Parigi, modelli di integrazione a confronto. L'esperto: "Grandi differenze tra Italia e Francia"

Italia e Francia a confronto. L'esperto: "Sono due nazioni che affrontano in modi molto diversi la questione dell'integrazione degli immigrati. E poi in Italia la prevenzione ha funzionato, la comunità islamica non è isolata e c'è collaborazione con le forze dell'ordine".

Parigi, modelli di integrazione a confronto. L'esperto: 'Grandi differenze tra Italia e Francia'
di LaPresse

Non è solo una questione giuridica. Italia e Francia sono due mondi molto lontani per quanto riguarda l’integrazione degli immigrati. Un po’ perché la Francia affronta numeri decisamente più grandi dell’Italia e un po’ per questioni storiche e culturali. Inoltre, avere la cittadinanza francese in alcuni casi non aiuta. Anzi, può portare a delusione  e insoddisfazione. A spiegarlo è Stefano Allievi, sociologo e direttore del master sull’Islam in Europa dell’Università di Padova. “La situazione francese – spiega il professore - è diversissima da quella italiana. Prima di tutto, la Francia ha molti più immigrati e da molto più tempo. Poi, dal punto di vista giuridico, hanno tutti la cittadinanza francese, cosa che non avviene quasi mai in Italia. Anche nelle grandi città non ci sono periferie paragonabili alle banlieue. In Italia c’è quello che io chiamo  ‘Islam dialettale’, molti immigrati vivono in piccoli centri di provincia dove si ci conosce tutti e l’integrazione è molto più semplice perché si ha un substrato in comune”.

 

Anche avere la cittadinanza può aggravare le disuguaglianze. “La cittadinanza – spiega Allievi - dovrebbe essere un motivo di integrazione, invece in Francia porta ad un aumento della frustrazione, perché è solo giuridica e non reale. Per gli immigrati che vivono nelle banlieue ci sono servizi più scarsi, scuole peggiori, più disoccupazione e più controlli. Questo porta a chiedersi: ‘Perché siamo francesi di serie B?’”. A tutto questo si aggiungono altre questioni che riguardano la  storia e la cultura della Francia. “Il problema – spiega Allievi - non è imporre il divieto di portare il velo integrale ma imporre ‘il vocabolario della Repubblica’, la mentalità francese a tutti. Quindi, per storia e ideologia si arriva a negare la realtà.  Ricordo a questo proposito che è stata la Francia ad impedire che fossero citate le radici cristiane nella Costituzione dell’Unione europea. Ma di fatto, norme come quelle che riguardano i simboli religiosi, vengono applicate effettivamente solo contro i musulmani”. Un ultima differenza è geopolitica. “La Francia ha deciso di bombardare, gli altri Paesi no. E poi tutt’ora la politica coloniale francese è molto aggressiva”.

 

Oltre alle differenze tra i due Paesi, che portano la Francia ad essere più vulnerabile, per Allievi l’Italia sta lavorando bene per prevenire attacchi come quelli di Parigi. “La prevenzione fin’ora ha funzionato. Ci sono state azioni delle forze dell’ordine e della  magistratura che hanno portato a espulsioni e arresti. La comunità islamica italiana ha isolato gli estremisti e ha anche collaborato attivamente con la polizia per individuare i soggetti ritenuti pericolosi”, conclude Allievi.