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Il Papa in Mongolia incontra le autorità, la società civile e invia un saluto al "nobile popolo cinese"

Un viaggio senza folle osannanti occasione per il papa di incoraggiare una religiosità più autentica e una e cristiani felici del Vangelo

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Il Papa in Mongolia
Il Papa in Mongolia (Foto Ansa)

Piccoli numeri di popolazione e ancor più esigui di cattolici, ma grandi visioni di pace e armonia nel creato lanciato da Papa Francesco dalla Mongolia dove ha partecipato a un incontro ecumenico e interreligioso. Attenzione e vicinanza del papa alla popolazione mongola a maggioranza buddista, e vicinanza affettuosa alla più piccola comunità cattolica del mondo (solo 1500 battezzati). Forse apripista di una fede cristiana minoritaria. E del tutto a sorpresa un dialogo, intrecciato a braccio, con la Cina al termine della messa, la più solenne mai celebrata finora in Mongolia. Infatti, alla fine della Messa nella Steppe Arena di Ulaanbaator, Francesco ha fatto avvicinare il cardinale Tong Hon pastore emerito e il futuro porporato Chow, attuale vescovo di Hong Kong e stringendoli a sé ha detto: “Auguro al popolo della Cina il meglio e di progredire sempre”.

L'appello del Papa

Poi un appello: “E ai cattolici cinesi chiedo di essere buoni cristiani e buoni cittadini. A tutti”. Circa 200 i pellegrini cinesi venuti in questi giorni in Mongolia. Nessun richiamo a vie della seta, proprio dell’ambito politico, ma incoraggiamento a scegliere come cristiani la “via dell’amore”, capace di dialogare con tutti e di toccare il cuore della gente. Le parole del papa sono apparse un voluto e chiaro segnale ai governanti cinesi dopo il messaggio augurale indirizzato a Xi Jin Ping dall’aereo che lo portava a Ulaanbaator. Insomma, un’ulteriore assicurazione a non temere la Chiesa cattolica quasi fosse un concorrente politico in lotta per la leadership, mentre vuole essere una comunità di fede che in ambito sociale mira a educare buoni cristiani e buoni cittadini. Una espressione presa in prestito da don Bosco, il più grande educatore cattolico del tempo moderno che amava ripetere l’obiettivo educativo salesiano: fare dei ragazzi dei buoni cristiani e degli onesti cittadini.

Il ricordo di Pierre Teilhard De Chardin

Nel saluto conclusivo di saluti e ringraziamenti Francesco aveva in serbo un’altra sorpresa: il ricordo della figura e della fede di un grande gesuita scienziato, impegnato per tanti anni in ricerche geologiche e antropologiche in Cina. Da vivo e anche dopo morte segno di contraddizione all’interno della Chiesa del suo tempo tanto che le sue riflessioni teologiche indussero l’allora Sant’Uffizio a censurarlo duramente perfino alcuni anni dopo la morte avvenuta nel 1955. Francesco, citandolo e richiamando la sua ricerca centrata nella figura del Cristo, lo ha definitivamente sdoganato. Il pensiero di Pierre Teilhard De Chardin infatti è stato capace di dialogare con la scienza contemporanea senza negare la fede. Francesco ha citato questo gesuita “spesso incompreso” e la sua celebre “messa sul mondo”, preghiera pensata nel deserto di Ordos, in mancanza di calice e ostia da consacrare.

Un viaggio singolare

Ma è l’intero viaggio, davvero singolare rispetto a tutti i precedenti. Non sarà ricordato per l’assenza di folle; piuttosto resterà nella memoria esperienza anticipatrice della missione che attende la Chiesa cattolica già nel presente e più ancora nel futuro: scordare la forza e il senso di potere di essere maggioranza come è stato per secoli in Occidente e altre parti del mondo. In quanto alternativa alla mentalità secolare potrebbe diventare minoranza come per ora lo è in Mongolia, riscoprendo così l’essenziale dell’essere cristiani. “Questa è la verità che Gesù ci invita a scoprire, che Gesù vuole svelare a voi tutti, a questa terra di Mongolia: non serve – ha detto Francesco nell’omelia della messa - essere grandi, ricchi o potenti per essere felici: no! Solo l’amore ci disseta il cuore, solo l’amore guarisce le nostre ferite, solo l’amore ci dà la vera gioia. E questa è la via che Gesù ci ha insegnato e ha aperto per noi”. Si tratta di una visione in armonia con un pensiero familiare di Benedetto XVI sul futuro della Chiesa come resto irrilevante sul piano del potere.

