[Il caso] "Stavo per chiudere Facebook": Zuckerberg tra ambiguità, inchieste e investitori infuriati

Il capo del social network più potente e invadente del mondo illustra alla stampa i nuovi strumenti di moderazione dei contenuti. Ma è ancora una volta poco chiaro e si tiene per sé i suoi segreti. A parlare di come agisce sono altri, però. Influenti e determinati a dargli addosso fino alla resa dei conti

Mark Zuckerberg, 34 anni, presidente e Ceo di Facebook
Mark Zuckerberg, 34 anni, presidente e Ceo di Facebook
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Sette mesi fa riuscì a bersi uno dopo l'altro i membri del Congresso che lo chiamarono in audizione dopo lo scoppiare dello scandalo Cambridge Analytica. Uno show a base di risposte evasive e pentimenti pubblici a suon di "mi dispiace", "ho sbagliato" e soprattuto una sequela ininterrotta di "non lo so-non lo-so-non ne ho idea". Ci voleva poco a mettere nel sacco un gruppo di anziani potenti fuori dal tempo, di un potere scavalcato alla velocità della luce da un subcontinente di esseri umani (oltre due miliardi) le cui vite sono costantemente viste, profilate, spiate, catalogate e quindi di fatto a disposizione del 34enne figlio di un padre dentista e una madre chirurga, ebrei di New York. In grado di plasmare algoritmi mentre parla e scrive cinque lingue, ama l'epica classica (l'Iliade di Omero su tutto) e approfondisce la sociologia quanto l'informatica. Ciao ciao, vecchi parrucconi. Il business prosegue. Ma Zuck continua ad avere non trascurabili problemucci di coerenza, scontentezza e sospetto fra gli investitori, gli altri media, una parte della politica e la truppa sempre più agguerrita di pentiti della Silicon Valley e commentatori che finalmente stanno capendo cos'è il social network. E' stato così anche nelle ultime ore.

"Stavo per chiuderlo"

Il New York Times, presieduto da un altro influente erede di famiglia ebraica, Arthur Ochs Sulzberger, Jr, continua a picchiare contro Zuckerberg e il suo social network blu. La questione di partenza è sempre la stessa: le ingerenze di hacker e investitori russi nell'orientare attraverso la piattaforma di Menlo Park l'opinione pubblica americana, fino a favorire l'esplosione alle urne di Trump. In una recente videoconferenza alla presenza di molti esponenti della stampa internazionale, il fondatore di Facebook ha fatto un'altra delle sue ammissioni perfette per blandire la rabbia protestante american style: "ll nostro grande errore è stato non capire che si trattava di una campagna coordinata, avremmo dovuto reagire meglio e abbiamo impiegato due anni per costruire un sistema capace di riconoscere interferenze simili". Aggiungendo: "Nel 2010 e di nuovo qualche mese fa stavo per chiudere il social, avevo intenzione di sospenderlo". Ma precisando poi che la sospensione avrebbe riguardato solo un numero limitato di profili. Poco prima, però, con una nota ufficiale, Facebook aveva demolito l'impianto accusatorio del quotidiano più stimato del mondo. Dunque è o no ammissione di colpa? Zuck la mette sulla lentezza nell'investigare questi aspetti inquietanti e sul miglioramento tecnolgico costante. Un bug, insomma. Ma mica da poco. Poi c'è l'altra collaborazione sotto attacco, quella con la società Definers Public Affairs che sarebbe stata incaricata di realizzare contenuti diffamatori e antisemiti contro i rivali hi-tech come Apple e Google, e contro Soros, che nell'analisi dei media americani, per contrapposizione con Zuckerberg, viene quasi definito affine alla sinistra. Basta questo per capire quanto il dibattito attorno al social network più potente e invadente del mondo sia diventato paradossale. Christopher Wylie, già direttore delle ricerche di Cambridge Analytica, colui che ha contribuito a far esplodere quello scandalo, ha risposto via Twitter che Facebook aveva usato quei servizi permettendo che l'opinione pubblica venisse potenziata a favore di Trump e della Brexit. Violando a più riprese le leggi. Intimorendo e diffamando chi si opponeva a questa linea. Parole pesanti. 

Investitori furiosi e il problema della trasparenza

Come sempre ha fatto, Mark Zuckerberg ha dato pochissime spiegazioni di come funziona la sua immensa macchina social. La segretezza è il "core" del suo business che viene venduto alla pubblica percezione come un modo per migliorare e rendere più immediate e ravvicinate le relazioni umane. Ha ribadito che Facebook da ora in poi avrà strumenti tecnologici per valutare meglio i post, con segnalazioni più tempestive e dettagliate inoltrate al team (umano) di moderazione nel decidere se eliminare o lasciare online certi contenuti. Ma ha pure ammesso, lui e i suoi collaboratori, che sono proprio i post tendenzialmente più estremi e offensivi ad avere maggiore successo e diffusione. Ci sarà poi una sorta di corte d'appello social: per decidere sul ripristino di contenuti cancellati (è nota la fobia di Zuck e soci per la nudità artistica e per le foto di madri che allattano). Si parla di un organismo indipendente formato da giuristi e accademici che collaborerà con Facebook. Anche qui, niente nomi, niente specificazioni sulla dislocazione geografica. Ma un alto problema che Zuckerberg ha è quello con gli investitori, molti dei quali vorrebbero semplicemente la sua testa. 

Troppo potere e zero risposte

Mesi fa Business Insider ha parlato con sei importanti soci investitori di Facebook, tutti molto scontenti di come vanno le cose tra un "like" e un "condividi". Alcuni di loro, come Michael Frerichs e Natasha Lamb, trovano inaccettabile il modo in cui il fondatore guida l'azienda: "Non è responsabile nei confronti di nessuno, non verso il consiglio o gli azionisti. E' il capo di se stesso e chiaramente questo non ha funzionato". Protestano contro la struttura dual class dei vertici del social, con le funzioni di voto sulle decisioni e sui dividendi degli utili che vengono tenute distinte, vogliono un presidente indipendente da Zuckerberg e meno concentrazione di potere nelle sue mani. Perché Mark continua ad essere presidente e amministratore delegato (Ceo). Un vero imperatore. Dato che Facebook divide le sue azioni in due classi: Classe A e classe B. Quest’ultima ha 10 volte i diritti di voto della classe A, ciò che permette a Zuckerberg di controllare circa il  75% del capitale totale e oltre la metà del voto. Potere assoluto. Se Zuck non è d'accordo con gli azionisti indipendenti (la cui fronda è guidata dalla Lamb) vince comuque lui. L'unica battaglia parzialmente vinta è quella di un migliore controllo dei contenuti che vengono gestiti e promossi dall'algoritmo del social network. Cioè usando noi, quasi due miliardi e mezzo di vite che là dentro scrivono e mostrano tutto di sé. Assicurando enormi profitti (ancora in crescita con il fatturato salito a quasi il 1.000% pari a 40 miliardi di dollari) a un giovane imperatore che mostra pochissimo di come li gestisce e alla resa dei conti ricorda a tutti che chi comanda è solo lui.