[La polemica] Chi critica il reddito di cittadinanza è ridicolo e lo esalta senza rendersene conto

E' assurdo dire contemporaneamente sia che spendono troppo, sia che spendono troppo poco, e anche che lo spendono con criteri troppi restrittivi e vincolanti. Ma Renzi, i dirigenti del Pd e i grandi commentatori del buonsenso possono permettersi questa posizione? Perché è del tutto evidente, che se si decide di investire 6 miliardi sui poveri, la sinistra, o almeno quella che si reputa tale (e non solo lei) non può che essere d’accordo.

[La polemica] Chi critica il reddito di cittadinanza è ridicolo e lo esalta senza rendersene conto

Confesso: non sono un tifoso estremo del reddito di cittadinanza, se non altro perché - avendo attraversato qualsiasi forma di precarietà - lavoro da quando avevo 18 anni. Questa esperienza ha prodotto in me un senso quasi luterano del fare, del produrre e del meritarsi il guadagno, che mi porta a diffidare (in linea di principio) di tutte le forme di assistenza diffusasi indifferenziata. Tuttavia se c’era qualcosa che poteva persuadermi del contrario, oggi, è proprio il coro di critiche al Reddito di cittadinanza, che trovano una perfetta sintesi per così dire “ideologica”, in un lungo articolo di La Repubblica scritto per attaccare la proposta del governo.

L’effetto finale di questo coro e di questo articolo - credo del tutto imprevisto dagli estensori e dai committenti -  è quello di esaltare questa parte della manovra, e di farlo proprio agli occhi dei più scettici. Ci sono, in questo articolo  di La Repubblica che oggi apre il giornale una serie di argomentazioni “di scuola” che vale la pena di ripercorrere. Anzi, a ben vedere c’è qualcosa di più: il disvelamento di un sentimento che spiega ancora una volta perché il centrosinistra perde, perché il PD perde, e perché i voti popolari continuano ad andare a Cinque stelle e Lega. Un sentimento elitista (alla Maria Antonietta) che spiega perché questo centrosinistra  - almeno finché si ostina a restare su queste posizioni - è destinato sempre di più a rimanere una formazione politica da ZTL, potabile a Milano Brera, Torino Collina o a Roma Parioli, nei ranghi della classe dirigente con la pancia piena. Ma non fuori da questo confini. 

Sentite infatti cosa scrive La Repubblica, in questo sorprendente articolo firmato da Valentina Conte, per attaccare il provvedimento: “L’assegno di 780 euro è per un terzo dei bisognosi. Di Maio ottiene 10 miliardi per reddito e pensione di cittadinanza, legati anche allo stato patrimoniale”. Prima traduzione, del “giornalese” all’italiano: mentre la propaganda degli anti-governativi (compresa quella di La Repubblica) per screditarlo, tende a rappresentare il reddito di cittadinanza come una pioggia di denaro distribuita ai nullafacenti senza nessuna condizione o controllo, magari per continuare a fare lavoretti in nero senza pagare tasse, chi si mette a studiare il provvedimento nel dettaglio (e sempre con il proposito di attaccarlo), è costretto ad affermare esattamente il contrario.

Esempio: “I numeri parlano. E dicono - scrive La Repubblica - che grazie ai 10 miliardi destinati a reddito e pensione di cittadinanza si raggiungono circa 2 milioni e mezzo di italiani con un assegno da 780 euro. Ovvero poco più di un terzo, il 38% circa, dei 6 milioni e mezzo di cittadini destinati ad uscire per sempre dalla povertà, come dichiarato da Luigi Di Maio”. Come dire: il reddito aiuta troppe poche persone, rispetto alla platea che, secondo il quotidiano di Largo Fochetti, si trovano in una situazione di reale e drammatica indigenza. Tant’é vero che La Repubblica prosegue: “Un aiuto, senz'altro. Ma non è la fine della povertà”. E grazie.

