[il caso] L’Italia cerca di tornare al tavolo libico. Allo studio l’invio idi un contingente militare Onu con missione di peace enforcing

Ma intanto Putin chiama a Mosca Haftar e Sarraj e scrive l’accordo di tregua. Sarraj lo firma. Haftar prende qualche ora. Domenica 19 la conferenza di Berlino. Oggi vertice a Chigi anche con le opposizioni in vista di una “riconfigurazione” delle nostre missioni militari

[il caso] L’Italia cerca di tornare al tavolo libico. Allo studio l’invio idi un contingente militare Onu con missione di peace enforcing

Sulla Libia continuiamo a non toccare palla. Ma siamo ancora in campo e la partita non è ancora finita. E, cosa più importante, i mister in panchina - italiani, cioè Conte e Di Maio; europei e persino Erdogan - hanno aperto in vario modo e con varie sfumature ad “una forza di interposizione militare in grado di garantire e tutelare la tregua tra il generale Haftar e il leader di Tripoli Al Sarraj”. L’ipotesi era stata già lanciata la corsa settimana da analisti ed esperti militari come ultima possibilità per il nostro paese di tentare di tornare in gioco sul quadrante libico. “Adesso o mai più” aveva spiegato il generale Leonardo Tricarico. Domenica l’ha rilanciata il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (“pensiamo ad una forza di interposizione che sul campo possa far rispettare il cessate il fuoco e quindi la tregua, una missione di pace in Libia con caschi blu Onu a guida italiana”) e ieri se ne è parlato con toni più o meno sussurrati nei numerosi incontri che si stanno susseguendo in queste ore tra il nord africa, la Turchia e la Russia. 

Uno spiraglio per l’Italia e la Ue

L’Italia resta fuori dal tavolo libico.  Anzi, come dicono gli analisti “l’Italia e anche l’Europa hanno chiaramente perso la Libia e non da oggi; oggi è solo evidente”. Ma riesce a tenere aperta l’unica porta da cui possiamo, nel caso, infilarci per provare a continuare a dare la carte in quella che un tempo con orgoglio era la nostra “21° regione”.  I detrattori del governo si sono fatti venire la pelle d’oca alla sola ipotesi che “Giuseppi e Giggetto” possono anche solo per sbaglio prendere sul serio il loro ruolo di ministro degli Esteri e capo della diplomazia e mandino i soldati italiani boots on the ground nel deserto libico.

Ma, al netto delle partigianerie e del fatto che in ogni caso la partita libica è nelle mani di Mosca e Ankara e più in quelle di Putin che non in quella di Erdogan, nelle ultime 48 ore è balenata di nuovo la possibilità, sempre remota, di un nuovo protagonismo italiano nella regione libica. “E’ molto importante che oggi (ieri, ndr) non solo il governo italiano ma persino a Bruxelles e addirittura il presidente Erdogan prendano in ipotesi l’invio di una forza militare europea boots on the ground a garanzia della tregua militare” spiega il generale Tricarico. “Parliamo pure di un’operazione di peace enforcing e nessun paese europeo, oltre l’Italia, sarebbe in grado di gestire una missione analoga. Sono solo segnali, ma finora è stato tabù anche solo parlarne”.

