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“La posta in gioco dell’aggressione russa in Ucraina riguarda i valori dell’Occidente”

Il report- analisi dell’ufficio studi di Camera, Senato, Mae e Ispi, consegnato ai parlamentari. In vista anche del voto del 21 giugno. Negli ultimi vent’anni Mosca ha allargato i propri interessi militari e commerciali in Africa e Medioriente. Ecco come e perchè

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
“La posta in gioco dell’aggressione russa in Ucraina riguarda i valori dell’Occidente”

Molti, soprattutto in Italia, considerano quello tra Russia e Ucraina un conflitto “locale” di cui ci potremmo, anzi ci dovremmo disinteressare. Lo scoppio della guerra ha avuto invece importanti conseguenze per i paesi del Mediterraneo “allargato” alla penisola araba, al medioriente tutto e all’Africa sub sahariana.  Dal punto di vista politico, il conflitto ha messo i governi della regione in una posizione di difficile equilibrio tra Stati Uniti ed Europa da una parte e Russia dall’altra, tanto che molti hanno deciso di non schierarsi per non compromettere i legami che negli anni hanno instaurato con Mosca.  Parliamo, per restare alla regione del “Mediterraneo allargato”  di Algeria, Iran, Iraq, Sudan e Egitto. Tutto questo sta cambiando in maniera significativa la geopolitica dell’area. 

A queste dinamiche che sono molto più vicine a noi e all’evoluzione del conflitto,   l’Ufficio studi di Camera e Senato  e del Ministero Affari esteri in collaborazione con Ispi hanno dedicato un intero report dal titolo “Mediterraneo allargato” lungo circa 90 pagine a cui è necessario rifarsi per parlare con un minimo di visione del conflitto Russia-Ucraina.  

La premessa

Partendo da una premessa: “La  decisione del presidente russo Vladimir Putin di invadere il territorio ucraino ha conseguenze che si propagano ben oltre il paese ormai sotto assedio. I duri colpi che le sanzioni infieriscono all’economia di Mosca, e una marginalizzazione politica senza precedenti, sembrano fare terra bruciata intorno al Cremlino e impongono alcuni cambi strategici in politica estera. Fra questi, è verosimile aspettarsi un rafforzamento della politica russa in Medio Oriente e Nord Africa, regione in cui, probabilmente non a caso, la Russia di Putin da tempo investe ingenti risorse militari, economiche e diplomatiche”. Il che significa che l’aggressione all’Ucraina rientra nei progetti del Cremlino ben prima dell’annessione della Crimea (2014). E una volta di più ci dice l’enorme errore di sottovalutazione fatto dall’Europa in questi anni.  

L’espansione russa

I governi del Medio Oriente e Nord Africa, subito dopo il 24 febbraio, anzi, si sono trovati “nell’imbarazzo di dover scegliere se unirsi al coro dei paesi occidentali e potenzialmente compromettere le relazioni con Mosca, o se chiudere un occhio con Mosca e rischiare di scontentare i paesi occidentali”. Europa e Stati Uniti sono partner storici e fondamentali per i paesi della regione. L’Europa lo è per ragioni geografiche e di sicurezza, ma anche economiche e commerciali.

Allo stesso tempo, però, nell’ultimo ventennio, nell’era di Putin, “la maggior parte dei paesi della regione ha notevolmente espanso le relazioni diplomatiche, economiche, militari e commerciali con Mosca”. Già “il primo Putin” aveva chiarito l’obiettivo di far riemergere la Russia post-sovietica dall’isolamento internazionale degli anni Novanta, cominciando proprio da un rilancio delle relazioni con il Medio Oriente, che per Mosca costituisce il vicinato meridionale. Sviluppi importanti come l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, l’invasione dell’Iraq nel 2003 e, più avanti, a partire dal 2011, l’onda lunga delle cosiddette Primavera arabe, “hanno rinnovato. la convinzione nell’establishment russo dell’importanza di questa regione”. Non solo: questi e altri avvenimenti rappresentavano per Mosca focolai di instabilità che potevano avere un impatto negativo sulla sicurezza interna, soprattutto sulla fragile situazione nel Caucaso (si pensi in particolare alla Seconda Guerra cecena, 1999-2009). Così gli ultimi vent’anni registrano il riavvicinamento di Mosca con tutti i paesi dell’area.

