quella cioè che ci sia un decisore esterno a Viale Mazzini, che si prende l'ultima parola sui palinsesti, sulle sfide, su cosa far vedere e cosa non far vedere, sui cambi di linea comunicativa dettati dalle convenienze di Palazzo Chigi. Il confronto fra la Meloni e Verdini, nei giorni in cui Renzi grida "accozzaglia", faceva cadere lo slogan del premier. Quale "accozzaglia" peggiore, Per un elettore del PD, infatti, di quella tra il proprio partito e una formazione trasformista di centrodestra? Quale immagine peggiore di un condannato con richiesta di condanna per quattro anni per difendere il Si? E così torna molto utile che il confronto già registrato scompaia in un archivio di inediti. Fateci caso: Renzi è riuscito a fare cinque confronti, senza mai apparire contrapposto al gruppo politico che gli è naturalmente più avverso. Mai contro Salvini, mai contro un esponente del M5s, mai contro un qualsiasi esponente di Forza Italia, mai con un leader di centro schierati per il No. Il confronto - già programmato - con Renato Brunetta (da Paolo Del Debbio) è stato annullato e non sostituito da nessun altro faccia a faccia con un azzurro. E nella stessa settimana, anche un confronto fra la Boschi di Brunetta è stato annullato. Nelle stesse ore, sia i giornali, sia il leader del sì, spiegano che l'ultima speranza di vincere e conquistare almeno 4 milioni di elettori di centrodestra. È perfettamente legitttimo che Palazzo Chigi paghi degli spin doctor come l'americano Jim Messina per farsi guidare in una sfida difficile. Meno legittimo che il super spin doctor provi a dettare legge nei programmi TV, nei talk e nei giornali, A seconda di quello che conviene, e di quello che dicono i sondaggi. Questa estate contammo proprio su Tiscali incredibile vicenda del messaggio inviato dal portavoce del premier Filippo Sensi ai giornalisti politici italiani per errore: "Proviamo a menare Di Battista sul discorso della Libia ricordandogli l’Isis”. Quel messaggio fu pubblicato da una collega che non lo aveva ricevuto, Paola Zanca de Il Fatto. Sugli altri, ovviamente, pesava il timore di subire rappresaglie, anche solo professionali, magari l'essere esclusi dalla cerchia di quelli con cui si parla. In estate, per favorire la malleabilità di alcune testate, erano stati cambiati i direttori di Tg della Rai non allineati con Renzi, era stato cacciato con ignominia Massimo Giannini, con il pretesto che il suo programma facesse "solo" il 6%. Al suo posto è arrivato Gianluca Semprini, con il suo Politics, che fa solo il 3%, ma di cui nessuno chiede la testa. Sempre in estate, viene sostituito Maurizio Belpietro, direttore libero con Vittorio Feltri. Risultato: sia Feltri che Libero, passano dal No al referendum al Sì. È evidente, che il potere di agenda in una battaglia come quella del referendum è molto importante. Consente a chi guida le danze di decidere di cosa si parla e con chi. Di stabilire quello di cui si discute e quando. È un piccolo inquietante salto di qualità scoprire che - da ieri - I telespettatori che pagano il canone, non abbia più il diritto meno di vedere qualcosa che è già accaduto davanti alle telecamere. Ecco perché il video fantasma è un segnale d'allarme: rappresenta il punto di passaggio tra la manipolazione e la censura.