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Torna il sereno tra la Cei e il Papa: le scelte innovative di Francesco per cambiare la Chiesa

Un’occasione per Francesco di ribadire quale Chiesa lui abbia in mente con il sinodo prossimo. Infatti le preoccupazioni del papa sono entrate nel dettaglio della prolusione ai lavori tenuta dal cardinale Matteo Maria Zuppi da poco neopresidente della Cei

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

Finora pareva che fosse il sinodo dei cattolici tedeschi con l’apparente dinamica trasgressiva verso Roma, a essere punto di riferimento per un aggiornamento dell’essere cristiani nel mondo attuale, ma ora - conclusa l’assemblea numero 77 della Conferenza Episcopale Italiana - si ha la sensazione che il prossimo sinodo generale di ottobre diventerà un’occasione capace di accogliere le tante differenze senza annullarle.

In Germania si pone l’accento prevalente sull’aggiornamento di questioni interne alla Chiesa, in Italia si guarda alla condizione difficile dell’umanità di cui farsi carico per rendere credibile il Vangelo. Bilanciare con saggezza i due aspetti aiuterà la Chiesa cattolica a essere segno di fraternità e di voglia di pace nel mondo. L’assemblea dei vescovi ha registrato una novità assoluta: Francesco attivamente presente in apertura e in chiusura. Un prima strettamente riservato a porte chiuse con i vescovi, un finale, con un discorso pubblico ai referenti diocesani del cammino sinodale italiano.

Un’occasione per Francesco di ribadire quale Chiesa lui abbia in mente con il sinodo prossimo. Infatti le preoccupazioni del papa sono entrate nel dettaglio della prolusione ai lavori tenuta dal cardinale Matteo Maria Zuppi da poco neopresidente della Cei. Sembra scoppiata finalmente la grande intesa tra Francesco e i vescovi italiani, tra i quali le resistenze di sostanza sono andate scemando e ora si ha la sensazione di un comune linguaggio tra papa e vescovi.

Si tratta di rispondere all’appello degli uomini e donne contemporanei, ascoltare “l’appello a stare a fianco delle vittime dell’ingiustizia ambientale e climatica, e a porre fine a questa insensata guerra al creato”. Sono parole contenute nel messaggio del papa per la prossima giornata mondiale di preghiera per la cura del creato il 1° di settembre e diffuso oggi. Scorrendo la prolusione di Zuppi, si riscontrano preoccupazioni analoghe con accentuazioni sulla pace per l’Ucraina per la quale il papa gli ha affidato la speciale missione di verificare le condizioni per giungere a un accordo pacifico.

Particolarmente forte il linguaggio di Francesco nell’incontro con i referenti diocesani del cammino sinodale italiano. Esso rivela la continuità del disegno strategico del papa gesuita per completare il percorso di un cammino inaugurato con il concilio Vaticano II e seguito da varie tappe di sinodi per giungere a una coscienza sinodale comune tra ecclesiastici e laici. Aprire un tempo nuovo della grande Riforma che va oltre la riforma della Curia Romana e degli statuti governativi e finanziari del Vaticano.

Il discorso del papa è stato un intreccio di testo scritto e commento a braccio integrativo che ha rivelato quanto stia a cuore al pontefice consolidare una nuova mentalità evangelica nel cattolicesimo italiano: garantirne il passaggio dal tradizionalismo a una pratica evangelica genuina. Da una Chiesa dove contano soprattutto le strutture a una Chiesa dove contano la fraternità e la corresponsabilità nella coscienza che la Chiesa non è frutto dell’opera dell’uomo, ma dello Spirito Santo. Non è una proprietà del clero o dei laici ma di Gesù che chiede ai battezzati di porsi in umile servizio di cura verso tutti, puntando ad accogliere tutti invece di escludere, selezionare, scomunicare e giudicare.

Tre le consegne del papa: continuare a camminare facendosi guidare dallo Spirito santo; fare Chiesa insieme; essere una Chiesa aperta. Ma poi a braccio ne ha aggiunta una quarta: “essere una Chiesa “inquieta” nelle inquietudini del nostro tempo. Siamo chiamati a raccogliere le inquietudini della storia e a lasciarcene interrogare, a portarle davanti a Dio, a immergerle nella Pasqua di Cristo. Il grande nemico di questo cammino è la paura: “Ho paura, stai attento…”.