Con il nuovo millennio Mosca ha gradualmente lavorato al riavvicinamento, corrisposto, con tutti i paesi dell’area.  

L’illuminante voto all’Onu

Il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (2 marzo 2022) sulla risoluzione che chiedeva “il ritiro immediato, completo e incondizionato delle truppe russe dal territorio ucraino”, è stato illuminante per capire la politica estera russa con il ras Putin. Su 193 stati, 141 hanno votato in favore della risoluzione. Tra i paesi arabi Algeria, Iraq, Iran e Sudan, invece, si sono astenuti. Per non compromettere le relazioni bilaterali con Cremlino.

Con Algeria e Iraq ci sono “importanti cooperazioni militari ed energetiche”.  L’ Iran si è astenuto per timori di ritorsioni sul dossier nucleare: Mosca è stato in questi anni mediatore tra USA e Iran. Non deve stupire neppure  l’astensione del Sudan, paese massacrato dalle guerre e “cruciale per l’espansione di Mosca nel Corno d’Africa e nella Repubblica Centroafricana (Car). Il Sudan è un obiettivo strategico di primaria importanza per Mosca: c’è il progetto di una base navale russa in questa regione; dal 2017-18 l’impegno militare russo in questa regione è in costante crescita. I contractor e i mercenari del gruppo Wagner  sono da anni in Sudan “con l’obiettivo, o la scusa - si legge nel report - di addestrare le forze di sicurezza sudanesi contro i sommovimenti popolari antigovernativi”. I contractor russi starebbero addestrando non solo le forze armate e di polizia ma anche i servizi di intelligence e di sicurezza nazionali.

Anche l’Egitto risponde alla strategia ormai ventennale del Cremlino. Pur avendo votato a favore della risoluzione delle Nazioni Unite, subito dopo il governo del Cairo ha invitato a “considerare le motivazioni di Putin”.  

Il caso Egitto

 L’Egitto ha di fatto sposato la politica mediorientale di Putin, dando un “tacito endorsement” tanto all’intervento in Siria quanto alle operazioni di Wagner in Libia.  Fra il 2009 e il 2018  Mosca è stata la principale fornitrice di armi ai governi del Cairo, che si sono così classificati fra i maggiori importatori mediorientali di armi russe. Non solo:  dal 2017 ai russi è stato concesso di usare basi militari egiziane a loro piacimento, anche come appoggio per le operazioni in Siria; nel 2018 i russi sono riusciti a portare a casa un accordo per la creazione di quella che sarebbe la prima base nucleare egiziana, nella città di El Dabaa. Tutto questo accade a due passi dall’Italia e dal cuore dell’Europa.

Il 2 marzo “solo” cinque paesi votarono contro la risoluzione: oltre alla Russia, Siria, Corea del nord, Bielorussia ed Eritrea, un altro paese del Corno d’Africa che parla sempre di più russo. Oltre che cinese. Ma il ruolo della Cina è ancora un’altra storia.  

“Conflict management”

In sostanza, si legge nel Report, “la vicinanza alla Russia di paesi mediorientale è una dinamica spesso sottovalutata per gli effetti sull'ordine liberale internazionale”. Parliamo di collaborazioni politiche e in materia di sicurezza, In particolare, quello che Mosca porta avanti nei paesi della regione è un vero e proprio modello di “conflict management”: si tratta di un supporto spiccatamente militare in vari teatri di crisi e che spesso, anziché favorire trattative politiche, le ostacola, “minacciando non solo il raggiungimento di una stabilità in questi contesti, ma anche gli interessi occidentali e prima di tutto europei, trattandosi del nostro vicinato”. Detta in due parole: Russia paese istigatore di conflitti per poi occupare quei territori. Che, guarda caso, sono tutti a due passi dall’Europa.