Le affascinanti case ger

Il papa si era presentato al suo arrivo in Mongolia come un ammiratore delle ger, case tradizionali a forma di tenda con una sola apertura centrale in alto, verso il cielo. Il papa le ha definite “bellissime case itineranti” e ne ha parlato a lungo e varie volte come simbolo di libertà e provvisorietà tipico della vita di un popolo nomade. “Immagino – ha detto nel saluto iniziale alle autorità e al corpo diplomatico - di entrare per la prima volta, con rispetto ed emozione, in una di queste tende circolari che punteggiano la maestosa terra mongola, per incontrarvi e conoscervi meglio. Eccomi dunque all’ingresso, pellegrino di amicizia, giunto a voi in punta di piedi e con il cuore lieto, desideroso di arricchirmi umanamente alla vostra presenza”. I rapporti tra Mongolia e Santa Sede sono stati firmati e rinnovati una trentina di anni fa in una ideale continuità con la lettera ufficiale con la quale papa Innocenzo IV stabiliva il rapporto con il terzo imperatore mongolo nel 1246. Un’amicizia antica che Francesco ha riesumato con i nuovi parametri di una Chiesa purificata dal concilio Vaticano II, impegnata a suggerire “politiche di ecologia responsabile”.

Paese senza armi nucleari

Il quadro che piace a Francesco lo ha indicato con chiarezza nel primo discorso alle autorità: “Vorrei menzionare anche la vostra determinazione a fermare la proliferazione nucleare e a presentarsi al mondo come Paese senza armi nucleari: la Mongolia non è solo una nazione democratica che attua una politica estera pacifica, ma si propone di svolgere un ruolo importante per la pace mondiale. Inoltre – altro provvido elemento da segnalare – la pena capitale non compare più nel vostro ordinamento giudiziale… Voglia il Cielo che sulla terra, devastata da troppi conflitti, si ricreino anche oggi, nel rispetto delle leggi internazionali, le condizioni di quella che un tempo fu la pax mongolica, cioè l’assenza di conflitti. Come dice un vostro proverbio, «le nuvole passano, il cielo resta»: passino le nuvole oscure della guerra, vengano spazzate via dalla volontà ferma di una fraternità universale in cui le tensioni siano risolte sulla base dell’incontro e del dialogo, e a tutti vengano garantiti i diritti fondamentali! Qui, nel vostro Paese ricco di storia e di cielo, imploriamo questo dono dall’Alto e diamoci da fare insieme per costruire un avvenire di pace”. Parole nuove alla politica che forse non solo l’Occidente ma altri governi faticano a recepire.

Le tradizioni religiose

Chiamate in causa anche le tradizioni religiose “chiamate a offrire al mondo questa armonia, che il progresso tecnico da solo non può dare… Fratelli e sorelle, oggi siamo qui insieme come umili eredi di antiche scuole di sapienza. Incontrandoci, ci impegniamo a condividere il tanto bene che abbiamo ricevuto, per arricchire un’umanità che nel suo cammino è spesso disorientata da miopi ricerche di profitto e benessere. Essa è spesso incapace di trovare il filo: rivolta ai soli interessi terreni, finisce per rovinare la terra stessa, confondendo il progresso con il regresso, come mostrano tante ingiustizie, tanti conflitti, tante devastazioni ambientali, tante persecuzioni, tanto scarto della vita umana!”. E un’aggiunta non da poco: “La nostra responsabilità è grande, specialmente in quest’ora della storia, perché il nostro comportamento è chiamato a confermare nei fatti gli insegnamenti che professiamo; non può contraddirli, diventando motivo di scandalo. Nessuna confusione dunque tra credo e violenza, tra sacralità e imposizione, tra percorso religioso e settarismo”. La volontà della Chiesa cattolica a camminare su questa convinzione è riemersa nelle parole conclusive dopo la messa.

La piccola comunità cattolica

Una spinta ottimista alla piccola comunità cattolica: “Andate avanti, con mitezza e senza paura, avvertendo la vicinanza e l’incoraggiamento di tutta la Chiesa, e soprattutto lo sguardo tenero del Signore, che non dimentica nessuno e guarda con amore ciascuno dei suoi figli”. Una consegna ribadita alle altre confessioni cristiane e religioni: “Continuiamo a crescere insieme nella fraternità, come semi di pace in un mondo tristemente funestato da troppe guerre e conflitti”. E infine “un grazie grande a te, popolo mongolo, per il dono dell’amicizia che ho ricevuto in questi giorni, per la tua capacità genuina di apprezzare anche gli aspetti più semplici della vita, di custodire con sapienza le relazioni e le tradizioni, di coltivare la quotidianità con cura e attenzione”.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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