Lo zar e il sultano incassano subito i risultati

 In sostanza ieri è accaduto che mentre Haftar e Al Sarraj erano a Mosca per firmare, davanti a Putin, la tregua in Libia (Haftar ha preso tempo fino ad oggi, non ha ancora firmato, ma è pura scenografia), il premier Conte incontrava Erdogan a Istanbul e poi in serata volava a Il Cairo per un vertice con Al Sisi. Nelle stesse ore Di Maio era a Tunisi. Una girandola di incontri che, in franchezza, sembrano tardivi, inutili e quasi velleitari mentre la vera partita si gioca, appunto, tra Ankara e Mosca, ad un tavolo dove siedono lo zar e il sultano e l’Europa, a maggior ragione l’Italia, sembrano solo spettatori. Ma una serie di indizi concordanti in arrivo in queste ore da Bruxelles e da Roma e persino da Ankara, potrebbero coincidere presto con un diverso impiego militare di una forza europea nel deserto libico. Fonti vicine al presidente Michel a Bruxelles ieri parlavano di “una missione di peacekeeping europea in Libia” che al momento “non è da escludere perché è troppo presto”. Il presidente Conte in conferenza stampa a Istanbul dopo l’incontro con Erdogan ha spiegato che “è prematuro ragionare di mandare più soldati italiani in Libia, valuteremo se e quando si creeranno le condizioni” e pur tuttavia “ci manteniamo assolutamente flessibili e reattivi” per tutelare i nostri soldati e i nostri interessi nazionali (leggi i giacimenti dell’Eni in Libia, il 30% del fabbisogno nazionale). Lo stesso Erdogan si è detto “possibilista circa il ruolo di un gruppo interforze delle Nazioni Unite impiegato come osservatori nel teatro libico”. E infine altre indiscrezioni rimbalzate dal ministero della Difesa lasciano intendere che il ministro Guerini potrebbe “riconfigurare” le nostre missioni militari per “inviare più uomini in Libia”.

Domenica la conferenza di Berlino

La diplomazia è l’arte delle piccole mosse e degli accenti messi al punto giusto. E questi virgolettati lasciano intendere che quella libica potrebbe anche non essere solo una partita tra lo zar Putin e il sultano Erdogan come sembra in questo momento. Decisiva sarà la conferenza di Berlino a cui Angela Merkel sta lavorando in prima persona per mettere al tavolo “tutti gli attori e i portatori di interessi di questo dossier”. Quindi sicuramente Turchia e Russia che ormai hanno scippato la scena con la forza dei rispettivi eserciti promessi o inviati a seconda della recita di giornata.

Ma anche l’Europa e l’Italia che dal 2011, quando il blitz dei francesi mise fine al regime di Gheddafi, hanno continuato ad affidarsi al potere della diplomazia e alla supremazia della politica con gente che, purtroppo, intende solo le regioni della forza. Se la tregua regge, il giorno fatidico potrebbe già essere domenica prossima (19 gennaio). Intanto ieri sera si è appreso che il generale Haftar e il presidente Sarraj, i due contendenti libici, non dovrebbero essere al tavolo di Berlino. Ma da qui ad allora le posizioni potranno cambiare altre mille volte. E possiamo essere sicuri che le rispettive propagande, notoriamente molto abili nel far circolare fakenew, sapranno ribaltare più volte, almeno a parole, la scena. Così vanno le cose con i libici. E’ sempre stato e difficilmente cambierà.   

Il patto di Mosca

Se dobbiamo restare ai fatti concreti di giornata, non c’è dubbio che al primo posto c’è il patto che ieri Putin ha fatto firmare al presidente Sarraj, signore della Tripolitania, mentre il generale Haftar, il signore della Cirenaica, si è ancora riservato. Ma, abbiamo detto, si tratta di pura scenografia: Haftar farà quello che dice Mosca da cui ormai dipende al cento per cento per armi, uomini e mezzi. Si tratta di un accordo di tregua in otto punti.  Al primo punto c’è “l’osservanza incondizionata” del cessate il fuoco in vigore dalla mezzanotte del 12 gennaio. Segue la definizione di una “linea del fronte” sostenuta dalle misure necessarie per stabilizzare la situazione sul terreno e normalizzare la vita quotidiana a Tripoli e in altre città, mettendo fine a tutte le azioni offensive, per una de-escalation delle tensioni militari”. Per stabilire questo confine la bozza di accordo prevede di “designare i membri di una commissione militare in formato 5+5, nel solco del piano d'azione Unsmil (la missione Onu in Libia)”. Questa commissione dovrebbe “definire la linea di controllo dei combattimenti fra le differenti forze in campo, controllare l'applicazione del cessate il fuoco ed assicurarne la sostenibilità”.  Regole di ingaggio idonee a quella missione di peace enforcing sotto egida Onu vagheggiata in queste ore. 

