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[L’analisi] Il tesoro africano di Bolloré l’onnipotente e la settimana di fuoco per la scalata a Telecom

E' stato amico e compagno di vacanze di Sarkozy, ma poi in ottimi rapporti anche con il suo successore all'Eliseo, Hollande e ora con l'inquilino attuale, Macron. In Italia, una delle prime mosse è stata andare a sedersi nel “salotto buono” di Mediobanca. Le sfide decisive che lo attendono

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E adesso, Bolloré? Il finanziere bretone doveva aver fiutato la tempesta, quando, una settimana fa, ha deciso di girare la presidenza del gioiello più importante della corona di famiglia – Vivendi, il quinto gruppo al mondo nel settore media e comunicazioni (è quello di Canal Plus) - al figlio Yannick. Ma, probabilmente, non si aspettava che la magistratura giocasse così pesante con uno degli uomini più potenti e ricchi di Francia , tanto da decidere di interrogarlo dopo averlo portato in carcere. La cornice, comunque, conta relativamente poco: gli scossoni all'impero si valuteranno nei prossimi mesi. Ma, in una delle province più preziose – l'italiana Telecom - la tempesta giudiziaria scatenata da due casi di corruzione in Africa azzoppa il grande raider alla vigilia di un appuntamento delicato e decisivo. Vincent Bolloré ha poco più di dieci giorni prima dell'assemblea del 4 maggio in cui si deciderà se la sua Vivendi manterrà o meno il controllo della più importante società telefonica italiana. Arriva allo sprint finale nelle condizioni peggiori.

Una storia di sconti e appalti aggiustati

Il primo errore da evitare, in questa storia, è sopravalutare la vicenda legata agli sconti concessi nell'organizzare la campagna elettorale di due leader politici africani, che poi, una volta eletti, hanno ripagato con concessioni portuali a Lomé (Togo) e Conakry (Guinea). Il gruppo Bolloré (Vivendi è una controllata, ma in questa storia non è direttamente coinvolta) nega qualsiasi illecito, come anche i governi interessati. Bisognerà aspettare lo sviluppo dell'inchiesta per capire quanto sono fondate e gravi le accuse. Inoltre, l'opacità dei governi africani e la farraginosità delle loro burocrazie occultano gli elementi di colpevolezza, ma, spesso, anche quelli di innocenza. Tuttavia, il secondo errore da evitare è sottovalutarla. Difficile che i magistrati si siano mossi senza la convinzione di avere una pista solida. E Bolloré è stato subito coinvolto personalmente. In un gruppo tanto indelebilmente segnato dalle scelte, dalle decisioni, dallo stile, dalle strategie del suo padrone da identificarsi con lui (“Vincent, l'onnipotente” è il titolo dell'ultimo libro che lo racconta) le ripercussioni giudiziarie si rovesceranno a cascata sulle diverse aziende. Il tentativo di farsi di lato, cedendo la presidenza di Vivendi a Yannick non ha molto respiro, visto che il figlio è presidente di Havas, ovvero la società che avrebbe innescato la corruzione, anche se ci è arrivato dopo i casi incriminati.

Il tesoro africano

Un terzo errore sarebbe considerare le vicende africane marginali per l'impero Bolloré, come di solito avviene per i grandi gruppi mondiali (vedi il caso delle bustarelle nigeriane in cui è coinvolta l'Eni). Al contrario, l'Africa è centrale per il finanziere bretone. “E' il suo vero tesoro di guerra” scrivono due giornalisti, Vescovacci e Canet, nel loro “Vincent l'onnipotente”: da lì viene una quota cospicua del fatturato del Bolloré Group, grazie al quasi monopolio costruito, negli ultimi trent'anni, nei porti e nei centri logistici dell'Africa occidentale. Ed è grazie a quei soldi, ai metodi spicci e allo spirito d'avventura che è stato costruito l'impero.

