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Un futuro diverso? La globalizzazione presto o tardi potrebbe non essere più la stessa. E nemmeno la Cina

E' il 15 giugno 2018 quando, dopo mesi di crescenti tensioni, gli Stati Uniti dichiarano una guerra commerciale al dragone di Pechino

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
Un'azienda cinese in produzione
Un'azienda cinese in produzione

C’era una volta la Cina. Un paese sterminato, operoso, ricco di manodopera a basso prezzo, capace di costruire fabbriche, case, ponti e autostrade in un batter di ciglia, di risolvere ogni problema senza troppo andare per il sottile, che si trattasse di inquinamento, diritti di base dei lavoratori, quartieri da buttar giù o da tirar su. C’era una volta la Cina, il far west del west, il paese dal capital-comunismo, la terra promessa delle multinazionali, divenuta in trent’anni la fabbrica del mondo.

 Poi arrivò Trump e tutto cambiò. Non proprio, ma quasi

Non è proprio così, la storia è un po’ più lunga, dai contorni più incerti, nella quale anche il Covid-19 ha giocato un suo ruolo, e dal finale ancora da scrivere. Ma di sicuro l’ormai ex presidente americano ha impresso una svolta notevole ai rapporti tra i due paesi e ha accelerato l’avvio di un processo che forse era già nelle cose: passare dalla fabbrica del mondo alle fabbriche in giro per il mondo. Ovvero ridimensionare il ruolo cinese nella manifattura mondiale. 

“Vaste programme” si potrebbe legittimamente dire. Eppure gli indizi che possono indurre a pensare che si stia determinando un lento, ma progressivo spostamento nell’equilibrio della produzione globale ci sono e non sono pochi e riguardano proprio quegli elementi che sono stati alla base del successo cinese. 

A evidenziare la tendenza sono quattro diverse indagini condotte su migliaia di imprese globali, una di Bank of America, una di HSBC, entrambe nella top 10 delle maggiori banche del mondo, una di McKinsey Global Institute e una della Camera di Commercio Americana a Shanghai. 

Quel che cercano le multinazionali

Le multinazionali che investono cercano bassi costi, certezza delle condizioni e prevedibilità del futuro, infrastrutture e logistica e, se le produzioni sono un minimo complesse, competenze e infrastrutture immateriali. La Cina era ed è un luogo imbattibile nel connubio di questi fattori. Come sottolinea Vikram Sahu, economista della Bank of America: «ciò che ha fatto della Cina il centro dell’industria è che offre il mix ottimale di costi, qualità, efficienza, risorse umane e infrastrutture». Un mix che si è evoluto nel tempo così da rendervi possibile la localizzazione di produzioni sempre più complesse e a maggiore valore aggiunto e passare dalle magliette ai chip. 

Crescere ed evolvere, però vuol dire cambiare. Negli ultimi 10-15 anni, la disponibilità di manodopera che fosse un minimo qualificata è divenuta meno abbondante, soprattutto nelle regioni costiere, e il costo del lavoro, l’elemento cardine che aveva determinato lo spostamento di molte produzioni nel paese del dragone, ha preso a crescere. Così le produzioni a maggiore intensità di lavoro, abbigliamento, calzature, giocattoli, spesso sono state spostate nei paesi del sud-est asiatico, Indonesia, Vietnam, Cambogia, Malaysia, mentre in Cina fioriva l’hi-tech. 

E se i cinesi ci spiano?

La quota sempre maggiore prodotta in Cina di componenti elettronici e in particolare quelli per le telecomunicazioni e le infrastrutture di rete, tuttavia, ha portato con sé timori crescenti sulla sicurezza dei dati nei paesi europei e soprattutto negli Stati Uniti. Con l’arrivo di Trump si è passati dal giocare in difesa al giocare in attacco. Huawei e il 5G sono il caso più eclatante, ma l’embargo è totale: ormai se una ditta fornisce componenti o apparecchiature al governo statunitense deve dimostrare che non siano stati costruiti in Cina. E a quanto pare la stessa politica è stata adottata anche da giganti del web come Google o Facebook. 

Dopo la pandemia il divieto, o il suggerimento, vale anche per gli elettromedicali. È il caso ad esempio della società taiwanese Wistron Medical Technology: «Il nostro maggior ordine di produzione proviene dal governo americano che ci ha già notificato che il prossimo lotto non può più venire dalla Cina» – ha dichiarato al Financial Times Brian Chuang, vicepresidente della società – «il che farà sì che la quota realizzata in Cina del totale della nostra produzione scenderà al disotto del 50%».  