Dopodiché Valentina Conte prosegue la sua disamina e ci dice di più: “Vediamo nel dettaglio, in base alle informazioni sin qui disponibili. Aver fissato l'asticella del deficit al 2,4% significa aver liberato 12,4 miliardi per evitare l' aumento dell' Iva. E circa altri 14 miliardi per le misure. Possiamo supporre divisi a metà: 7 alla Lega che li usa per ‘quota 100’ e altri 7 al Movimento Cinque Stelle che li mette invece su reddito e pensioni di cittadinanza. A questi 7 -aggiunge La Repubblica - vengono aggiunti i quasi 3 miliardi già stanziati per il 2019 dal governo Gentiloni per il Rei, il reddito di inclusione in vigore da quasi un anno che sarà assorbito dal RdC. In totale: 10 miliardi, come annunciato da Di Maio”. Cosa sostiene dunque il quotidiano? Leggete con attenzione: “Siamo sotto gli ormai storici 17 miliardi che il Movimento Cinque Stelle rivendica dal 2013 come necessari per il Reddito di cittadinanza”. Bene, verrebbe voglia di aggiungere. Quindi questa platea, pur ristretta, contiene dei sicuramente bisognosi, quelli in maggiore difficoltà. Tant’è vero che la Francia in queste stesse ore, e ovviamente in deficit, promuove l’estensione del suo reddito di cittadinanza e la sua trasformandole in “Reddito universale” (ma i rigoristi, come è noto, con Macron sono molto doppiopesisti e clementi). 

La Conte aggiunge che questo "reddito minimo condizionato è alla ricerca di un lavoro" e che “in teoria il lavoro si perde dopo tre offerte congrue rifiutate” (così infatti recita la proposta di legge M5s). Ma nemmeno questo sembra andarle bene. “Il reddito doveva andare a 9,4 milioni di persone: i poveri relativi, chi vive cioè in stato di grave disagio, il 15,6% della popolazione italiana. Non sarà così. Andrà solo ai 5 milioni di poveri assoluti, a chi sta peggio: all' 8,4% del totale. Anzi no, di meno: ai 3,5 milioni di poveri assoluti italiani, esclusi gli stranieri come da contratto di governo”. Andrà “solo” a 5 milioni! Siamo alla schizofrenia: come si può immaginare che la non-universalità del provvedimento sia un elemento di critica possibile, da parte di chi ogni giorno denuncia come un crimine lo sfondamento al 2,4% del Pil? (Questi critici doppiopessisti, ovviamente, trascurano che Spagna e Francia con le loro manovre superano il 2.8%).

E qui arriviamo a un’altra critica surreale all’intervento che viene finanziato in manovra: “Per ricevere il RdC non basterà più il solo requisito di reddito - essere sotto la soglia di povertà, cioè i famosi 780 euro al mese - ma anche uno patrimoniale, fotografato dall' Isee. In pratica - aggiunge La Repubblica quasi scandalizzata - peserà possedere una o più case.

L'Isee - aggiunge - è un paletto che restringe la platea. Come lo è pure considerare il reddito famigliare e non solo quello del singolo per decidere quanti tra chi prende oggi una pensione integrata al minimo di 507 euro ( e sono 3,2 milioni di italiani) merita di passare a 780 euro. Due paletti che al momento paiono inevitabili”. Bene, dico io, che prima di leggere La Repubblica ero più scettico. Meno male che si usa l’isee per selezionare la platea e per fermare i potenziali furbetti alla cassa. E qui viene inevitabile chiedersi: niente paese di Bengodi? Meglio. I finti poveri inoccupati che hanno case e beni saranno esclusi grazie al controllo sul patrimonio reale. 

La Repubblica dovrebbe essere contenta. Macché: “Se mettiamo 5 miliardi sulle pensioni e altri 5 sul reddito di cittadinanza, servono in media circa 300 euro a testa al mese per integrare gli assegni previdenziali e 400 euro in media per rimpolpare i redditi, così da raggiungere la soglia simbolo di 780 euro. Ne beneficerebbero circa 2,9 milioni di persone, fuori dalla povertà. Se i 10 miliardi vengono invece distribuiti in modo diverso - ad esempio 7 miliardi al reddito e 3 alle pensioni - gli italiani accompagnati al di là del tunnel sarebbero 2,4 milioni di cui 915 mila pensionati al minimo”. 

