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[L'analisi] Xi Jinping in Italia tra le polemiche, eppure dialoga anche con Trump, Macron e Merkel: ma ecco la differenza

la differenza è nella natura del dialogo. Washington, Parigi e Berlino stringono accordi, magari numerosi, ma precisi, definiti, specifici, su singoli temi o progetti: l’import di soia, un collegamento ferroviario. Il Memorandum d’intesa italo-cinese è vago, generico, onnicomprensivo

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Xi Jinping, presidente della Cina
Xi Jinping, presidente della Cina

Il presidente cinese Xi Jinping arriva giovedì in Italia per firmare un’intesa economico-commerciale, in mezzo al clamore delle polemiche e delle contestazioni, in Italia e, con pari vigore, all’estero, fra Washington e Bruxelles. Eppure, pochi giorni dopo, il presidente cinese sarà nella residenza privata di Donald Trump a discutere di una intesa commerciale ad ampio raggio. E il via vai fra Berlino o Parigi e Pechino a stringere accordi è continuo. Perché, allora, tanto scandalo per il dialogo con l’Italia? Non è l’unica accusa traballante lanciata contro l’accordo con Pechino. Non è il manico del paese dato agli spioni di Huawei. Neanche la chiave per far entrare, per la prima volta, i cinesi nei porti italiani. Non è vero che a lavorare saranno solo le aziende cinesi. E neanche che Roma si stia vendendo per un pacco di Btp che Pechino accetta di comprare. Il problema è che, anche se queste accuse sono infondate, il matrimonio con Xi è ugualmente sbagliato, inutile, controproducente e pericoloso.

FRA INTESA E ACCORDO

La differenza, dal punto di vista di Xi, fra Di Maio e Merkel o Macron è nella natura del dialogo. Washington, Parigi, Berlino stringono accordi, magari numerosi, ma precisi, definiti, specifici, su singoli temi o progetti: l’import di soia, un collegamento ferroviario. Il Memorandum d’intesa italo-cinese è vago, generico, onnicomprensivo. Comprende tutto o niente, e, per questo, costituisce un ombrello che può coprire cose mai apparse nell’agenda. Una caccia alle ombre? Niente affatto. Paradossalmente, la natura del Memorandum è perfettamente in linea con lo stile della coalizione gialloverde: ricorda il nostrano – e  famoso - Contratto di governo, altrettanto vago e generico. Succede così che i 5Stelle, avendo fatto scrivere nel Contratto che la Tav sarebbe stata valutata in base agli effettivi vantaggi per il paese, ora ne rivendichino – a termini di Contratto – la cancellazione in base ad una analisi costi-benefici che fa acqua da molte parti. O che la Lega, visto che il Contratto prevede genericamente l’autonomia delle regioni che la chiedono, ora sostenga che questa formula comporti anche il sequestro di risorse finanziarie future, che è stata definita “la secessione dei ricchi”. Un Memorandum fumoso, insomma, può essere ugualmente contrabbandato come un appiglio per presunte intese già raggiunte, ma mai rese esplicite. Oppure, può aprire la strada a interpretazioni divergenti. Per questo diventano importanti anche le famose clausole scritte in piccolo, quelle che, normalmente, guardano solo gli avvocati. Chi decide in caso di controversie? Non gli arbitrati internazionali, come avviene normalmente per questo tipo di accordi, ma, dice il Memorandum, “incontri diretti”, in cui il peso relativo dei contraenti può risultare decisivo.

CHI CI GUADAGNA

L’obiettivo della Cina, con il Memorandum, è più politico che economico. Un vantaggio, si potrebbe dire, di marketing. Con la firma italiana, un paese dei G7 (noi li chiamiamo ancora i “Sette Grandi”, il cuore dell’Occidente, i maggiori paesi europei con Usa, Canada e Giappone) si associa alla “Via della Seta”, pilastro della strategia internazionale di penetrazione di Pechino nel resto del mondo. E l’Italia? Roma ne ricava, sostanzialmente - assai più che un boom del Made in Italy, come ama dire Di Maio, artefice dell’accordo - prestiti e investimenti.

Gli ambiti del Memorandum sono cinque. Uno, gli scambi culturali, non si nega a nessuno. Un secondo, “il coordinamento delle politiche”, appare una minacciosa rivoluzione della collocazione internazionale dell’Italia, ma, molto probabilmente, si tratta solo, almeno nelle attuali intenzioni, di parole grosse senza seguito. Il terzo, il libero scambio, è un capitolo su cui Di Maio torna spesso, ma non si capisce cosa dovrebbe fare il governo cinese per favorire, specificamente, l’export italiano. Le nostre esportazioni in Cina valgono un quinto di quelle tedesche, perché non rappresentano tecnologia ad alto valore aggiunto come quelle della Germania. Restano gli ultimi due: connettività e infrastrutture, integrazione finanziaria. La “ciccia” dell’intesa è qui. E anche i suoi pericoli.

