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L'appello di Francesco ai politici: ogni sforzo per la pace in Ucraina

Il papa spiega la speciale categoria di poveri di cui parla il Vangelo e che “definiscono l’identità del discepolo di Gesù"

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Papa Francesco (Ansa)
Papa Francesco (Ansa)

Ogni sforzo per la pace in Ucraina. E’ il compito affidato da Francesco non solo alla preghiera ma ai responsabili politici che in queste ore febbrili di contatti e colloqui dicono di fare il possibile per evitare un conflitto armato dalle conseguenze incalcolabili. E’ più di qualche domenica che dopo la recita dell’Angelus papa Francesco lancia ripetuti appelli per la pace in Ucraina. Quello odierno è breve, ma ha mostrato un papa molto preoccupato per le notizia che giungono dall’Ucraina.

Non a caso dopo l’appello ha invitato i tantissimi fedeli in Piazza san Pietro a pregare in silenzio per un minuto. Più dettagliato era stato il richiamo a cercare di garantire la pace in Ucraina lo scorso 26 gennaio. “Le preghiere e le invocazioni che – aveva puntualizzato - si levano fino al cielo tocchino le menti e i cuori dei responsabili in terra, perché facciano prevalere il dialogo e il bene di tutti sia anteposto agli interessi di parte. Preghiamo per la pace con il Padre Nostro: è la preghiera dei figli che si rivolgono allo stesso Padre, è la preghiera che ci fa fratelli, è la preghiera dei fratelli che implorano riconciliazione e concordia”. Il breve appello di oggi è vibrante ma consapevole che la speranza di pace è giunta al lumicino. Le parole sono già state dette. “Le notizie che giungono dall’Ucraina sono molto preoccupanti. Affido all’intercessione della Vergine Maria e alla coscienza dei responsabili politici ogni sforzo per la pace. Preghiamo in silenzio”.

Se la pace è stata centrale nella parte dei saluti, la spiegazione del Vangelo odierno sulle beatitudini ha riservato una sorpresa. Eravamo abituati a sentire Francesco parlare in lungo e in largo dei poveri indicati come l’opzione preferenziale della Chiesa. E questo costante parlare dei poveri come categoria economica sia nel passato in Argentina, sia ora da papa, gli ha sempre attirato l’accusa di essere comunista.  Oggi abbiamo ascoltato la spiegazione sugli speciali poveri di Francesco indicati nei poveri delle Beatitudini che “definiscono l’identità del discepolo di Gesù. Esse possono suonare strane, quasi incomprensibili a chi non è discepolo”. Gesù – secondo il papa – chiama i suoi discepoli beati perché poveri. La povertà dei discepoli è la base di tutte le altre beatitudini. “Il discepolo di Gesù non trova la sua gioia nel denaro, nel potere o in altri beni materiali, ma nei doni che riceve ogni giorno da Dio: la vita, il creato, i fratelli e le sorelle, e così via. Sono doni della vita. Anche i beni che possiede, è contento di condividerli, perché vive nella logica di Dio. E qual è la logica di Dio? La gratuità. Il discepolo ha imparato a vivere nella gratuità. Questa povertà è anche un atteggiamento verso il senso della vita, perché il discepolo di Gesù non pensa di possederlo, di sapere già tutto, ma sa di dover imparare ogni giorno. E questa è una povertà: la coscienza di dovere imparare ogni giorno. Il discepolo di Gesù, poiché ha questo atteggiamento, è una persona umile, aperta, aliena dai pregiudizi e dalle rigidità”. Chi “è troppo attaccato alle proprie idee, alle proprie sicurezze, difficilmente segue davvero Gesù. Lo segue un po’, soltanto nelle cose in cui “è d’accordo con Lui e Lui è d’accordo con me”, ma poi, per il resto, non va. E questo non è un discepolo. E così cade nella tristezza. Diventa triste perché i conti non gli tornano, perché la realtà sfugge ai suoi schemi mentali e si trova insoddisfatto. Il discepolo, invece, sa mettersi in discussione, sa cercare Dio umilmente ogni giorno, e questo gli permette di addentrarsi nella realtà, cogliendone la ricchezza e la complessità”.

Come quasi sempre ormai all’Angelus Francesco aggiunge alla spiegazione delle domande che sono una guida all’esame di coscienza perché se il Vangelo resta un ascolto estetico che non cambia la vita non serve. “Possiamo allora chiederci: io – ognuno di noi – ho la disponibilità del discepolo? O mi comporto con la rigidità di chi si sente a posto, di chi si sente per bene, di chi si sente già arrivato? Mi lascio “scardinare dentro” dal paradosso delle Beatitudini, o rimango nel perimetro delle mie idee? E poi, con la logica delle Beatitudini, al di là delle fatiche e delle difficoltà, sento la gioia di seguire Gesù? Questo è il tratto saliente del discepolo: la gioia del cuore. Non dimentichiamoci: la gioia del cuore. Questa è la pietra di paragone per sapere se una persona è discepolo: ha la gioia nel cuore? Io ho la gioia nel cuore? Questo è il punto”.

Il discepolo, in altre parole, “accetta il paradosso delle Beatitudini: esse dichiarano che è beato, cioè felice, chi è povero, chi manca di tante cose e lo riconosce. Umanamente, siamo portati a pensare in un altro modo: è felice chi è ricco, chi è sazio di beni, chi riceve applausi ed è invidiato da molti, chi ha tutte le sicurezze. Ma questo è un pensiero mondano, non è il pensiero delle Beatitudini! Gesù, al contrario, dichiara fallimentare il successo mondano, in quanto si regge su un egoismo che gonfia e poi lascia il vuoto nel cuore”. Gesù “liberandoci dalla schiavitù dell’egocentrismo, scardina le nostre chiusure, scioglie la nostra durezza, e ci dischiude la felicità vera, che spesso si trova dove noi non pensiamo”.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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