E cosa scrive questo punto La Repubblica? “la coperta sembra in ogni caso un po' corta, rispetto all'obiettivo dei 6 milioni e mezzo di italiani da aiutare”. La conclusione del ragionamento, dal punto di vista logico  è quasi demenziale: “qui si escludono dal computo i famosi 2 miliardi per riformare i centri per l' impiego: sono dentro o fuori i 10 miliardi? Li abbiamo considerati fuori. Se fossero dentro, al reddito e pensione di cittadinanza andrebbero appena 8 miliardi. Davvero pochi per eliminare la povertà”.

Questo articolo, totalmente schizofrenico con le posizioni che il giornale esprime (ad esempio nell’editoriale del suo direttore Mario Calabresi), merita di essere esaminato nel dettaglio, perché è la fotografia esatta delle argomentazioni che il partito democratico e le opposizioni centriste usano contro la manovra. Da un lato si dice che è follia pura, pioggia assistenziale, regalo non dovuto e clientelare (cosa che per i cento euro, ovviamente non si scriveva, ma questo è un dettaglio). Dall’altro, quasi come una cura maniacale del dettaglio, si fa di conto, e si dice: ma così si aiutano non solo i poveri, i poverissimi, solo quelli che sono in grandi difficoltà. Da notare che questi poveri, un giornale teoricamente progressista, li scopre solo stamattina (quando si magnificava il Rei - però - non si diceva: ma così si assiste solo qualche morto di fame). Anzi: Fino a ieri la parola d’ordine della grancassa propagandistica era: “ai poveri ci ha pensato il Rei”.

Ma chi aveva esaminato quel provvedimento, compresi i giornalisti di Repubblica, sapeva bene che criteri restrittivi erano così vincolanti, che di fatto il reddito era percepibile solo da qualche barbone, che potesse dimostrare di non avere il reddito, casa, e nemmeno un conto corrente su cui fossero transitati 10.000 euro. Ovvio dunque che il nuovo reddito di cittadinanza non azzeri la povertà, ma é altrettanto evidente, che per la prima volta questi nuovi poveri italiani, tornino al centro dell’iniziativa e del dibattito: emergono dal limbo, dal nulla, dall’astratta definizione di una categoria economica, che balenava una volta un anno nelle statistiche, per poi essere subito dimenticata. Tornano visibili. Tornano consumatori. Tornano a contribuire al Pil del paese, se non altro assolvendo i loro bisogni primari.

Il problema è: si possono molto fare molte critiche un provvedimento, l’unica strategia senza senso, soprattutto per dei leader sedicenti progressisti (e quindi anche per un giornale progressista), è quella di attaccare il Reddito di cittadinanza sulla base di queste tre argomentazioni contraddittorie tra di loro. 1) La prima è per così dire “massimalista” e suona più o meno così: Di Maio dice che la povertà è stata sconfitta, e in realtà questa legge non lo sconfigge. 2) La seconda è per così dire “rigorista” e suona più o meno così: il governo spreca 6 miliardi in assistenza (ma se lo fa per aiutare i poverissimi, direi che non sono sprecati). 3) La terza, per così dire “estremista e massimalista” recita più o meno così: ben altro bisognerebbe fare per risolvere il problema della povertà (Ma se fino a ieri non si faceva nulla, come si può criticare chi fa qualcosa?).

E qui siamo arrivati alle proverbiali brioches di Maria Antonietta. Tuttavia, esiste una posizione ancora più demenziale, ed è quella dei renziani e dei post renziani che a parole dicono di voler recuperare il rapporto con le periferie, con i ceti più svantaggiati, con i famosi “ultimi” e che invece in queste ore si spingono fino all’assurdo.  E cioè provando a dire contemporaneamente tutte e tre le cose insieme: ovvero criticando  questo provvedimento sia da un punto di vista “rigorista”, sia da un punto di vista “massimalista”, sia da un punto di vista “estremista”.  Dire contemporaneamente - cioè - sia che spendono troppo, sia che spendono troppo poco, e anche che lo spendono con criteri troppi restrittivi e vincolanti. Ma Renzi, i dirigenti del Pd e i grandi commentatori del buonsenso possono permettersi questa posizione? Perché è del tutto evidente, che se si decide di investire 6 miliardi sui poveri, la sinistra, o almeno quella che si reputa tale (e non solo lei) non può  che essere d’accordo. A meno che non si voglia dire ai poveri che bisogna dare loro le brioches, ma un aiuto vero no.