Parte la commissione von der Leyen e l’Italia incassa 20 miliardi del dividendo Europa

Una vistosa apertura di credito delle istituzioni comunitarie nei confronti del governo che si è messo alle spalle i rancori sovranisti di Matteo Salvini. Anche l’ipotesi di affiancare a Gentiloni un altro commissario, specificamente incaricato di occuparsi del bilancio e dell’euro è stata alla fine accantonata

Paolo Gentiloni
Paolo Gentiloni

Parte la commissione von der Leyen e l’Italia incassa la prima rata del dividendo Europa che si è ritagliato il nuovo governo e che vale, grosso modo, 20 miliardi di euro di sconto sulla prossima manovra 2020. La nomina di Paolo Gentiloni alla casella dell’Economia nella nuova sala di comando di Bruxelles è, infatti, come riconoscono tutti i protagonisti – con entusiasmo gli italiani, con qualche mugugno i rigoristi del Nord – una vistosa apertura di credito delle istituzioni comunitarie nei confronti del governo che si è messo alle spalle i rancori sovranisti di Matteo Salvini. Anche l’ipotesi di affiancare a Gentiloni un altro commissario, specificamente incaricato di occuparsi del bilancio e dell’euro è stata alla fine accantonata. C’è un vicepresidente, il lettone Valdis Dombrovkis, un rigorista, che sarà presente sui temi economici e finanziari e con cui l’ex premier italiano dovrà avere “una stretta collaborazione” dice la von der Leyen. Ma si tratta, soprattutto, di una sponda e di un punto di confronto. Dalla scrivania che è stata fino ad oggi del francese Moscovici, sarà Gentiloni, infatti, il titolare dei rapporti con i singoli paesi, della supervisione e del monitoraggio dei loro bilanci, delle delicate e spesso tormentate trattative sul rispetto dei parametri del Patto di Stabilità. Visto che, anno dopo anno, è l’Italia che, sistematicamente, si trova in prima fila sul banco degli esaminandi, molti pensano che si sia messa la volpe a guardia del pollaio. Ma, in realtà, la scelta a cui, alla fine, ha acconsentito Ursula von der Leyen è la prova della volontà di sdrammatizzare un dibattito su rigore e austerità che ha avvelenato gli ultimi anni dell’eurozona.

Il ruolo di Gentiloni

 L’importanza della nomina di Gentiloni non va sopravvalutata. Non è una licenza a spendere. Sui numeri e sulle diagnosi la potente tecnocrazia di Bruxelles non può essere né zittita, né condizionata. Ma la nomina non va neanche sottovalutata. Sulle prospettive, sulle scelte, sugli spazi di trattativa le leve sono in mano a Gentiloni. Sarà lui, in prima battuta, a tenere aperti gli spazi per gli investimenti, a valutare se certe spese (ad esempio, un taglio fiscale sui costi delle imprese) sono, in realtà, la leva per rilanciare lo sviluppo, a verificare il motivo di un eventuale mancato rispetto delle regole, a stabilire se una scappatoia è ammissibile o no. A Roma sono contenti perché pensano che il nuovo commissario farà il possibile per non dire No all’Italia. A Bruxelles e dintorni, pensano che se Gentiloni, alla fine, sarà costretto a dire No, gli italiani non potranno gridare al complotto.

Il ruolo di Gentiloni, tuttavia, ancor più che nelle scelte quotidiane, può rivelarsi cruciale nelle scelte di prospettiva. La Commissione, infatti, sta per imbarcarsi in una ambiziosa rivisitazione del Patto di stabilità che, dopo la crisi del 2008, ha imbrigliato le politiche economiche dei paesi dell’euro. L’obiettivo minimo è semplificare procedure farraginose, contradditorie, discutibili e contestate anche dai tecnici, spesso inutilmente penalizzanti. Ma, nel difficile compito di bilanciare stabilità finanziaria e margini di stimolo dell’economia, si scontrano due strategie opposte. Per i paesi rigoristi, semplificazione significa chiarezza nell’accertamento delle violazioni e, dunque, nell’applicazione delle sanzioni. Per i paesi in difficoltà, vuol dire allentare la morsa dell’austerità e impedire che, in nome della stabilità, si aggravino le recessioni. E’ un dibattito decisivo per il futuro dell’eurozona.

