Il Papa ai genitori: “Non condannate i vostri figli per il loro orientamento sessuale”. Poi ricorda l'Olocausto

L’udienza generale nella giornata di preghiera per la pace è stata l’occasione di un rinnovato, vibrante appello per la pace in Ucraina e per ricordare l’olocausto durante la seconda guerra mondiale che non deve mai essere dimenticato né ripetersi

In una sorta di dialogo a distanza con Freud sull’interpretazione dei sogni per non restare schiacciati dal peso della vita e dalle responsabilità educative dei genitori, papa Francesco ha indicato oggi come modello san Giuseppe “uomo dei sogni” per uscire dal labirinto delle inquietudini provocate da problemi come l’avere un figlio gay. La risposta in questo caso non è di condanna ma di accompagnamento per una crescita equilibrata dei figli. Sono tante le persone “schiacciate dal peso della vita” che non riescono più a sperare o a pregare. E sono tanti i problemi che assediano i genitori e si insinuano nei loro sogni provocando dolore e domanda di aiuto.

“Penso – ha esemplificato il papa – anche ai genitori davanti ai problemi dei figli. Figli con tante malattie, i figli ammalati, anche con malattie permanenti: quanto dolore lì. Genitori che vedono orientamenti sessuali diversi nei figli; come gestire questo e accompagnare i figli e non nascondersi in un atteggiamento condannatorio. Genitori che vedono i figli che se ne vanno, muoiono, per una malattia e anche – è più triste, lo leggiamo tutti i giorni sui giornali – ragazzi che fanno delle ragazzate e finiscono in incidente con la macchina. I genitori che vedono i figli che non vanno avanti nella scuola e non sanno come fare… Tanti problemi dei genitori. Pensiamo a come aiutarli. E a questi genitori dico: non spaventatevi. Sì, c’è dolore. Tanto. Ma pensate come ha risolto i problemi Giuseppe e chiedete a Giuseppe che vi aiuti. Mai condannare un figlio. A me fa tanta tenerezza – me lo faceva a Buenos Aires – quando andavo nel bus e passavo davanti al carcere: c’era la coda delle persone che dovevano entrare per visitare i carcerati. E c’erano le mamme, lì che mi facevano tanta tenerezza: davanti al problema di un figlio che ha sbagliato, è carcerato, non lo lasciavano solo, ci mettevano la faccia e lo accompagnavano. Questo coraggio; coraggio di papà e di mamma che accompagnano i figli sempre, sempre. Chiediamo al Signore di dare a tutti i papà e a tutte le mamme questo coraggio che ha dato a Giuseppe. E poi pregare perché il Signore ci aiuti in questi momenti”.

Ma l’udienza generale nella giornata di preghiera per la pace è stata l’occasione di un rinnovato, vibrante appello per la pace in Ucraina e per ricordare l’olocausto durante la seconda guerra mondiale che non deve mai essere dimenticato né ripetersi. “Domani - richiama il papa - si celebra la Giornata internazionale della memoria delle vittime dell’Olocausto. È necessario ricordare lo sterminio di milioni di ebrei e persone di diverse nazionalità e fedi religiose. Non deve più ripetersi questa indicibile crudeltà! Faccio appello a tutti, specialmente agli educatori e alle famiglie, perché favoriscano nelle nuove generazioni la consapevolezza dell’orrore di questa pagina nera della storia. Essa non va dimenticata, affinché si possa costruire un futuro dove la dignità umana non sia più calpestata”.

Francesco ripete che “le tensioni in Ucraina non possono risolversi con una guerra che non serve a garantire la pace”. E in conclusione dell’udienza l’invito a pregare per questo obiettivo immediato: “E ora, con il Padre Nostro, vi invito a pregare per la pace in Ucraina, e a farlo spesso nel corso di questa giornata: chiediamo con insistenza al Signore che quella terra possa veder fiorire la fraternità e superare ferite, paure e divisioni. Abbiamo parlato dell’olocausto. Ma pensate che più di cinque milioni sono stati annientati durante il tempo dell’ultima guerra. È un popolo sofferente; ha sofferto la fame, ha sofferto tante crudeltà e merita la pace. Le preghiere e le invocazioni che oggi si levano fino al cielo tocchino le menti e i cuori dei responsabili in terra, perché facciano prevalere il dialogo e il bene di tutti sia anteposto agli interessi di parte. Per favore, mai la guerra”.

Singolare nella catechesi la riflessione su san Giuseppe come “uomo che sogna”. Secondo il papa resta un esempio per tutti nella capacità di iniziativa di fronte ai sogni considerati come simbolo della vita spirituale, “quello spazio interiore che ognuno è chiamato a coltivare e a custodire, dove Dio si manifesta e spesso ci parla. Ma dobbiamo anche dire che dentro ognuno di noi non c’è solo la voce di Dio: ci sono tante altre voci. Ad esempio, le voci delle nostre paure, le voci delle esperienze passate, le voci delle speranze; e c’è pure la voce del maligno che vuole ingannarci e confonderci. È importante quindi riuscire a riconoscere la voce di Dio in mezzo alle altre voci…In queste situazioni, pregare vuol dire ascoltare la voce che può far nascere in noi lo stesso coraggio di Giuseppe, per affrontare le difficoltà senza soccombere… Anche la paura fa parte della vita e anch’essa ha bisogno della nostra preghiera. Dio non ci promette che non avremo mai paura, ma che, con il suo aiuto, essa non sarà il criterio delle nostre decisioni. Giuseppe prova la paura, ma Dio lo guida attraverso di essa. La potenza della preghiera fa entrare la luce nelle situazioni di buio”.

Pregare nei momenti difficili deve però essere sempre legata all’amore concreto. “Molte persone e famiglie schiacciate dal peso della vita, specialmente in questo periodo di pandemia, non riescono più a sperare e a pregare. La nostra vicinanza e la nostra solidarietà li aiutino ad aprirsi al dialogo con Dio, per ritrovare luce, forza e speranza”.  Udienza -come si vede – particolare e intensa che alla fine Francesco ha concluso con una battuta di spirito quasi a stemperare l’attenzione. “Mi permetto di spiegarvi che oggi non potrò venire fra voi per salutarvi, perché ho un problema alla gamba destra; si è infiammato un legamento del ginocchio. Ma scenderò e vi saluterò lì e voi passate per salutarmi. È una cosa passeggera. Dicono che questo viene solo ai vecchi, e non so perché è arrivato a me…”.