Un’opportunità insperata

Le aziende di componenti e prodotti elettronici e per le telecomunicazioni hanno capito presto che non si trattava di una di quelle prove di forza alle quali ci ha abituato Trump, destinate poi a rientrare. La minaccia alla sicurezza nazionale americana era ed è ritenuta reale e i divieti son lì per restare, anche con la nuova presidenza Biden. E la stessa cosa hanno capito i governi di Taiwan e Giappone che hanno visto aprirsi un’opportunità insperata. Così molte società produttrici di apparecchiature di rete, circuiti integrati e server, come la taiwanese Qanta, hanno cominciato a riportare parte della propria produzione in patria, incentivate dal governo di Taiwan che, come anche quello giapponese, offre sussidi per chi torna a casa. Solo negli ultimi due anni nell’isola sono stati annunciati programmi d’investimento per un totale di 39 miliardi di dollari. 

È guerra

La scossa maggiore per le aziende che producono in Cina, tuttavia, doveva ancora arrivare. E' il 15 giugno 2018 quando, dopo mesi di crescenti tensioni, gli Stati Uniti dichiarano guerra al dragone di Pechino, guerra commerciale beninteso. Essa dura 19 mesi e vede l’imposizione di dazi americani sui prodotti cinesi per circa 550 miliardi di dollari e di dazi cinesi sui prodotti americani per circa 185 miliardi di dollari. La tregua, non una vera e propria pace, viene siglata il 15 gennaio 2020 con la sottoscrizione da parte dei due governi della cosiddetta “Fase uno”. L’accordo prevede da un lato il dimezzamento del valore dei dazi statunitensi, portandoli a circa 250 miliardi di dollari, e dall’altro l’impegno del governo di Pechino all’acquisto nei due anni successivi di merci americane per 200 miliardi di dollari, più che raddoppiando i 186 miliardi di dollari acquistati nel 2017. 

Un abile giocatore

Trump ne emerge bene, non proprio trionfatore, ma vincitore di sicuro. Un abile giocatore che ha saputo sfruttare bene le sue carte. Dal suo punto di vista, tuttavia, quello di “America First”, la vittoria maggiore non è stata quella immediata sul governo cinese, ma quella di lungo periodo sulle multinazionali. Sfruttando le logiche base della delocalizzazione, infatti, ne ha messo in crisi non solo la convenienza, cosa a cui si può rimediare spostandosi altrove, ma la certezza che quella convenienza esista. Oggi è toccato alla Cina, domani può toccare al Vietnam. E la mancanza di certezza è quanto di peggio ci sia per chi deve investire decine di milioni di dollari o di euro in strutture, impianti, logistica. 

La parola magica di Trump, e forse anche di Biden, è “decoupling”, ovvero separare la coppia più coppia che c’è: Stati Uniti e Cina. Paesi le cui esistenze finora apparivano intrecciate in un matrimonio non privo di litigi, che dura da decenni e con un lungo futuro davanti. E invece, come recitava il poeta, il futuro potrebbe essere ormai alle spalle, o quanto meno essere meno brillante del previsto. 

Le cose sono cambiate

Una rilevazione condotta della Camera di Commercio Americana a Shanghai tra giugno e luglio di quest’anno su poco meno di 350 imprese americane che hanno stabilimenti in Cina ha messo in evidenza come il 22,5% ritenga che le tensioni dureranno ancora almeno 3-5 anni e il 27% che siano destinate a durare per sempre. Praticamente la metà delle imprese vede un futuro complicato davanti a sé. Non sorprende quindi che circa il 25% delle aziende intervistate abbia in programma di diminuire i propri investimenti in Cina e la ragione principale è proprio l’incertezza nelle relazioni commerciali tra Washington e Pechino. La guerra commerciale di Trump ha cambiato le cose. 

Come se non bastasse…

Come se non bastasse, appena siglata la tregua, è arrivato il Covid-19. La pandemia, soprattutto nella sua fase cinese, ha messo a nudo la fragilità delle catene di produzione globali, le supply chain, in larghissima parte basate sull’affidamento della produzione ad aziende cinesi o taiwanesi localizzate in Cina. Improvvisamente la fabbrica del mondo è stata costretta a chiudere. Lo stop è stato breve e neanche totale, ma quando la produzione è ripresa lo ha fatto tra mille difficoltà logistiche e di approvvigionamento. Per non parlare di quelle di far arrivare i prodotti in Europa o in America, tra porti chiusi, equipaggi in quarantena o impossibilitati a salire a bordo. 

Di certo c’è solo l’incerto

Costo del lavoro in crescita, guerra all’elettronica cinese, dazi, vulnerabilità delle forniture. La vita per le multinazionali occidentali e non che producono in Cina sta divenendo sempre più complicata, complessa e soprattutto incerta. Forse troppo incerta. E così l’ipotesi un tempo solo accennata si sta infine trasformando in un’opzione reale: rivoluzionare la catena di produzione. 

