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Francesco: "Uscire presto dalla crisi in Ucraina, in guerra le parole contano come le armi"

All’Angelus il papa conferma la giornata di preghiera per la pace e indica un percorso di conversione del cuore che può facilitare la politica

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Papa Francesco durante l'Angelus (Foto Ansa)
Papa Francesco durante l'Angelus (Foto Ansa)

Uscire presto dalla guerra in Ucraina e da tutte le guerre. Il messaggio di Francesco all’Angelus, mite e ragionevole nel linguaggio è stato perentorio nella sostanza, preoccupato anzitutto di tutte le vittime incolpevoli e fragili. Il papa ha rispecchiato fedelmente la sua personale offensiva di pace per invitare tutti alla ragione e alla coscienza. Può aver colpito nel suo appello il richiamo all’articolo 11 della Costituzione italiana, dove si proclama il rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali. L’Articolo posto tra i principi costituzionali italiani fu già l’ispirazione a sostegno della lotta degli obiettori di coscienza in Italia anche per il riconoscimento del servizio civile quale forma di servizio alla comunità nazionale.

Parole in aiuto ai politici in difficoltà sulla guerra

Tra coloro che ascoltavano l’Angelus del papa da Firenze, dove si concludeva la cinque giorni di incontri per un Mediterraneo di pace voluta dai vescovi italiani con la partecipazione di 60 vescovi e 65 sindaci provenienti da 20 paesi, la Tv ha inquadrato più volte il presidente della Repubblica italiana. Fu proprio Mattarella, da ministro della difesa, a portare in porto la riforma del servizio militare e civile. Parole di Francesco misurate, dunque, forti, solidali con la gente ucraina sottoposta a una tragica aggressione militare. Di sapore diverso, affidabili, rispetto al grande mercato di parole che accompagnano il conflitto dalla vigilia e durano, tuttora, nella vastità dei social, ma anche nelle cancellerie, nei vertici diplomatici e politici in febbrile ricerca di soluzioni a una guerra che non si è stati in grado di prevenire. Nei palazzi del potere è palpabile la fatica di ristabilire la pace su basi che non portino a nuovi scontri e conflitti originati da interessi contrapposti o da pulsioni egemoniche e aggressive. Consumismo e mercati di parole e minacce, nel conflitto in corso hanno contato più che le persone.

Una "babele di parole e interessi" che fa male a tutti

“Le parole che usiamo – ha osservato Francesco - dicono la persona che siamo. A volte, però, prestiamo poca attenzione alle nostre parole e le usiamo in modo superficiale. Ma le parole hanno un peso: ci permettono di esprimere pensieri e sentimenti, di dare voce alle paure che abbiamo e ai progetti che intendiamo realizzare, di benedire Dio e gli altri. Purtroppo, però, con la lingua possiamo anche alimentare pregiudizi, alzare barriere, aggredire e perfino distruggere (con la lingua) i fratelli: il pettegolezzo ferisce e la calunnia può essere più tagliente di un coltello! Al giorno d’oggi, poi, specialmente nel mondo digitale, le parole corrono veloci; ma troppe veicolano rabbia e aggressività, alimentano notizie false e approfittano delle paure collettive per propagare idee distorte”.  La babele di parole e interessi è come una cortina di fumo che avvolge “qualcosa di tragico, la guerra”. Francesco ha definito il conflitto in corso in questi giorni proprio così: qualcosa di tragico. “Più volte – ha ricordato con un certo puntiglio - abbiamo pregato perché non venisse imboccata questa strada. E non smettiamo di pregare, anzi, supplichiamo Dio più intensamente. Per questo rinnovo a tutti l’invito a fare del 2 marzo, Mercoledì delle ceneri, una giornata di preghiera e digiuno per la pace in Ucraina. Una giornata per stare vicino alle sofferenze del popolo ucraino, per sentirci tutti fratelli e implorare da Dio la fine della guerra”.

Perché non pronuncia la parola "Russia"

Qualcuno ha voluto notare che nelle parole del papa è mancata la parola Russia, quasi in qualche modo a mettere al riparo l’aggressore. Ma a Francesco non stanno a cuore bilancini del genere, quanto piuttosto punta a toccare il cuore perché l’uomo si converta e viva. Eppure a ben vedere proprio in un passaggio egli ha velatamente compreso anche Putin, responsabile più che il suo popolo, del conflitto. Ma comprende anche tanti personaggi di potere che di volta in volta si rendono responsabili di guerre e aggressioni in aree del pianeta dove ci sono tornaconti da difendere. Francesco parla in genere, nei confronti di tutti perché ciascuno interroghi la propria coscienza personale e politica. “Chi fa la guerra – ha infatti scandito -, chi provoca la guerra, dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra. Penso agli anziani, a quanti in queste ore cercano rifugio, alle mamme in fuga con i loro bambini… Sono fratelli e sorelle per i quali è urgente aprire corridoi umanitari e che vanno accolti. Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza. Perché chi ama la pace, come recita la Costituzione Italiana, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»”.

L'ipocrisia distrutta sul campo di battaglia

Sulla pace e sulla guerra è consolidata una grande ipocrisia: produttori e commercianti di armi accusano coloro che poi usano tali strumenti di morte. Non è un caso che Francesco con grande vigore ha più volte stigmatizzato la produzione e il commercio di armi. E non è un caso che il papa proprio spiegando il Vangelo di oggi ha invitato a considerare anzitutto il nostro sguardo. “Il rischio che corriamo, dice il Signore, è concentrarci a guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello senza accorgerci della trave che c’è nel nostro. In altre parole, essere attentissimi ai difetti degli altri, anche a quelli piccoli come una pagliuzza, trascurando serenamente i nostri, dandogli poco peso. È vero quanto dice Gesù: troviamo sempre motivi per colpevolizzare gli altri e giustificare noi stessi. E tante volte ci lamentiamo per le cose che non vanno nella società, nella Chiesa, nel mondo, senza metterci prima in discussione e senza impegnarci a cambiare anzitutto noi stessi. Ogni cambiamento fecondo, positivo, deve incominciare da noi stessi. Al contrario, non ci sarà cambiamento. Ma – spiega Gesù – facendo così il nostro sguardo è cieco. E se siamo ciechi non possiamo pretendere di essere guide e maestri per gli altri: un cieco, infatti, non può guidare un altro cieco”.

Dare l'esempio

Parole che valgono nelle sagrestie? Forse a ben pensarci potrebbero indicare un atteggiamento previo di chiunque, a ogni livello affermasse di volersi sedere al tavolo della pace. Se ci si siede con il cuore carico di odio e di pregiudizi, la pace resterebbe impossibile e i conflitti in corso potrebbero solo rischiare di estendersi. L’Ucraina attende. Francesco ha dato il segnale con il suo appello di oggi, ma anche con il gesto di visitare l’ambasciatore di Russia presso la Santa Sede e telefonando al presidente Zelensky e all’arcivescovo della Chiesa greco-cattolica ucraina, sua beatitudine Sviatoslav Shevchuk.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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