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L'appello di Papa Francesco: "Si fermino guerra e terrorismo in Israele"

All’Angelus il papa ricorda che la giustizia è premessa di pace e ogni guerra è una sconfitta.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
L'appello di Papa Francesco: 'Si fermino guerra e terrorismo in Israele'

Che le armi si fermino per favore e si comprenda che la guerra e il terrorismo non portano a nessuna soluzione. Con questo appello di papa Francesco dopo la recita dell’Angelus è finito il riserbo del Vaticano sullo scontro in corso tra Israele e Hamas che ieri aveva colto di sorpresa tutte le cancellerie del mondo. La primissima reazione in ambito cattolico alla sorpresa era stata la dichiarazione allarmata del neocardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme a margine dei lavori del Sinodo di cui fa parte: “Siamo in una emergenza molto grave e temo che si arriverà alla guerra”.

Ha poi lamentato la scarsa attenzione mostrata negli ultimi tempi all’annosa questione palestinese che nessun tentativo finora provato è riuscito a risolvere con una vera pace tra israeliani e palestinesi. “Siamo davanti ad una situazione molto grave scoppiata improvvisamente, senza troppi preavvisi. È una campagna militare da ambo i lati, molto preoccupante per le forme, per le dinamiche e per l’ampiezza. Si tratta di novità molto tristi”. Pizzaballa che da molti anni vive in Terra Santa conosce bene le dinamiche del conflitto infinito. “La presa di ostaggi israeliani, fenomeno in nessun modo giustificabile – ha perciò detto il porporato – non farà altro che favorire una maggiore aggressività da ambo i lati, soprattutto da parte israeliana… La comunità internazionale deve ritornare a prestare attenzione a quanto accade in Medio Oriente. Gli accordi diplomatici, quelli economici – conclude Pizzaballa – non cancellano un dato di fatto: esiste una questione israelo-palestinese che ha bisogno di essere risolta e che attende una soluzione”. Ma da molte parti si aspettava di capire cosa dicesse il papa, che oggi è stato chiarissimo e diretto. “Seguo con apprensione e dolore – è risuonato così l’appello di Francesco - quanto sta avvenendo in Israele, dove la violenza è esplosa ancora più ferocemente, provocando centinaia di morti e feriti. Esprimo la mia vicinanza alle famiglie delle vittime, prego per loro e per tutti coloro che stanno vivendo ore di terrore e di angoscia. Gli attacchi e le armi si fermino, per favore, e si comprenda che il terrorismo e la guerra non portano a nessuna soluzione, ma solo alla morte e alla sofferenza di tanti innocenti. La guerra è una sconfitta: ogni guerra è una sconfitta! Preghiamo perché ci sia pace in Israele e in Palestina!”.

Le parole del papa non entrano, tuttavia, in percorsi concreti per la pace, pienamente cosciente che in questo momento – come del resto nella guerra in Ucraina - non ci sono le condizioni per la pace. Si è tenuto pertanto sul generico, sul prepolitico come, del resto, compete al suo ruolo di leader spirituale. Le convinzioni di animo non violento come viene chiesto a cristiani di praticare – ma nei secoli tante volte dimenticate – il papa le ha ribadite nel commento alla parabola evangelica della domenica, giunta senza volere a proposito. Parabola “drammatica” l’ha definita il papa, delineando con brevi tratti quella che narra di un padrone di un terreno dove aveva piantato e ben curato una vigna. Dovendo partire l’affida ai contadini e al momento della vendemmia invia i suoi servi per ritirare la sua parte di raccolto. Ma i contadini li uccidono. Il padrone invia allora il figlio ma i contadini uccidono anche lui. Il papa descrive il percorso della mente dei contadini che da agricoltori “diventano assassini”.

"Alla radice dei conflitti “c’è sempre qualche ingratitudine e i pensieri avidi, possedere presto le cose… l’ingratitudine alimenta l’avidità” che genera negli agricoltori della parabola “un progressivo senso di ribellione, che li porta a vedere la realtà in modo distorto”. E questo processo “tante volte succede nel cuore della gente, persino nel nostro cuore”. “È brutto, questo processo, e tante volte succede a noi. Pensiamoci sul serio. Da qui provengono tante insoddisfazioni e recriminazioni, tante incomprensioni e tante invidie; e, spinti dal rancore, si può precipitare nel vortice della violenza. Sì, cari fratelli e sorelle, l’ingratitudine genera violenza, ci toglie la pace e ci fa sentire e parlare urlando, senza pace, mentre un semplice “grazie” può riportare la pace!”. A questo punto Francesco ha ripetuto le tre parole, da lui tante vote ricordate che a suo parere sono “il segreto dell’umana convivenza: grazie, permesso, perdono”.

Francesco, in sostanza, ribadisce che non c’è pace senza una cultura di pace. E se un appello insistente lo caratterizza è proprio la richiesta ai cristiani di essere i primi a essere operatori di pace, facendosi carico – anche quando tuona il cannone e non si intravedono tavoli di trattativa – di testimoniare la volontà di pace. Non è un caso, né una semplice devozione, il ricorso alla preghiera del Rosario proposta nel mese di ottobre “dedicato, oltre che alle missioni, alla preghiera del Rosario”. “Non stanchiamoci – è il suo invito - di invocare, per l’intercessione di Maria, il dono della pace sui molti Paesi del mondo segnati da guerre e da conflitti; e continuiamo a ricordare la cara Ucraina, che ogni giorno soffre tanto, tanto martoriata”.

In aggiunta alla priorità per la pace, Francesco vive in queste settimane un’altra priorità interna alla Chiesa, quella di portare a buon fine il Sinodo. “Ringrazio – ha perciò detto nel dopo Angelus - quanti stanno seguendo e soprattutto accompagnando con la preghiera il Sinodo in corso, evento ecclesiale di ascolto, condivisione e comunione fraterna nello Spirito. Invito tutti ad affidarne i lavori allo Spirito Santo”. Non mancano su questo fronte interno spine. Sul Sinodo, infatti, non è cessato lo stillicidio della minoranza contestatrice, presente anche nel collegio cardinalizio. Si cerca ogni minimo appiglio tra i gesti e le parole di Francesco, di coglierlo in fallo. Il più delle volte con polemiche pretestuose come quella che lui chieda ai giornalisti il silenzio sui lavori sinodali.

In realtà è solo la richiesta di essere tanto bravi da riuscire a rendere il senso del clima di ascolto che vuole essere la caratteristica dell’Assemblea e individuare quelle linee frutto dello Spirito per inaugurare una Chiesa discepola del Vangelo al servizio dell’umanità. A ben vedere la scarsità di ascolto che emerge sempre più nei rapporti internazionali alza il livello dello scontro. E non è un caso che dopo una riflessione puntuale il patriarcato di Gerusalemme ha diffuso una nota sul conflitto in atto, una vera esplosione di violenza “molto preoccupante per la sua estensione e intensità. L'operazione lanciata da Gaza e la reazione dell'esercito israeliano ci stanno riportando ai periodi peggiori della nostra storia recente. Le troppe vittime e le troppe tragedie che le famiglie palestinesi e israeliane devono affrontare creeranno ancora più odio e divisione e distruggeranno sempre di più qualsiasi prospettiva di stabilità".  

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
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