L’opzione che ha iniziato a circolare tra le maggiori aziende del mondo, e non solo tra loro, è quella di ridimensionare notevolmente il ruolo della Cina nelle loro produzioni. Tanto per far capire che tipo di vento abbia iniziato a soffiare, basti pensare a quel che è successo trent’anni fa quando quello stesso tipo di vento prese a spirare verso la Cina: globalizzazione, delocalizzazione, scomparsa di interi settori produttivi in Europa, Nord America, Giappone, Corea del Sud; ma anche abbigliamento a basso prezzo, prodotti elettronici disponibili per le tasche di chiunque e più in generale più beni di consumo accessibili a tutti. Le classiche due facce della stessa medaglia. 

Raddoppio

L’ipotesi, soprattutto tra le multinazionali statunitensi o per le quali gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato, è quella di raddoppiare progressivamente le catene produttive così da averne una in Cina destinata a servire il vasto e crescente mercato locale e un’altra o più d’una per il resto del mondo. 

Come ha dichiarato al Financial Times CY Huang, un banchiere d’investimento taiwanese: «in passato si creava un gigantesco stabilimento in Cina per servire tutto il mondo. Quel tipo di globalizzazione è passato. Il nuovo modello sarà più costoso e meno efficiente, ma è quella la direzione verso la quale ci sta spingendo la politica». 

Più vicini a casa

A conferma delle parole del banchiere taiwanese ci sono quelle pronunciate lo scorso giugno a una conferenza da Liu Young, amministratore delegato e presidente della Foxconn. Foxconn è l’azienda taiwanese che produce gli iphone per conto della Apple e ha quasi un milione di addetti che lavorano nei suoi stabilimenti in Cina. «II vecchio modello nel quale la produzione è concentrata in pochi paesi, le fabbriche del mondo, non esisterà più» – ha dichiarato Liu - «quello che pensiamo che si verificherà con maggiori probabilità nel futuro sono reti regionali di produzione». Il rapporto di HSBC sembra confermare questa tendenza segnalando che le imprese manifatturiere stanno cercando di diversificare le loro catene di produzione aggiungendo nuovi fornitori, in buona parte andandoli a cercare vicino casa, non più in Asia. 

Apple

Un esempio di come la creazione di una doppia catena di produzione sia già realtà è quello che riguarda proprio i prodotti della Apple, da tempo immemore prodotti in Cina da aziende di Taiwan. Alcune di queste hanno già venduto i loro impianti ad aziende locali, come Luxshare che ha comprato gli stabilimenti cinesi delle taiwanesi Wistron e Merry Electronics entrambe produttrici per la società di Cupertino. 

«Luxshare è divenuta una mini-Foxconn. Molta della sua attività è frutto del rimaneggiamento della catena di produzione» ha ricordato al Financial Times CY Huang – «Tutte queste aziende sono fornitori di Apple che sta separando la sua catena di produzione per la Cina da quella per il resto del mondo. Per il futuro Apple vuole delegare la produzione per il mercato cinese a fornitori cinesi. Il resto del mercato mondiale può essere gestito da fornitori taiwanesi». 

Lasciarsi non è facile

La tendenza, seppure ancora non massiccia, è confermata anche dal rapporto di Bank Of America che, tuttavia, sottolinea anche come lasciare la Cina sia tutt’altro che facile. D’altra parte se è la terra promessa un motivo c’è, ed è quel mix di fattori di cui si diceva sopra. Il rapporto, ad esempio, stima che la produttività di un lavoratore cinese sia circa quattro volte maggiore di quella di un lavoratore dei paesi del sud-est asiatico e che in questi ultimi i tempi per arrivare dalla fabbrica agli scaffali dei negozi americani siano più o meno il doppio che in Cina. Oltre a ciò c’è da considerare che abbandonare investimenti di decine o centinaia di milioni di dollari non è cosa che si possa fare a cuor leggero. 

Un sistema fragile

Tuttavia, la pandemia, e in particolare il lockdown cinese, ha messo in evidenza la fragilità di un sistema basato su una singola catena di produzione destinata a fornire l’intero mercato mondiale. In molti ora stanno valutando sistemi che consentano di non tenere tutte le uova nello stesso cesto. Che si tratti del raddoppio dei fornitori o della suddivisione della produzione in più paesi il mantra è passare dal “just-in-time” al “just-in-case”, dal minimizzare le scorte all’averne sempre un po’, così da poter gestire ogni imprevisto, anche una pandemia.

 Un futuro lontano?

Certo, per ora tutto ciò è niente più che un insieme di segnali su di una possibile tendenza. Ma è anche più di una mera ipotesi. La domanda a questo punto è quanto possa essere vicino o lontano questo futuro. Probabile che non sia dietro l’angolo, ma non è detto. Come ha detto il famoso economista tedesco Rudi Dornbush: «in economia le cose ci mettono ad accadere molto più di quel che pensi, ma poi accadono più velocemente di quanto avresti immaginato».

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   

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