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[L’analisi] Kim e l’incontro con il padrone Trump grazie alla bomba atomica. E la posta in gioco è molto alta

Il sulfureo Kim ha quindi ottenuto già il suo scopo, trattare direttamente con il padrone e non con i suoi camerieri, cioè con Seul e Tokyo. In un certo senso questa è una trattativa dove già il primo punto lo ha messo ha segno il regime nordcoreano. Gli Usa potrebbero però mettere le basi per aggiudicarsi una posta strategica 

[L’analisi] Kim e l’incontro con il padrone Trump grazie alla bomba atomica. E la posta in gioco è molto alta

Perché, improvvisamente, il presidente americano e quello nordcoreano si dovrebbero incontrare dopo essere stati sull’orlo di una guerra? E perché, per esempio, non è possibile che si incontrino Trump e Hassan Rohani, il presidente dell’Iran, che per altro ha già un accordo sul nucleare firmato dagli Stati Uniti nel 2015?  

La risposta è molto semplice: in Asia gli Usa possono fare una politica indipendente perché i loro alleati come Corea del Sud e Giappone li seguono quasi a bacchetta, mentre in Medio Oriente Israele intende far fuori la repubblica islamica iraniana, il vero motivo di una guerra per procura in Siria che non finisce mai.

Prove di pace 

Paradossalmente, anche se è assai complicato, le chance di arrivare se non alla pace a ma una distensione in Estremo Oriente  sono più alte che per i nostri vicini di casa affacciati sul Mediterraneo. L’incontro tra Kim Jong un e Donald Trump è anche la dimostrazione che in un certo senso la bomba atomica serve: se non avesse avuto in mano un potenziale nucleare e missili balistici il pessimo regime nordcoreano sarebbe stato fatto fuori da un pezzo.

Kim ha ottenuto il suo scopo

Il sulfureo Kim ha quindi ottenuto già il suo scopo, trattare direttamente con il padrone e non con i suoi camerieri, cioè con Seul e Tokyo. In un certo senso questa è una trattativa dove già il primo punto lo ha messo ha segno il regime nordcoreano. Gli Usa potrebbero però mettere le basi per aggiudicarsi una posta strategica. Negoziando direttamente con Kim hanno saltato la mediazione della Cina, più volte ripresa dagli Stati Uniti per non avere fatto abbastanza nel tenere a bada Pyongyang.

Le diverse poste in gioco

E qual è la posta in gioco? Una è a breve termine, l’altra forse è di medio e lungo periodo. La prima per i nordcoreani è farsi togliere le sanzioni americane e internazionali, riprendere i rapporti economici con la Corea del Sud, con la riapertura della zona speciale di Kaesong, e intensificare le relazioni economiche con la Cina e la Russia. Il regime di Kim annaspa nelle difficoltà economiche e se non vuole precipitare deve  avviare un’apertura controllata.

Il piano con Seoul

Forse c’è già anche un piano studiato con Seul per la seconda tappa che potrebbe cambiare gli equilibri strategici del Far East. Questa è costituita dalla eventuale riunificazione delle due Coree che insieme possono diventare una potenza economica e militare di primo piano, temibile per tutti i Paesi dell’area, dalla Cina al Giappone alla Russia. Anche gli Usa, se avremo davvero questo summit, hanno messo a segno un risultato importante. Finora a trattare con il regime Pyongyang, oltre a Seul, era soprattutto la Cina che è sempre il vero padrino della Corea del Nord: basti pensare che nella guerra terribile degli anni Cinquanta per difendere il regime comunista nordcoreano ci lasciò la pelle persino il figlio di Mao. E i cinesi sono stati quelli che hanno tenuto in piedi il regime con i rifornimenti alimentari e di petrolio.

Glu Usa vogliono ridimensionare la Cina

Se Washington apre un canale diretto con Kim prova a ridimensionare l’influenza della Cina, un risultato strategico , che poi sarebbe anche l’obiettivo primario della potenza americana. Detto questo si impone una riflessione. Stati Uniti e Corea del Nord non hanno rapporti diplomatici, quindi ci sono diversi passi da fare che dovranno accompagnare questo vertice, o prima o dopo. Dalla ripresa dei rapporti ufficiali si misurerà il vero risultato di questo vertice. Basta fare un confronto con l’Iran. Nel 2015 il segretario di Stato John Kerry ha negoziato per mesi con il suo collega iraniano Javad Zarif, hanno raggiunto un accordo sotto l’egida dell’Onu sul nucleare ma i due Paesi non hanno mai riallacciato rapporti diplomatici diretti: in pratica le ambasciate restano chiuse.

Trump non vuole la pace con l'Iran

Questo fatto dovrebbe essere oggetto di un riflessione. Perché Iran e Stai Uniti sono ancora sul piede di guerra e gli Usa minacciano continuamente di rimettere le sanzioni? I nordcoreani, che da decenni hanno buoni rapporti con Teheran  _fu Elia Valori a trattare con loro e gli iraniani la liberazione degli ostaggi francesi in Libano _ queste cose le sanno bene. La realtà è che gli Usa hanno un accordo con l’Iran sul nucleare ma non hanno nessuna intenzione di arrivare a una pace con gli ayatollah, anzi perseguono insieme a Israele l’obiettivo di un cambio di regime a Teheran. E’ questo il nocciolo del problema. I nordcoreani come gli iraniani non vogliono che il regime sia cambiato dagli americani o da qualcun altro, vogliono decidere loro se e come farlo.

Il vantaggio di Kim

Il vantaggio di Kim rispetto all’Iran è che non c’è Israele a decidere chi deve sopravvivere o morire nella regione e a condizionare in maniera sostanziale la politica americana. Ricordiamoci che finora in Medio Oriente l’unica decisione di Trump è stata investire Gerusalemme coma capitale dello stato ebraico, contro goni risoluzione dell’Onu. I coreani hanno il vantaggio di poterne avere due di capitali: Pyongyang e Seul. In ogni caso con questi protagonisti in campo e gli interessi diretti di superpotenze come Usa, Cina e Russia, le sorprese sono sempre possibili: non per tutti la pace è così vantaggiosa. 

Alberto Negridi Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra   

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