Vaccini e fraternità la ricetta di Francesco: per l’Italia un augurio di coraggio

Nel discorso al Corpo diplomatico il papa per andare oltre le crisi aggravate dalla pandemia, chiede di agire, superando la vecchia logica del conflitto e del ciascuno per sé. Un bel programma non di governo ma di società

Papa Francesco (Ansa)
Papa Francesco (Ansa)

Coraggio Italia! Ce la può fare non sognando la bacchetta magica, ma avviando un percorso per creare una mentalità meno egoistica, premessa di cambiamento reale. È l’augurio di Francesco nel nome di Dante, posto a conclusione del discorso al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano. Un incontro annuale nel quale il papa offre ai governi spunti di riflessioni impegnative sulle emergenze mondiali. Quasi mai, in questa circostanza, spunta il nome dell’Italia, ma questa volta forse per indiretta simpatia verso Draghi, forse per la gravità del momento, Francesco chiude la panoramica delle crisi mondiali con un appello al nostro Paese. “Nel ricordare il grande poeta fiorentino, di cui quest’anno ricorre il settimo centenario della morte, - ha detto il papa - desidero anche rivolgere un particolare pensiero al popolo italiano, che per primo in Europa si è trovato a confrontarsi con le gravi conseguenze della pandemia, esortandolo a non lasciarsi abbattere dalle presenti difficoltà, ma a lavorare unito per costruire una società in cui nessuno sia scartato o dimenticato”.

Un programma di società

Un bel programma non di governo ma di società, l’unico forse possibile non solo per guarire i mali dell’Italia ma valido in ogni angolo della Terra, per superare scorie e rottami lasciati dalla pandemia.  “Il 2021 – sono state le parole finali del discorso -  è un tempo da non perdere. E non sarà sprecato nella misura in cui sapremo collaborare con generosità e impegno. In questo senso ritengo che la fraternità sia il vero rimedio alla pandemia e ai molti mali che ci hanno colpito. Fraternità e speranza sono come medicine di cui oggi il mondo ha bisogno, al pari dei vaccini”.

Scorrendo la panoramica mondiale squadernata davanti ai diplomatici dei 183 paesi accreditati in Vaticano, senza questa via di uscita – forse l’unica rimasta – ci sarebbe di che disperarsi.  Il mondo visto da Francesco non sta andando per nulla bene e la sfida della pandemia si sta rivelando davvero enorme, inedita come la stessa udienza ai diplomatici differita più vole quest’anno a causa della pandemia. Nel messaggio lasciato agli Ambasciatori Francesco rilancia in sostanza il manifesto della fraternità contenuto nell’ormai celebrata enciclica “Fratelli tutti”: la fraternità vero rimedio alle crisi e alle divisioni di oggi che solcano il pianeta.

"Il nostro ritrovarci"

“Il nostro ritrovarci – ha spiegato Francesco -  è un segno di vicinanza, di quella prossimità e sostegno reciproco cui deve aspirare la famiglia delle Nazioni. In questo tempo di pandemia si tratta di un dovere ancora più cogente, poiché è evidente a tutti che il virus non conosce barriere né può essere facilmente isolato. Sconfiggerlo è perciò una responsabilità che chiama in causa ciascuno di noi personalmente, come pure i nostri Paesi”. Il testo – una vera miniera di saggezza religiosa e politica in un mondo globalizzato e frammentato nello stesso tempo – ha puntato in qualche modo a sottolineare la drammatica condizione dei popoli investiti da molteplici crisi aggiuntive al virus globale per convenire nella necessità di bilanciare il male con una sola alternativa: lavorare di più insieme per il bene comune dell’umanità e del pianeta. I due poli della vita che sono a rischio.

Pertanto Francesco fa ricorso a un panorama umanistico che richiede anzitutto un cambio nel modo di essere per garantire un fare diverso.

Un mondo diviso

“L’anno da poco conclusosi ha lasciato dietro a sé un carico di paura, sconforto e disperazione, insieme con molti lutti. Esso ha posto le persone in una spirale di distacco e di sospetto reciproco e ha spinto gli Stati a erigere barriere. Il mondo interconnesso a cui eravamo abituati ha ceduto il passo ad un mondo nuovamente frammentato e diviso. Ciononostante, le ricadute della pandemia sono davvero globali, sia perché essa coinvolge di fatto tutta l’umanità e i Paesi del mondo, sia perché incide su molteplici aspetti della nostra vita, contribuendo ad aggravare «crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria”.

La pandemia “ha messo in luce i rischi e le conseguenze di un modo di vivere dominato da egoismo e cultura dello scarto e ci ha posto davanti un’alternativa: continuare sulla strada finora percorsa o intraprendere un nuovo cammino”. Perciò il papa si è soffermato a leggere i segni di crisi  e le opportunità che da esse derivano per edificare un mondo più umano, giusto, solidale e pacifico Un primo segnale di cambiamento sta nell’assicurare cure a tutti, vaccino compreso. E un’apertura nuova alle urgenze climatiche fin dalla Conferenza ONU sul clima (COP26) nel prossimo novembre a Glasgow.

La crisi economica e sociale

La crisi economica e sociale che ha evidenziato “un altro morbo che colpisce il nostro tempo: quello di un’economia basata sullo sfruttamento e sullo scarto sia delle persone sia delle risorse naturali”. L’attuale crisi è allora “l’occasione propizia per ripensare il rapporto fra la persona e l’economia. Serve una sorta di “nuova rivoluzione copernicana” che riponga l’economia a servizio dell’uomo e non viceversa, «iniziando a studiare e praticare un’economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda”. Occorrono iniziative finanziarie comuni sul piano internazionale. In tale prospettiva, Francesco ritiene che “lo stanziamento proposto dal piano Next Generation EU rappresenta un significativo esempio di come la collaborazione e la condivisione delle risorse in spirito di solidarietà siano non solo obiettivi auspicabili, ma realmente accessibili”. Più utili del ricorso alle sanzioni economiche o del rifiuto a ridurre il debito dei Paesi poveri. Queste risposte non sono servite a dare risposte a problemi  internazionali quali l’immigrazione che non ha bisogno di politiche di respingimento ma di una visione che ne risolva le cause alla radice.

Parole importanti riservate anche alle crisi della politica e dei valori democratici che si registrano un po’ ovunque e che richiedono l’impegno a imboccare percorsi di riforme e cambiamento di mentalità. Che vale anche per la pace: “Troppe armi ci sono nel mondo” superflue per una società che vuole essere fraterna. Più utile sarebbe affrontare e spendere per fronteggiare la “catastrofe educativa” in atto.