NON SOLO HUAWEI

La polemica più accesa, alimentata soprattutto da Washington, riguarda l’accesso cinese a infrastrutture delle telecomunicazioni, perché gli americani giurano che il gigante cinese delle tlc, Huawei, mettendo il piede nei server e nelle reti 5G, possa diventare braccio armato dello spionaggio di Pechino. Non tutti gli europei sono convinti e pensano che la situazione possa essere tenuta sotto controllo con un attento monitoraggio delle attrezzature cinesi. Ma, nel quadro del Memorandum che Xi viene a firmare, ci sono le reti in generale, comprese quelle di distribuzione dell’elettricità e le infrastrutture logistiche, a cominciare dai porti.

E’ singolare, peraltro, che qualcuno si scandalizzi dell’interesse cinese per i porti. Un terzo di tutta l’attività del porto di Genova coinvolge già la Cina. Tuttavia, una cosa è una concessione trentennale per l’utilizzo esclusivo di una banchina (come pare avverrebbe nel porto di Trieste), un’altra l’ingresso nella cabina di comando, come è già avvenuto per il terminal dei container di Vado Ligure, dove i cinesi hanno, oggi, il 49,9 per cento. Il rischio che quel 49, a Vado come altrove, diventi il 51, con il passaggio del controllo di infrastrutture chiave nelle mani di Pechino è una delle insidie maggiori del Memorandum. In Europa, è già avvenuto: in Grecia, al Pireo. Il punto è che i greci non potevano fare altrimenti, noi sì.

IL FALSO MIRAGGIO DEGLI INVESTIMENTI

I futuri investimenti lanciati dal Memorandum (e i relativi finanziamenti) saranno gestiti attraverso l’Aiib, la Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutture, che Pechino già controlla, ma a cui l’Italia, come Germania e Francia, già partecipa. E’ un punto chiave, perché l’Aiib è un organismo che segue gli standard internazionali. Gli appalti, dunque, saranno distribuiti con normali gare aperte a tutti e le future infrastrutture non saranno operazioni esclusive di aziende cinesi, come è avvenuto, invece, negli altri paesi coinvolti nella “Via della Seta”, come, ad esempio, Sri Lanka.

Ma la differenza fondamentale è che Sri Lanka, come la Grecia, ha bisogno dei prestiti cinesi per finanziare gli investimenti, l’Italia no. Nonostante un gigantesco debito pubblico, l’Italia, complessivamente, ha più risparmio di quanto riesca ad investire (45 miliardi di surplus, dicono le statistiche nazionali), al contrario di Romania, o Croazia, altri paesi coinvolti nella Via della Seta. In altre parole, l’Italia non ha bisogno dei soldi cinesi per fare gli investimenti. Ha bisogno di trovare il modo di fare questi investimenti, convincendo famiglie e imprese a moblitare le risorse di cui dispongono, invece di congelarle in banca o portarle all’estero. La vera crisi italiana è nel divario fra risorse e capacità di investire. Delegarla all’estero non è una risposta, anche se può apparire più spiccio.

IL NODO DEI DEBITI

Soprattutto, se vuol dire fare debiti con un creditore esigente. Nella corsa verso il Memorandum, si è sparsa la voce che la contropartita chiesta da Di Maio per far confluire l’Italia nella Via della seta sia l’impegno cinese ad acquistare quote massicce di titoli di Stato, per alleviare la pressione sul debito pubblico. Neanche questo -  come la collaborazione sui porti o l’idea stessa di un’intesa – è, in sé, motivo di scandalo. I cinesi sono già i maggiori creditori del Tesoro Usa e non hanno mai dato segno di voler strumentalizzare politicamente questa leva: hanno utilizzato i loro crediti solo secondo criteri di mercato. Tuttavia, il debito americano non è quello italiano, noi non abbiamo il dollaro e Washington pesa molto più di Roma. Un governo cinese con in mano 50 miliardi di euro in Btp sarebbe un interlocutore assai scomodo. Ma riscontri a questa voce non ce ne sono. Oggi, la Cina non ha titoli italiani e l’ipotesi che, un domani, possa utilizzare un pacchetto di Btp per ricattare il governo di Roma suona come fantaeconomia. Soprattutto, visto che un pacchetto di crediti li avrebbero già in mano: i prestiti per gli investimenti.

E avere un creditore con grossi interessi politici è scomodo. Ci si può trovare a pagare prezzi imprevisti. Ne abbiamo già avuto un esempio. L’Italia, che pure era stata, a suo tempo, fra i promotori della misura, nei giorni scorsi ha votato, a Bruxelles, contro il nuovo sistema di esame e verifica degli investimenti esteri all’interno della Ue, pensato proprio per contenere l’espansionismo cinese.

Il Memorandum non è stato ancora firmato, ma Xi ha già cominciato ad incassare.

 

 

 

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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