Gli spazi di flessibilità

 Nell’immediato, comunque, e anche prima che Gentiloni e la nuova Commissione si insedino, l’Italia si prepara ad incassare la seconda rata del dividendo Europa, già nei prossimi giorni, con lo schema della manovra 2020. I conti ancora non sono stati fatti, ma tutto lascia credere che Bruxelles non si impunterà sul rispetto delle regole che prevedono, per il 2020, una discesa del deficit all’1,8 per cento del Pil (non distante da quello che, alla fine, sarà il risultato 2019). Al contrario, potrebbe acconsentire ad un deficit intorno al 2,3 per cento del Pil. Considerando che, se non si tocca nulla, a legislazione invariata, il deficit sarebbe tendenzialmente all’1,6-1,7 per cento, quel margine in più di 6-7 decimali equivale a 10-12 miliardi di euro in più, a disposizione.

E’ quella flessibilità, strepiterà Salvini, che a noi è stata negata. E ha ragione. Ma il precedente governo voleva quei soldi per cose (revisione della riforma Fornero sulle pensioni e reddito di cittadinanza) che la Ue riteneva controproducenti, mentre quelle a cui pensa il governo attuale (investimenti e abbattimento del cuneo fiscale sulle buste paga) sono misure che Bruxelles caldeggia da tempo, perché pensa che aiutino lo sviluppo.

La bonanza dello spread

 Insomma, il sovranismo era una tassa sui conti italiani e l’europeismo attuale, invece, una sorta di bonus. Ma non era l’unica tassa e non è l’unico bonus. Nel dividendo Europa che si sta materializzando in questi giorni, infatti, c’è una terza rata che stiamo incassando. Qui, Bruxelles non c’entra. Sono i mercati, la cui fiducia nel nuovo governo si traduce in una discesa verticale dello spread. Da quota 300, raggiunta nei momenti più difficili del governo gialloverde, siamo tornati a prima dell’ascesa dell’alleanza Lega-5Stelle, quindici mesi fa: la differenza fra i rendimenti del Btp e quelli del Bund tedesco è, oggi, di nuovo intorno a 150 punti.

Secondo gli esperti, 100 punti di spread corrispondono, in ragione d’anno, a circa 4 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico. In più, come è stato fino a ieri. O in meno, come è ora con il nuovo governo. La Confindustria calcola che, se lo spread resterà agli attuali 150 punti, il Tesoro risparmierà un po’ meno di 3 miliardi di euro nelle aste di titoli pubblici che rimangono per il 2019 e quasi 7 miliardi nelle aste 2020.

Conclusione: ai 10-12 miliardi di bonus di Bruxelles si aggiungono 10 miliardi dai mercati. Il problema è che non c’è niente da sorridere. Tutti quei soldi non basterebbero per assorbire i 23 miliardi di aumento dell’Iva, già in bilancio.

La montagna dell'Iva

 I conti fatti finora a tavolino, infatti, danno per scontato l’aumento dell’Iva, che tutti vogliono scongiurare, ma che, per il momento, è il collante che tiene insieme il bilancio dell’anno prossimo. Senza l’aumento dell’Iva (che, da solo, vale oltre l’1,4 per cento del Pil) il disavanzo 2020, considerato l’1,6 già incorporato nei conti a legislazione invariata, schizzerebbe oltre il 3 per cento, facendo scattare l’allarme rosso a Bruxelles e azzerando il dividendo Europa su cui stavamo per mettere le mani. In altre parole, i bonus Europa che arrivano dalla Commissione e dai mercati ci consentirebbero quasi di bloccare l’aumento dell’Iva e le sue negative conseguenze su consumi e ripresa, ma non lasciano quattrini per fare nient’altro. E’ la caccia a nuove risorse che è partita in queste settimane.