Fermare il referendum sul Job Act per evitare la disfatta. L'ultima mossa di Renzi

Fare harakiri pur di impedire "al nemico", cioè agli elettori, di pronunciarsi di nuovo. È questo l'ultimo incredibile annuncio del governo Gentiloni-Renzi: una mossa che va spiegata con numeri e date, all'interno di una complessa partita a scacchi, per poter essere capita bene. Certo, a rivederle al rallentatore, i primi passi del nuovo-vecchio governo e dell'ex premier sembrerebbero mossi da una sorprendente strategia suicida. L'ultima dichiarazione-choc, quella apparentemente meno comprensibile, la più importante, è quella che contiene il tentativo esplicito di sabotare il referendum sul lavoro, un intento annunciato ieri: "Se si vota prima del referendum il problema non si pone - ha detto il ministro Giuliano Poletti - e questo mi pare lo scenario più probabile". Aggiunge Renzi: "La riforma del lavoro non si tocca, sarebbe come dire: 'Abbiamo scherzato!'". Ed ecco lo scenario: c'è un ministro appena nominato, Poletti che fa una dichiarazione all'Ansa per dire che il nuovo esecutivo cadrà, appena possibile, per poter scongiurare un evento che considera drammaticamente pericoloso ai fini della sua stessa sopravvivenza: il referendum sul Jobs Act. Ovvero: il governo appena uscito battuto con venti punti di distacco nelle urne, spiega - in una dichiarazione ufficiale di uno dei suoi ministri più importanti - che spera di poter ricorrere ad un trucco pur di impedire, non una manovra di palazzo, ma una consultazione democratica. E qui occorre una precisazione: un governo, qualsiasi governo, ha tutto il diritto di dare battaglia per difendere una sua legge, alla luce del sole, con gli strumenti della politica, della propaganda e della persuasione. Ma nessun premier e nessun ministro hanno il diritto di annunciare che vogliono usare una crisi di governo, in modo pericoloso ed improprio, per sottrarre ai cittadini un diritto che è stato raggiunto raccogliendo non solo le firme necessarie per ottenere la consultazione, ma molto di più (ben tre milioni di sottoscrizioni certificate perché il referendum si potesse celebrare). Ed è a questo punto che occorre gettare l'occhio sul calendario, perché il governo Gentiloni, tra i suoi poteri, avrà anche quello di scrivere una importantissima agenda politica, a breve termine. L'11 gennaio arriverà la sentenza della Consulta sulla legittimità dei quesiti sul Jobs Act: un via libera che, data la qualità di scrittura dei giuristi da cui è stato predisposto, oggi appare quasi del tutto scontato. Dopo questa data il pallino passa a Gentiloni, che avrà sessanta giorni di tempo per fissare una data utile per votare, un giorno da fissare in uno spazio compreso fra il 15 aprile e il 15 giugno. Una volta fissata la data, come sempre accade quando viene indetta una consultazione popolare, il parlamento avrà tempo fino all'ultimo giorno utile prima del voto per provare a cambiare la legge ed evitare che si celebri il referendum. Ma, attenzione: per poter scongiurare questa consultazione, il governo, o anche il parlamento, dovrebbero necessariamente modificare le leggi interessate sui tre punti decisivi indicati dai promotori: dovrebbero modificare la legge sugli appalti, dovrebbero cancellare il voucher, e - soprattutto - dovrebbero reintrodurre l'articolo 18. Quindi, se non vuoi cambiare la legge, e se non vuoi correre il rischio di essere bocciato nelle urne, ecco la mossa spericolata: far saltare il tavolo. Una strategia spregiudicata alla "House cards": ma se sei così spericolato da immaginarla, una mossa così, dovresti essere abbastanza lucido da non dichiararla. Ed è su questo punto che Renzi e Poletti sono andati in tilt: a sorpresa, molti esponenti del centrodestra (basta il nome di Renato Brunetta ) hanno già annunciato che qualora il quesito fosse ammesso, voterebbero a favore. Altri (Gaetano Quagliariello) denunciano la gravità di queste dichiarazioni sul piano istituzionale. Altri ancora, a sinistra, come Enrico Rossi, spiegano che "Una manovra di questo tipo per il Ld equivale ad un suicidio". In questo scenario, dunque, si ricreerebbero subito i tre ingredienti decisivi della sconfitta sul referendum costituzionale: il No nel merito della proposta, il No ad una legge chiave del governo, la rinascita della ormai leggendaria "accozzaglia"che tiene insieme tutti da destra a sinistra. Il governo Gentiloni, dunque, simbolicamente, compie due errori: conferma la sua continuità e la sua subordinazione al governo Renzi (dopo la conferma di quasi tutti i ministri e la promozione di Lotti e della Boschi), al punto da immaginare di sacrificare il primo per difendere una legge del secondo: un bel paradosso. Questa mossa riproduce il meccanismo del tutti contro uno già sperimentato nel referendum costituzionale. Alla fine, dopo queste dichiarazioni, se anche riuscisse a far saltare il referendum sul Jobs Act, non solo il governo, ma il suo azionista - il Pd - pagherebbe un prezzo politico in ogni caso: sia se il referendum si celebrasse, sia se non si celebrasse.