Il sistema Bolloré

66 anni, un patrimonio di 5 miliardi di dollari, alla testa di un gruppo con i piedi nella logistica e la testa nei media e nei telefoni, Vincent Bolloré ha uno stile inconfondibile che lo rende, contemporaneamente, eccezionalmente agile nelle manovre finanziarie, ma anche fragile. Il primo tratto dello stile Bolloré è la conquista e il controllo delle aziende senza il 50 per cento delle azioni. Guida Vivendi con meno del 30 per cento dei diritti di voto e Telecom con meno del 24 per cento. Più che stanziare guarnigioni, insomma, stabilisce teste di ponte strategicamente decisive. Il secondo tratto è un'attrazione irresistibile per i media. La sua ascesa in Francia si corona con la conquista di una tv importante come Canal Plus. In Italia, oltre a Telecom, ha tentato di scalare la Mediaset di Berlusconi.
Il terzo tratto è la ricerca della vicinanza e della contiguità con il potere. E' stato amico e compagno di vacanze di Sarkozy, ma poi in ottimi rapporti anche con il suo successore all'Eliseo, Hollande e ora con l'inquilino attuale, Macron. In Italia, una delle prime mosse è stata andare a sedersi nel “salotto buono” di Mediobanca, di cui è il secondo azionista dopo Unicredit. Rivelatrice, anche, una scorsa agli organici del gruppo, dove lavorano l'ex numero due dei Servizi segreti, gli affari internazionali sono affidati all'ex dirigente dell'antiterrorismo, di recente raggiunti dall'ex capo delle forze speciali della polizia. La contiguità con il potere, tuttavia, ti si può rivoltare contro e i media sono il settore dell'economia più esposto ai giudizi e alla diffidenza dell'opinione pubblica. Soprattutto, controllare le aziende con quote di minoranza costa poco, ma il rischio è che ti scivolino dalle mani.

Telecom e la settimana di fuoco

L'esempio più lampante è quello che potrebbe avvenire nei prossimi giorni, con Tim-Telecom. I travagli giudiziari di Bolloré hanno, infatti, un impatto a 360 gradi sulla forza del finanziere bretone. Oggi, in Borsa, a Parigi, Vivendi (la partecipazione più importante) ha perso quasi l'1 per cento, ma il gruppo Bolloré è sceso di quasi il 9 per cento. Si riduce, insomma, in attesa di capire cosa succederà nei prossimi giorni, la potenza di fuoco finanziaria dell'impero. L'ombra della corruzione non aiuta Bolloré neanche nell'interminabile guerra giudiziaria sulla mancata scalata di Mediaset, compromettendone la credibilità. Ma dove l'offensiva della magistratura francese può lasciare il segno più profondo è nel braccio di ferro intorno al controllo di Tim.
Dopo che il tribunale di Milano ha respinto la decisione del collegio sindacale che aveva, di fatto, svuotato degli uomini di Bolloré il vecchio consiglio di amministrazione, tutto è rinviato all'assemblea del 4 maggio, che deve eleggere tutti i 15 membri del nuovo consiglio. All'assemblea di oggi, che doveva decidere praticamente nulla, era rappresentato oltre il 65 per cento degli azionisti, un record. Se l'affluenza sarà ripetuta il 4 maggio, per i francesi potrebbe farsi dura. A decidere di andare, per una volta, a votare sarebbero infatti, presumibilmente, soprattutto indipendenti e operatori di mercato, vicini al fondo Elliott e ai motivi che hanno convinto il fondo americano a lanciare l'offensiva per strappare Tim ai francesi.
Cosa può succedere? Se vincesse la lista Elliott, ci sarebbero dieci consiglieri indipendenti e solo cinque vicini a Bolloré. Se vincesse l'attuale leadership di Tim, Elliott si ritroverebbe con soli cinque consiglieri. Ma vincere o perdere non è uguale per le due parti in causa. Con cinque consiglieri, Elliott e i fondi avrebbero voce in capitolo, nella strategia di Tim, molto più di quanto accade oggi: Quanto, forse, gli basta. Per i francesi, restare in minoranza dentro un'azienda che non controllano più, non ha probabilmente senso.In tempi normali, sarebbe logico pensare a qualche forma di intesa, di accordo, ancor prima dell'assemblea. Ma non sono tempi normali. I francesi avrebbero bisogno di quello cui sono abituati, la leadership di Vincent Bolloré. E il boss di Vivendi avrebbe bisogno di tutta la sua inventiva e di tutta la sua capacità di persuasione per chiudere al meglio lo scontro. Facile, però, che abbia la testa altrove.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci, giornalista economico   
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