Chiarezza di obiettivi precisati con un linguaggio schietto “Così, possono trovare posto quanti ancora faticano a vedere riconosciuta la loro presenza nella Chiesa, quanti non hanno voce, coloro le cui voci sono coperte se non zittite o ignorate, coloro che si sentono inadeguati, magari perché hanno percorsi di vita difficili o complessi. A volte sono “scomunicati” a priori. Ma ricordiamocelo: la Chiesa deve lasciar trasparire il cuore di Dio: un cuore aperto a tutti e per tutti. Non dimentichiamo per favore la parabola di Gesù della festa di nozze fallita, quando quel signore, non essendo venuti gli invitati, cosa dice? “Andate agli incroci delle strade e chiamate tutti”.

Tutti: malati, non malati, giusti, peccatori, tutti, tutti dentro. Dovremmo domandarci quanto facciamo spazio e quanto ascoltiamo realmente nelle nostre comunità le voci dei giovani, delle donne, dei poveri, di coloro che sono delusi, di chi nella vita è stato ferito ed è arrabbiato con la Chiesa. Fino a quando la loro presenza resterà una nota sporadica nel complesso della vita ecclesiale, la Chiesa non sarà sinodale, sarà una Chiesa di pochi. Ricordate questo, chiamate tutti: giusti, peccatori, sani, malati, tutti, tutti, tutti”.

E per riuscirvi la chiesa si deve liberare della malattia dell’autoreferenzialità e del neoclericalismo di difesa…il clericalismo è una perversione, e il vescovo, il prete clericale è perverso, ma il laico e la laica clericale lo è ancora di più: quando il clericalismo entra nei laici è terribile! –: il neoclericalismo di difesa generato da un atteggiamento timoroso, dalla lamentela per un mondo che “non ci capisce più”, dove “i giovani sono perduti”, dal bisogno di ribadire e far sentire la propria influenza – “ma io farò questo…”.

Il Sinodo ci chiama a diventare una Chiesa che cammina con gioia, con umiltà e con creatività dentro questo nostro tempo, nella consapevolezza che siamo tutti vulnerabili e abbiamo bisogno gli uni degli altri. E a me piacerebbe che in un percorso sinodale si prendesse sul serio questa parola “vulnerabilità” e si parlasse di questo, con senso di comunità, sulla vulnerabilità della Chiesa”. Per riuscire il sinodo deve porre al centro il vero protagonista: lo Spirito santo: “E’ Lui che apre i singoli e le comunità all’ascolto; è Lui che rende autentico e fecondo il dialogo; è Lui che illumina il discernimento; è Lui che orienta le scelte e le decisioni. È Lui soprattutto che crea l’armonia, la comunione nella Chiesa. Non ci facciamo l’illusione che il Sinodo lo facciamo noi, no. Il Sinodo andrà avanti se noi saremo aperti a Lui che è il protagonista”.

E poi un pensiero ancor più audace, per quanti temono che un sinodo possa diventare una cosa disordinata: “Pensate al processo degli Apostoli la mattina di Pentecoste: quella mattina era peggio! Disordine totale! E chi ha provocato quel “peggio” è lo Spirito: Lui è bravo a fare queste cose, il disordine, per smuovere… Ma lo stesso Spirito che ha provocato questo ha provocato l’armonia. Entrambe le cose sono fatte dallo Spirito, Lui è il protagonista, è Lui che fa queste cose. Non bisogna avere paura quando ci sono disordini provocati dallo Spirito; ma averne paura quando sono provocati dai nostri egoismi o dallo Spirito del male”.

Pensava forse al sinodo tedesco Francesco o anche alle paure che quel sinodo ha messo in circolo tra i cattolici moderati? Echi di Francesco si trovano nell’omelia di Zuppi nella messa conclusiva in san Pietro dell’Assemblea episcopale. La Chiesa italiana – ha detto il cardinale presidente – deve muoversi su due binari: Coraggio e unità. “Il coraggio che solo l’amore può generare in noi, per ascoltare, discernere e decidere per Dio e per il bene della Chiesa. L’unità, “pensarsi insieme, a tutti i costi, non uguali, anzi se siamo uniti siamo ancora più diversi… L’unità ha sempre al centro Gesù, dietro cui camminare e da amare nella comunità e nei suoi membri di diritto che sono i suoi fratelli più piccoli, i poveri, i sofferenti, i forestieri, i nudi, gli assetati di vita e di speranza, figli affamati di amore e di pane. Perché tutti siano una sola cosa nell’amore. Da come amiamo e ci amiamo ci riconosceranno”. “Nella comunione nessuno è disoccupato, e nessuno non è importante”.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
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