Da un mese a questa parte l’Europa, e l’Italia per prima, hanno ben chiare le implicazioni economiche che la guerra di Putin potrebbe avere sul Middle east and north africa (MENA) e che si giocano su molteplici livelli: sicurezza alimentare, prezzi del petrolio, mercato del lavoro. Al momento non si registrano “grossi shock” ma qualora il conflitto dovesse protrarsi nel tempo “gli impatti per la regione potrebbero essere significativi”. Soprattutto su cibo ed energia.  

Asse Mosca-paesi del golfo ?

Ci sono a questo punto una serie di dinamiche da controllare con attenzione. Per valutarne gli effetti sulle democrazie occidentali. Dal punto di vista politico, “è verosimile pensare che Mosca non solo presterà grande attenzione a mantenere buone relazioni con i governi della regione Mena e, dove possibile, cercherà di rafforzarle. Un caso che salta all’occhio è sicuramente quello dell’asse Mosca-paesi del Golfo. Emirati, Arabia Saudita, sono ad esempio  “sempre più frustrati per il crescente disimpegno nel quadrante di Washington, storica alleata che vedono ora come in larga misura inaffidabile. Per questo non hanno esitato a mostrarsi insoddisfatti della gestione americana di questa guerra”. La politica russa in Medio Oriente e Nord Africa sarà sempre più improntata su una competizione con i paesi occidentali e con la Nato.

Dunque ecco che il cosiddetto “conflitto regionale” è una partita ben più ampia.  Quella che Mosca chiama “operazione speciale” non è solo una campagna con cui il Cremlino rivendica gli Accordi di Minsk, la situazione precaria delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk e attacca “l’Ucraina nazista”. È anche un vero e proprio “atto dimostrativo”, con cui Mosca contesta il più ampio assetto delle relazioni internazionali, quell’ordine globale che si è instaurato con il crollo dell’Unione Sovietica e che ha visto la neonata Federazione Russa largamente marginalizzata dagli affari mondiali (almeno per tutti gli anni Novanta) e gli Stati Uniti potenza sempre più in crescita e contrastata.  

Non solo potere. La posta in gioco sono i valori

Non è solo una questione di equilibri di potere. E’ “soprattutto una questione valoriale”. Merita qui riportare un ampio brano del report: “Mentre Stati Uniti e alleati transatlantici emergevano come portatori di valori liberali e democratici, non solo nella politica ma anche nella società, nel modo di concepire il dissenso politico, la libertà di stampa e di espressione, il rapporto stato-chiesa, nel modo di concepire la famiglia, le “cosiddette libertà sessuali” (come le ha definite lo stesso Putin in un video del marzo 2022); mentre questa “globalizzazione dei valori” prendeva piede, l’establishment russo con questi valori faticava e fatica sempre di più a ritrovarsi”. Fino a diventare inaccettabili “il supporto occidentale alle trasformazioni democratiche in corso in Ucraina e poi la discussione sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato”.

La partita in gioco è ampia, non si circoscrive al Donbass. Come nella Guerra fredda, i paesi del Medio Oriente e Nord Africa rischiano non solo di divenire teatri di competizione fra questi due modelli ma teatri dove Mosca potrebbe alzare il livello di questa competizione, usando la propria considerevole presenza militare. Sono da tenere d’occhio il Sahel (strategico per Mosca), il Mali e il Sudan.  

Ora, la speranza è che i parlamentari facciano buon uso di questo Report quando il 21 giugno scriveranno e approveranno la risoluzione dopo le comunicazioni del premier Draghi in vista del Consiglio Ue. Il conflitto in Ucraina non può essere letto con le lenti del pacifismo. Meno che mai con quelle di una campagna elettorale. A Conte e Salvini piacendo.   

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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