[L’analisi] Attenti alla nuova onda verde, la rivolta dei Millenials della repubblica islamica iraniana

Gli iraniani speravano di uscire dall’isolamento internazionale. La realtà è stata in parte diversa. Finito l’embargo sul petrolio si sono moltiplicati gli scambi con l’Europa e la Cina ma non abbastanza per creare ogni anno più di un milione di posti di lavoro: la richiesta annuale dei giovani che si affacciano ogni anno sul mercato alla ricerca di occupazione

[L’analisi] Attenti alla nuova onda verde, la rivolta dei Millenials della repubblica islamica iraniana

I giovani iraniani scesi in piazza a protestare in questi giorni condividono con i loro coetanei occidentali l’uso di Internet, delle nuove tecnologie, l’alto grado di istruzione ma non lo stesso mondo “liquido” e tollerante: fuori di casa non li aspetta soltanto il precariato ma anche il bastone dei Pasdaran e dei Basiji, uno degli apparati di sicurezza più oliati del Medio Oriente, uscito dalla rivoluzione islamica di Khomeini nel 1979, rafforzato dalla guerra contro l’Iraq negli anni’80 e oggi dalle vittorie in Siria e in Iraq contro l’Isis. 

Nel 2009 l'Onda Verde in Iran anticipò le rivolte arabe del 2011, oggi le proteste nella repubblica islamica sciita degli ayatollah sono di una nuova generazione, quella dei  Millenials del Medio Oriente.

In Iran su 80 milioni di abitanti la metà ha meno di 30-35 anni. Tanti i giovani e i disoccupati: circa il 40-50% sotto i 30 anni non trova lavoro o un’attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa e a sposarsi, che in una società moderna ma ancora tradizionalista come l’Iran significa un accumulo di frustrazione e insoddisfazione.

Ma c’è anche un altro dato interessante _ pubblicato dalla stessa Banca centrale di Teheran _ secondo il quale in Iran 15 milioni di famiglie, composte in media da 5 persone, hanno redditi inferiori o di poco superiori ai mille euro al mese. Con queste cifre si è poveri anche in Iran, soprattutto nella grandi città metropolitane ma anche nelle provincie lontane da Teheran.

E’ il gioco delle aspettative crescenti. Il presidente Hassan Rohani, rieletto nel maggio scorso, aveva fatto capire che avrebbe liberato Hussein Mousavi e Mehdi Karrubi, i capi della protesta del 2009 (il primo perse le presidenziali a favore di Ahmadinejad in un conteggio surreale). Rohani ha fortemente deluso molte aspettative, sollevate in particolare dalle ricadute positive sull'economia dell'accordo sul nucleare che non ci sono state e non certo per colpa solo dell'Iran. Ricordiamoci che nel 2015 l’attuale ministro degli Esteri che firmò l’accordo del Cinque più Uno, Javad Zarif, venne accolto al suo ritorno in patria come un eroe nazionale, sollevando l’irritazione della Guida Suprema Alì Khamenei e dell’ala ultraconservatrice del regime. 

Gli iraniani speravano di uscire dall’isolamento internazionale. La realtà è stata in parte diversa. Finito l’embargo sul petrolio si sono moltiplicati gli scambi con l’Europa e la Cina ma non abbastanza per creare ogni anno più di un milione di posti di lavoro: la richiesta annuale dei giovani che si affacciano ogni anno sul mercato alla ricerca di occupazione.

Inoltre c’è la chiara sensazione, certo non da oggi, che il sistema è bloccato: le Fondazioni religiose, le Bonyad, controllate dal clero e dai suoi uomini d’affari, hanno le mani sul 70% dell’economia. La Barakat Foundation, impero del valore di 95 miliardi di dollari fa capo alla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Un labirinto di società, alcune entrate nel mirino delle sanzioni americane, protagoniste dell’economia: a questa Bonyad fa capo il consorzio che ha concluso per 8 miliardi di dollari l’acquisto delle quote della rete telefonica e Internet della Telecommunication Company, la maggiore operazione di Borsa nella storia del Paese. Ecco perché si bruciano anche i ritratti della Guida Suprema.

Poi c’è il fronte internazionale. Le grandi banche mondiali erogano crediti con il contagocce temendo ritorsioni Usa. Gli Stati Uniti si preparano a imporre nuove sanzioni all’Iran sulla spinta di Israele e Arabia Saudita, i due grandi rivali di Teheran nella regione e nel Golfo. La Siria è stata una guerra per procura contro Assad, grande alleato dell’Iran e lo stesso Yemen è un altro conflitto tra Riad e Teheran che appoggia i ribelli Houthi.

Le critiche a Rohani in questi mesi, ma anche prima delle elezioni presidenziali, sono venute da tutti i fronti, non solo da quelli che rappresentano il malcontento popolare ma anche della destra dura e pura ostile alla presidenza e uno schieramento moderato più incline al compromesso con l’Occidente. Ora bisogna vedere quanto c'è di interno e di esterno in questa protesta. E quanto di manipolato dagli avversari della presidenza. 

L'interno appare frammentato: nel 2009 dietro l'Onda Verde c'era la famiglia di Hashemi Rafsanjani, grande burattinaio della repubblica islamica deceduto quest’anno, e la sua organizzazione. L'esterno potrebbe essere il tentativo di infiammare proteste apparentemente scollegate e diversamente motivate. Molti sospettano che siamo di fronte a ingerenze che vorrebbero in Iran una sorta di “rivoluzione colorata” sul modello di quelle dell’Est. Formazioni fuori legge come i Mujaheddin Khalq (Mko), ospitati a Parigi ma finanziati anche dagli Usa, hanno ancora i loro agenti interni.  

Una cosa è certa: le proteste per ragioni economiche in Iran si trasformano presto in manifestazioni di dissenso politico. E' la terza volta che vedo chiedere dalla piazza la testa della Guida Suprema Alì Khamenei: la prima fu subito dopo la vittoria di Mohammed Khatami alle presidenziali del '97, poi dagli studenti con le proteste del 1999 e quindi nel 2009. Tutte le volte l'apparato repressivo ha avuto la meglio e con contraccolpi limitati sul sistema della repubblica islamica. Ma sull'Iran, si sa, le previsioni sono fatte proprio per essere smentite.