Nell’introduzione le parti “s’impegnano a supportare l’iniziativa turco-russa per una cessazione duratura delle ostilità” e “riaffermano i principi di indipendenza, sovranità e unità della Libia secondo i dettami dell’Onu”. Si sottolinea anche che “non può esserci una soluzione militare” ma serve un “dialogo inclusivo intra-libico”. Gli otto punti non trascurano gli aspetti umanitari (“assicurare la consegna degli aiuti e garantire assistenza a chi ne ha bisogno”) e quelli diplomatici con “gruppi di lavoro per elaborare attraverso negoziati le modalità dell'accordo politico intra-libico e il percorso di ripresa economica del paese”. 

Il trionfo di Putin?

Possibile che lo zar Putin e il sultano Erdogan, ma soprattutto il primo, raggiungano in pochi mesi (da aprile scorso, quando sono riprese le ostilità militari tra i due leader libici) quello che l’Europa insegue da nove anni?  Con i libici mai-dire-mai e nulla-è ciò-che-sembra. Possono cambiare idea in ogni momento e l’affidabilità non è la prima caratteristica di un popolo che in realtà è diviso in tribù (più di cento) e fazioni. E’ un fatto però che Putin in poco tempo si è messo a dare le carte in Medioriente e nel Mediterraneo. In Siria pochi mesi fa e ora in Libia, disegnando confini di intervento che vanno ben oltre i soliti confini russi e proiettato Putin ad un livello di interlocuzione finora sempre negato da “questa” parte del mondo. Analisti mettono in evidenza il bastone della “diplomazia ibrida” del Cremlino (a suon di mercenari, contratti energetici, mezzi bellici) e dall'altra la carota della multipolarità, cioè la capacità di tessere rapporti con numerosi attori anche a cavallo dei blocchi tradizionali. In Siria, Mosca ha saputo trovare intese con Erdogan con cui non mancano le divergenze. E anche in Libia i due, pur avendo scommesso Putin su Haftar e Erdogan su Sarraj, hanno saputo trovare l’accordo. E’ iniziata una competizione diplomatica per dimostrare chi è più capace e affidabile, il Cremlino ha incontrato i vertici di Emirati arabi, Qatar, Giuseppe Conte e Emmanuel Macron e persino il premier indiano Modi.  Putin, comunque vada, ha già vinto: se il suo obiettivo era giocare, adesso dà proprio le carte. 

Il ruolo dell’Italia

Il premier Conte ieri ha invitato i giornalisti italiani ad evitare “polemiche di piccolo cabotaggio”, i soliti provincialismi di chi vince e chi perde, chi sta “in prima o in terza linea”, “la rincorsa a misurare chi fa prima e chi fa di più”. Certo, risultava difficile ieri immaginare che il centro della scena fosse ad Ankara dove Conte incontrava Erdogan invece che a Mosca dove Putin trattava direttamente e contemporaneamente con Haftar e Sarraj. Forse è piccolo cabotaggio. Ma ancora una volta le parole di Conte, l’invito a “tutta la comunità internazionale perchè lavori ad un percorso politico di pace, scambiandosi informazioni e senza più ingerenze” e la rivendicazione, per l’Italia, del “ruolo e del primato di facilitatori della pace”, hanno risuonato un po’ marginali. Così pure Di Maio, che dal 3 gennaio sembra essersi ricordato di essere ministro degli Esteri e sta girando le capitali del nord africa, e la cui mission primaria è “portare al tavolo di Berlino tutti i leader interessati alla pace in Libia”, dall’Algeria al Marocco fino alla Tunisia. Se succederà - e lo sapremo a giorni - potrà essere vantato come un successo diplomatico?

Insomma, lo sforzo è tanto. La mission molto difficile perché l’Italia da sola non può decidere nulla rispetto alla Libia. E i tempi europei di decisione e reazione possono essere estenuanti. Ecco perché l’apertura di Conte a “riprendere il cammino sotto l'egida Onu, con magari una forza d'interposizione delle Nazioni Unite a garantire il cessate il fuoco”, è l’unico annuncio di peso e che fa sperare in giornate di nulla. Oggi, di ritorno dall’Egitto, il premier vedrà i ministri e poi il leader di maggioranza ed opposizione. Si parlerà di missioni militari. E di cosa vorrà fare l’Italia. Se domenica è confermata la conferenza a Berlino, bisogna andare là con le idee molto chiare. Boots on the ground, sì o no?